FERRARA – Tra memoria e pensiero critico, i giovani incontrano gli autori del Premio Adei Wizo

«Se anche pochi di voi alla fine hanno pensato “questa storia mi riguarda, anche se io non c’ero”, allora credo che questo sia il risultato più alto a cui potessi aspirare». Vittorio Giardino lo confessa agli studenti seduti davanti a lui nella sala del Tempio italiano del Palazzo delle Sinagoghe di Ferrara. Gli stessi ragazzi che hanno premiato il celebre fumettista con I cugini Meyer (Rizzoli), primo graphic novel a vincere in 26 edizioni del Premio Letterario Adei Wizo Adelina Della Pergola.
In sala ci sono studenti della Scuola Ebraica di Milano e dell’Istituto Barbarigo di Venezia, oltre ad alcuni collegati da remoto. Con Giardino anche Mauro Di Castro in collegamento con La vita invisibile, e lo psicanalista David Meghnagi, docente dell’Università Roma Tre e ideatore del Master universitario di Didattica della Shoah, che modera i lavori. Tra gli ospiti della giornata anche il vincitore della sezione principale, Eli Sharabi, ex ostaggio di Hamas e autore de L’ostaggio (Newton Compton), lo scrittore e drammaturgo israeliano Roy Chen e il musicista e scrittore Enrico Fink.
Ad aprire l’incontro con i ragazzi è stata la presidente nazionale dell’Adei Wizo, Susanna Sciaky: «Abbiamo creato questo premio nel 2000 con l’obiettivo di diffondere la conoscenza della cultura, della storia e delle tradizioni ebraiche attraverso la narrativa». Un lavoro che oggi assume un valore più urgente: «Viviamo un tempo in cui si fatica ad aprirsi all’altro e il dialogo rischia di perdersi. In questo clima l’identità ebraica sembra tornare a essere percepita come un peso».
Il confronto con gli studenti si è concentrato sul pensiero critico e sul rapporto con le immagini e l’informazione. Meghnagi ha invitato i ragazzi a non fermarsi all’apparenza: «Quello che vediamo non coincide necessariamente con la verità. La televisione, i social, le immagini sono costruzioni. Se non sviluppiamo un pensiero autonomo rischiamo di scambiare una rappresentazione per la realtà». Partendo dalla visita della Croce Rossa al campo di Terezín, organizzata dai nazisti come una messinscena propagandistica, lo psicanalista ha insistito sulla necessità di porsi domande: «L’inganno fu possibile perché mancò la capacità di interrogarsi su ciò che si aveva davanti». E rivolgendosi direttamente agli studenti: «La conoscenza vera nasce dall’ascolto. Ascoltare significa fermarsi, non reagire d’impulso, lasciare spazio al pensiero dell’altro.»
Partendo dalla sua esperienza sul set di un documentario dedicato alla sua opera, Giardino ha riflettuto sul rapporto tra immagini e verità: «Quello che sullo schermo appare naturale è completamente costruito: luci, suoni, inquadrature. Anche le persone cambiano quando c’è una macchina da presa. L’importante è avere coscienza che quello che vediamo è sempre una costruzione.» Un ragionamento che vale anche per il suo libro: I cugini Meyer è ambientato nell’Austria del 1938, e racconta attraverso le tavole di un graphic novel l’ascesa del nazismo e le sue conseguenze su una famiglia ebrea, «con una dovizia di particolari storici e grafici e un sottotesto sull’accoglienza che vale allora come oggi», ha sottolineato Sciaky presentando l’opera. Poi Giardino ha chiesto ai giovani perché abbiano letto un libro così lungo, su avvenimenti così lontani. «Sono sicuro che per molti di voi sia come parlare delle guerre puniche», ha aggiunto. Quando qualcuno ha risposto raccontando come il linguaggio del fumetto lo avesse aiutato ad avvicinarsi alla storia, Giardino ha ringraziato i ragazzi.
Di Castro ha invece insistito sul peso umano delle leggi razziali. «Ho cercato di raccontare cosa significasse per un ragazzo di 14 o 15 anni essere improvvisamente espulso dalla vita normale, dalla scuola, dalle amicizie», ha spiegato. «A un certo punto il protagonista dice: sono stanco di nascondermi, sono stanco di essere invisibile». Poi un collegamento tra quella stagione tragica e il presente: «Oggi vedo un antisemitismo diffuso, spesso nascosto dietro un antisionismo che diventa un paravento», ha affermato Di Castro, concludendo con un invito ai ragazzi: «Ragionare su un libro è più difficile che reagire a un’immagine immediata. Ma è proprio lì che nasce la riflessione vera».

d.r.