Eleonora De Toledo fra Medici e marrani
Per comprendere la complessa figura di Eleonora De Toledo, nobile spagnola figlia del Viceré di Napoli don Pedro De Toledo Y Zuniga e moglie di Cosimo I de’ Medici, che ebbe un ruolo importante nella storia ebraica italiana del 1500, serve un ampio preambolo per inserire la sua figura nella complessa struttura del mondo marrano. Eleonora De Toledo, meglio conosciuta come Eleonora de’ Medici, nacque ad Alba De Tormes in Spagna nel 1522 da Don Pedro Alvarez De Toledo Y Zuniga, futuro viceré di Napoli, e da donna Maria Osorio Y Pimentel, marchesa di Villafranca del Bierzo. Ad animare in me i primi sospetti di una origine ebraica di Eleonora De Toledo era che la giovane nobildonna spagnola a Napoli frequentava casa Abravanel. All’inizio pensavo che il cognome del padre, De Toledo, fosse determinante per attestare una sua origine ebraica: tale cognome, nelle varianti De Toledo, Toledo e Toledano, appartiene a diverse famiglie ebraiche sefardite. Ma la cosa sorprendente è che anche nel casato della madre, Maria Osorio Y Pimentel, l’ascendenza ebraica era una costante. Sua madre era Isabel De Zuniga Y Pimentel e la nonna materna Leonor Pimentel Y Zuniga. E anche la nonna paterna di Maria Osorio, Maria Enriquez De Quiñones, lo era. Non solo ma attraverso la quale era imparentata con il sovrano Ferdinando il Cattolico. Era risaputo in tutta la Spagna che la famiglia Enriquez a cui apparteneva la madre del sovrano discendeva da ebrei convertiti. Cosa interessante è che per linea paterna, la madre di Eleonora discendeva dalla famiglia Pacheco. I Pacheco provenivano dalla nobiltà portoghese; capostipite di questa famiglia fu Yuan Fernandez Belmonte. Nel libro El Tizón De La Nobleza Española edito nel 1560 dallo storico Francisco De Mendoza, si afferma che Yuan Fernandez Pacheco e attraverso lui tutto il casato di questa nobile famiglia erano i discendenti dell’ebreo convertito Ruy Capon, esattore delle tasse della regina Urraca I. I cognomi summenzionati: Pimentel, Osorio, Pacheco, Bazan, De Quinones, De Toledo sono tutti presenti negli elenchi dei cognomi ebraici sefarditi e quindi avvalorerebbero l’appartenenza marrana di Eleonora De Toledo. Nel 1532 Pedro Alvarez De Toledo fu nominato viceré di Napoli da Carlo V, e Samuel Abravanel, personaggio di spicco della comunità ebraica divenne il suo principale finanziatore. I più insigni membri della famiglia, Judah Abravanel alias Leone Ebreo, Jacob Abravanel padre di Benvenida, e lo stesso Samuel, avevano avuto stretti rapporti con i precedenti viceré spagnoli ma con Don Pedro di Toledo si consolidarono a tal punto da divenire quasi familiari. Molto influì la personalità di Benvenida Avravanel, moglie di Samuel Abravanel (suo cugino), che aveva un retroterra forse addirittura superiore a quello del marito. Ciò fu di certo determinante nella decisione del viceré Don Pedro de Toledo che sua figlia Eleonor, la sua secondogenita, crescesse sotto la supervisione di Benvenida e nella sua casa a partire dal 1532.
Nella vita di Eleonora De Toledo, il ruolo di Benvenida sarà determinante, donna di una grande cultura, sia per quello che concerne la fede ebraica sia per la cultura dell’epoca, abile politologa, eccezionale nella gestione degli affari, ella fu una delle donne più influenti e benestanti del Rinascimento e riuscì a trasmettere queste qualità alla sua pupilla che le metterà in pratica quando, sposando Cosimo I, diventerà Eleonora de’ Medici.
Il legame tra le due donne fu talmente forte che durò tutta la loro vita e tale che in seguito Eleonora onorerà Benvenida Abravanel chiamandola “madre”.
Perché la scelta del viceré ricadde su Benvenida? È vero, era una donna raffinata e colta ma pur sempre ebrea, perché nominare a ruolo di tutrice di una giovane nobildonna spagnola la figlia di un’esponente di un popolo così inviso e odiato? Cosa doveva insegnare Benvenida alla giovane Eleonora? La risposta secondo me è quanto mai logica: doveva darle un’educazione religiosa ebraica, trasmetterle tutta una serie di conoscenze che le avrebbero permesso di mantenersi ebrea per tutto il resto della vita pur essendo ufficialmente cristiana.
Nel 1533, l’anno successivo alla nomina di Don Pedro De Toledo a viceré, lo spettro dell’espulsione aleggiò di nuovo sulla comunità napoletana. L’imperatore Carlo V voleva rimuovere ogni presenza ebraica dai suoi domini. L’influenza di Benvenida sulla giovane Eleonora fu determinante. Facendosi forte dei legami di parentela che legavano la sua famiglia a quella del sovrano (gli Enriquez), la figlia del viceré, che pure all’epoca aveva solo undici anni, riuscì a mitigare la decisione del sovrano e a ottenere una proroga dell’editto di dieci anni. Naturalmente gli ebrei napoletani avrebbero versato in cambio una cospicua somma di danaro nelle casse dell’imperatore.
Nella primavera del 1539, all’età di 17 anni, Eleonora andò in sposa a Cosimo I de’ Medici. Cosimo voleva come sposa una donna di una potente famiglia per rafforzare la sua posizione politica. Inizialmente la scelta si era focalizzata su Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V e vedova di Alessandro de’ Medici.
