FERRARA – L’abbraccio degli studenti all’ex ostaggio Eli Sharabi: «Non voglio vivere nella rabbia»

Per Eli Sharabi gli applausi a Ferrara sono continui. I ragazzi, raccolti nella sala della comunità ebraica estense, ascoltano in silenzio il racconto dei suoi 491 giorni di prigionia a Gaza, di come i terroristi di Hamas gli abbiano strappato le persone più care: la moglie Lianne e le figlie Noya e Yahel, assassinate in casa il 7 ottobre mentre lui veniva trascinato via. E di come, nonostante tutto, abbia scelto di non fermarsi. «Io sono qui», afferma. «Continuo a parlare, a testimoniare. È l’unica cosa che posso fare per loro».
Sharabi è il vincitore della sezione principale del Premio Letterario Adei Wizo Adelina Della Pergola con L’ostaggio (Newton Compton). Aveva vissuto per 35 anni al kibbutz Be’eri, a cinque chilometri dal confine con Gaza. «Per noi era il paradiso», racconta. Lì ha incontrato sua moglie Lianne, arrivata dall’Inghilterra per tre mesi e rimasta per sempre, e ha visto crescere Noya e Yahel. «Avevamo una vita magica. Una famiglia, una comunità, un posto nel mondo».
La mattina del 7 ottobre si sono svegliati alle 6:30 per le sirene, hanno portato le ragazze nel rifugio come tante altre volte. Dopo quattro ore i terroristi hanno sfondato la porta. «Ci siamo gettati sulle ragazze per coprirle. Abbiamo dato loro i cellulari. Non abbiamo opposto resistenza perché credevamo fosse la migliore possibilità per proteggerle», ricorda. Due uomini lo hanno trascinato fuori. «Ho urlato alle mie figlie che sarei tornato. È stata l’ultima volta che le ho viste». Lianne, Noya e Yahel sono state assassinate pochi minuti dopo.
Cinquantadue giorni in una casa di una famiglia palestinese, poi i tunnel, cinquanta metri sottoterra, per altri 440 giorni insieme ad altri ostaggi rapiti dal festival Nova. «Ci incatenavano per le gambe, a volte l’uno all’altro. La cosa peggiore era la fame: negli ultimi sette mesi un solo pasto al giorno, qualche pezzo di pita», racconta. Dal 7 ottobre 2023 alla liberazione, l’8 febbraio 2025, Sharabi ha perso quasi 30 chili. «Ma quello che ti consuma davvero non è il corpo. È non sapere cosa sta succedendo fuori. È il silenzio».
Poi il microfono passa ai ragazzi. Le domande si susseguono, tra commozione e gratitudine. A chi gli chiede dove abbia trovato la forza di andare avanti racconta del giorno della liberazione, quando era convinto di rivedere la sua famiglia. Quando ha capito che non era così, «ho pianto per un po’. Ma tutto quello che volevo era stare con i miei cari». Dieci giorni dopo essere uscito dall’ospedale era già in giro per il mondo a raccontare. «So che per quasi 500 giorni la mia famiglia e i miei amici hanno combattuto per me. Non mi sento in diritto di stare a letto a piangere tutto il giorno», sottolinea. Scrivere il libro, aggiunge, è stato terapeutico: «È per questo che non soffro di disturbo post-traumatico».
Un’altra studentessa chiede come affronta l’atmosfera ostile nei confronti di Israele e del mondo ebraico: «Le persone stavano aspettando una scusa per sfogare quell’odio. Molti di quelli che urlano slogan non sanno nemmeno dove si trova la Palestina». E sulla rabbia osserva: «Se vedessi domani i miei carcerieri per strada, probabilmente li eliminerei. Ma nella vita di tutti i giorni non è la rabbia che mi guida». E aggiunge: «Sono una persona molto pratica. Non trovo alcuna forza nella tristezza o nella rabbia. Quando ho saputo che Lianne, Noya e Yahel non erano sopravvissute, è stato, e rimane, molto doloroso. Ma cerco di portare quel dolore accanto alla mia vita, non al posto della mia vita, perché amo la vita».

Daniel Reichel