BOLOGNA – Purim shenì, le feste della salvezza attraverso mille anni di storia ebraica italiana
«I Purim shenì tengono insieme universalismo e particolarismo». È partito da questa riflessione il direttore del Meis, Amedeo Spagnoletto, aprendo il convegno I Purim shenì. L’Italia ebraica celebra la salvezza, al Museo ebraico di Bologna. Una giornata di studi promossa dal Meis e dal museo bolognese per approfondire il significato storico, religioso e identitario dei Purim locali, le ricorrenze nate per ricordare episodi di salvezza vissuti dalle comunità ebraiche italiane nel corso dei secoli.
«Da una parte questi Purim si inseriscono pienamente nella tradizione rituale ebraica, riprendendo il modello del Purim biblico», ha spiegato Spagnoletto. «Dall’altra nascono da vicende locali, spesso condivise anche con il resto della popolazione. Non di rado celebrazioni ebraiche e cattoliche si sviluppano parallelamente intorno agli stessi eventi traumatici, come terremoti, incendi o persecuzioni». Il direttore del Meis ha sottolineato come il convegno rappresenti una delle prime occasioni di studio sistematico dedicate a questo tema in Italia. «Per quanto mi risulti, è il primo convegno in Italia dedicato ai Purim shenì, una tradizione che attraversa la storia di moltissime comunità ebraiche italiane». L’idea nasce anche dal lavoro svolto dal museo dell’ebraismo nella mostra dedicata a Purim allestita lo scorso anno, dove numerosi focus erano stati riservati proprio ai Purim locali disseminati lungo la penisola. Spagnoletto ha inoltre annunciato il rafforzamento della collaborazione tra il Meis e il Museo ebraico di Bologna. «È una sinergia che va avanti da anni e che continuerà a consolidarsi», ha detto, lasciando intendere sviluppi futuri nel rapporto tra le due istituzioni.
La prima sessione della giornata è stata moderata dallo storico Alberto Cavaglion, che in apertura ha intrecciato memoria personale e riflessione storiografica. Cavaglion ha ricordato la propria infanzia a Cuneo, città che nel corso dei secoli subì ripetuti assedi, portando ancora oggi i segni visibili delle cannonate nei muri del ghetto e dei quartieri limitrofi. Una memoria materiale, ha raccontato lo storico, che faceva parte del paesaggio quotidiano, e che lo ha portato a riflettere sul senso profondo dei Purim shenì come memoria collettiva dello scampato pericolo. Cavaglion ha posto alcune delle domande centrali del convegno: perché i Purim locali conoscono una così forte diffusione nell’Italia tra Sette e Ottocento? E perché il contesto napoleonico appare tanto decisivo? «Colpisce quanto queste feste siano diffuse lungo tutta la penisola», ha osservato. «L’Italia sembra essere una terra dove non fioriscono solo i limoni, citando Goethe, ma fioriscono i Purim». Per Cavaglion, queste ricorrenze raccontano «la volontà di rigenerare la storia attraverso la festa e la memoria condivisa», e forse, ha aggiunto, «anche la tendenza degli ebrei italiani a fare festa tutto l’anno: un’utopia tra le più deliziose che si possa immaginare proprio in un momento così difficile come quello che il mondo ebraico sta vivendo».
Purim di Piombo
A entrare nel vivo delle vicende storiche è stata poi Serena Di Nepi, docente alla Sapienza di Roma e autrice di un recente volume per Carocci sul ghetto romano, intervenuta sul Purim di Piombo e su altre memorie di salvezza della comunità ebraica della capitale. «I Purim minori raccontano sempre più storie insieme», ha spiegato. «In primo luogo ricordano un evento specifico di salvezza, collocandolo nel calendario di una comunità e stabilendo quali fatti, nel lungo corso della sua storia, ne abbiano contribuito a definire l’identità». Di Nepi ha ricostruito il contesto del 1793: dopo il linciaggio del diplomatico francese Ugo de Basseville, che attraversava piazza di Spagna con insegne repubblicane ben in vista, si diffuse in città la voce che denaro, coccarde e armi fossero nascosti nel ghetto. Gli ebrei venivano accusati di essere la quinta colonna dei giacobini. Una massa di popolani tentò prima l’assalto all’Accademia di Francia, poi marciò verso il ghetto con l’intenzione di dargli fuoco. Fu Pio VI a mandare i soldati a proteggere il quartiere, riuscendo a disperdere la folla. «Gli ebrei attribuirono quella salvezza a un intervento miracoloso», ha ricordato Di Nepi. «Gli avvenimenti entrarono nel calendario rituale con il nome di Purim di Piombo, ancora oggi celebrato». La storica ha sottolineato l’ambiguità del rapporto tra gli ebrei romani e il papato: «Da un lato il Papa difende gli ebrei dalla violenza popolare; dall’altro utilizza quella stessa crisi per rafforzare il sistema del ghetto e l’oppressione».
Il significato dei Purim Shenì
Sul significato religioso e normativo dei Purim shenì si è soffermato rav Gianfranco Di Segni, che ha ricostruito le fonti rabbiniche alla base di queste ricorrenze. «Il punto di partenza si trova nel Talmud», ha spiegato, citando la benedizione da recitare in un luogo in cui sia avvenuto un miracolo: «Benedetto sia Colui che fece miracoli ai nostri padri in questo luogo». Di Segni ha mostrato come nel corso dei secoli i maestri abbiano discusso se e come fosse lecito istituire nuovi Purim locali, evidenziando il ruolo della trasmissione familiare e comunitaria della memoria. I dati raccolti confermano la particolarità italiana: «In Italia si contano circa trentasei Purim shenì, più della metà di quelli europei». Molti sono legati ad attacchi antiebraici, guerre e persecuzioni; altri a calamità naturali o incendi.
Nelle conclusioni Di Segni ha insistito sul valore contemporaneo di queste memorie, richiamando l’auspicio del rabbino romano Yehuda Nello Pavoncello zl (il “morè Nello”): che il ricordo di questi eventi «ci ricolleghi agli infiniti anelli della catena delle generazioni che hanno subito molte percosse e violenze pur di non venir meno alla fede avita e all’attaccamento al popolo d’Israele». «I Purim shenì non devono restare soltanto oggetto di studio per gli specialisti», ha affermato rav Di Segni. «Dovrebbero tornare a essere conosciuti e custoditi dalle comunità stesse, perché rappresentano una memoria vivente».
In mattinata sono inoltre intervenuti Adolfo Locci, rabbino capo di Padova, sui quattro Purim padovani e lo stesso Spagnoletto sul Purim di Pitigliano tra rivoluzioni napoleoniche e Viva Maria.
A seguire una sessione dedicata ai Purim shenì legati a terremoti, incendi e calamità naturali.
Daniel Reichel