L’imperatore, però, propose Eleonora De Toledo, figlia del viceré di Napoli, uno degli uomini più ricchi del regno. L’accordo fu trovato e il matrimonio celebrato per procura il 29 marzo del 1539. La figlia del viceré, l’11 giugno lasciò Napoli su un battello alla volta della Toscana dove attraccò al porto di Livorno il 22 giugno. Il giorno 29 dello stesso mese fu celebrato il matrimonio a Firenze in pompa magna. Da questo momento Eleonora De Toledo passerà alla storia come Eleonora de’ Medici.
La nuova duchessa di Toscana fu molto amata da suo marito: egli si innamorò non soltanto della sua bellezza ma anche della sua grande cultura e della sua perspicacia politica, doti che facevano di lei una donna rinascimentale a tutto tondo. Frutto del lavoro certosino svolto da Benvenida Abravanel, Eleonora ebbe un tale ascendente su Cosimo che divenne l’unica persona dalla quale accettava consigli. La sua influenza sul marito la troviamo nei provvedimenti presi nel corso della loro unione a favore degli ebrei; in queste decisioni intravediamo, dietro le quinte, la lunga mano della tutrice. Il rapporto tra le due donne, la maestra e l’allieva, l’ebrea e la duchessa, non si interruppe mai, anzi andò consolidandosi nel corso degli anni. Quando due anni dopo nel 1541 gli ebrei di Napoli furono definitivamente espulsi dal sud Italia, Benvenida non si stabilì definitivamente a Ferrara come fece suo marito Don Samuel, ma preferì dividere la sua esistenza tra la città estense e quella medicea, facendo sentire la sua presenza tra le due corti in modo da proteggere e trovare una stabile sistemazione alle numerose famiglie ebraiche coinvolte nel nuovo esodo. È in quest’ottica che nel 1544 Benvenida giunse a Firenze per discutere con Eleonora di questioni religiose alla presenza del Duca Cosimo. Ella con l’aiuto perorò la causa dei suoi correligionari ottenendo il permesso che famiglie napoletane e spagnole potessero prendere dimora nel ducato.
Approfittando dell’amicizia e della protezione di Eleonora, Cosimo I concesse a Benvenida e ai suoi figli, Jacob e Jeudah Leone, il permesso di aprire banche di prestito in tutto il suo dominio, tranne nella città di Firenze. Le patenti furono rilasciate nel 1547 e riconfermate nel 1555. Gli Abravanel girarono a loro volta queste autorizzazioni alla compagnia emiliana di Avraham e di Isaac Da Pisa, di cui diventarono soci. Nel 1551 nuove concessioni furono fatte, sempre dietro richiesta della famiglia Abravanel. Cosimo accordava il permesso ai mercanti ebrei levantini di risiedere sul territorio toscano concedendo ampi privilegi per incrementare il commercio con l’Oriente. Figura di spicco di questi nuovi arrivati fu Servadio Da Damasco, che ottenne da Cosimo la carica di Sensale esclusivo nei traffici con il Levante. La sua famiglia si stabilì soprattutto a Pisa e a Livorno aprendo empori commerciali. Egli, inoltre, garantì piena libertà di culto e il non essere assoggettati ad alcun controllo da parte dell’ufficio dell’inquisizione.
Dietro richiesta dell’amata moglie, Cosimo concesse poi a Samuel Abravanel e la sua famiglia l’appellativo di nobili con lettera patente rilasciata del 1555. Nasce così una nuova casata Abravanel con il suo emblema nobiliare: uno scudo d’argento con un leone rampante incoronato di color rosso, affiancato sulla destra da una torre rossa a simboleggiare la città di Siviglia. Dall’unione di Eleonora e Cosimo nacquero ben undici figli, alcuni dei quali morirono in tenera età. Malata di tubercolosi, nel 1562 seguì suo marito in un viaggio in Maremma con tre dei suoi figli: Giovanni, Grazia e Ferdinando. Qua li colpì la malaria: Giovanni e Grazia morirono, a distanza di pochi giorni si ammalò anche lei e il 17 dicembre del 1562 morì all’età di 40 anni.
L’ultimo atto a favore degli ebrei da parte di Cosimo I risale al 1563, un anno dopo la morte della moglie, quando salvò dall’inquisizione Judah Leone Abravanel figlio di Isaac II e sua moglie Gioia figlia di Benvenida, accusati di essere ricaduti nella religione ebraica. Si deduce da ciò che erano convertiti, quindi di riflesso marrani. Cosimo rilasciò loro una speciale lettera di protezione.
La coppia lasciò la Toscana e molto probabilmente si rifugiò in campagna in provincia di Avellino. Dopo la morte di Eleonora, la protezione verso gli ebrei andò scemando, la politica di Cosimo I de’ Medici mutò radicalmente. Nel 1567 fu richiesto a tutti gli ebrei di sostituire il segno distintivo che portavano cucito sugli abiti con uno palesemente più visibile, un grosso cerchio giallo, in modo da rendere più facile la loro identificazione. Il provvedimento successivo fu anche più duro. Cosimo, per ingraziarsi il papa Paolo IV e ottenere dal pontefice il riconoscimento del titolo di Granduca di Toscana, nel 1570 istituì il ghetto, un ruolo di residenza forzata per gli ebrei. Nel 1571 questo provvedimento entrò in funzione nelle città di Firenze e Siena e i rispettivi ghetti verranno aboliti solo nel 1848 con l’emancipazione. Dobbiamo aspettare il 1593 per assistere a un cambiamento della politica nei confronti degli ebrei toscani con il granduca Ferdinando I, figlio di Eleonora De Toledo, ma questo sarà motivo di un altro studio.
Ciro Moses D’Avino