TUNISIA – Lag Ba’Omer a Djerba, il ritorno dei pellegrini

Gerba

«Vengo qua da sessant’anni, la sicurezza è magnifica e io ritrovo la serenità», raccontava ai media nel 2015 un anziano pellegrino tunisino, seduto fuori dalla sinagoga della Ghriba sull’isola di Djerba. Allora in quel luogo confluivano migliaia di persone da tutto il mondo per festeggiare Lag Ba’Omer. Negli ultimi anni, a causa di una serie di attentati terroristici, il flusso si è ridotto drasticamente, fino a quest’anno, quando circa duecento persone sono arrivate dall’estero. Poche, rispetto alle migliaia di un tempo. Ma dopo due anni in cui si contavano a decine, René Trabelsi, ex ministro del Turismo e membro della comunità ebraica tunisina, ha parlato di «notevole ritorno».
Lag Ba’Omer cade trentatré giorni dopo Pesach e interrompe il periodo di semi-lutto che nella tradizione segna le settimane fino a Shavuot. A Djerba coincide da secoli con il pellegrinaggio alla Ghriba, “la straniera” in arabo, la sinagoga che la tradizione vuole fondata dagli esuli di Gerusalemme nel 586 a.e.v., dopo la distruzione del Primo Tempio. Non ha mai attirato solo ebrei: fin dall’inizio del Novecento uno studioso la descrisse come una sorta di Lourdes a frequentazione plurale, con fedeli musulmani e cristiani accanto a quelli ebrei.
La storia recente del sito è segnata anche dalla violenza. Nel 1985 un militare tunisino aprì il fuoco nel santuario uccidendo cinque persone, dichiarando di voler vendicare un attacco contro la sede dell’OLP a Tunisi attribuito a Israele. Nel 2002 un camion bomba di al-Qaida uccise 21 persone davanti all’ingresso. Il 9 maggio 2023, l’ultimo giorno delle celebrazioni, un gendarme della Guardia nazionale aprì nuovamente il fuoco sui pellegrini: morirono due fedeli, Aviel Haddad, trentenne tunisino, e suo cugino Benyamin, francese di Djerba e padre di cinque figli, insieme a tre suoi colleghi. Nel 2024 il pellegrinaggio fu di fatto annullato a causa delle tensioni per la guerra a Gaza. Nel 2025 si tenne in forma ridotta, riservato ai soli ebrei residenti in Tunisia, senza festa e senza musica.
Quest’anno le celebrazioni sono rimaste confinate all’interno della sinagoga, senza il corteo con la Grande Menorah, il candelabro che in passato veniva portato tra le strade del villaggio, e con misure di sicurezza rafforzate. Duecento pellegrini dall’estero, dopo due anni di quasi silenzio, vengono letti dagli organizzatori come un primo segnale di ripresa. Nel 2019 erano stati seimila, la cifra più alta dalla Primavera araba. Prima ancora, nel 2000, ottomila.
La comunità ebraica tunisina ha una storia millenaria, segnata da secoli di convivenza con vari governanti e da episodi di persecuzione, tra cui quelli sotto il regime di Vichy e durante l’occupazione nazista. Nel 1948, alla nascita dello Stato di Israele, contava ancora 110mila persone. Negli anni Cinquanta decine di migliaia emigrarono verso la Francia o Israele, riducendo la comunità a circa 20mila persone. Migliaia di altri partirono dopo il 1967, in seguito alle rivolte antiebraiche scoppiate durante la Guerra dei Sei Giorni. Oggi circa 1.500 ebrei vivono ancora in Tunisia, la maggior parte a Djerba, uno dei rarissimi casi di continuità della presenza ebraica nel Nord Africa contemporaneo. «Il pellegrinaggio ha attraversato molti periodi difficili nella sua storia», ha sottolineato Trabelsi. «Ma i pellegrini sono sempre tornati».