Mezzo secolo dopo la dittatura in Argentina: perché tanti desaparecidos erano ebrei

«I testimoni oculari, i sopravvissuti dei campi di detenzione e dei centri di tortura lo dicono sempre: un cattolico magari un sacerdote, aveva la possibilità di salvarsi. Un ebreo no». Parola di Gabriel Levinas, giornalista e saggista argentino. Cinquant’anni fa, il 24 marzo del 1976, l’Argentina precipitava nel periodo più nero della sua storia: in quella data partiva il “Processo di riorganizzazione nazionale”, il nome con cui i militari chiamarono il regime autoritario imposto al Paese con un colpo di Stato, la deposizione della presidente Isabelita Perón, la sospensione della Costituzione e la nomina del comandante dell’esercito Jorge Rafael Videla a capo dello Stato. Pagine Ebraiche ricorda quei quasi otto anni – la dittatura finirà a dicembre del 1983 – con l’intellettuale ebreo porteño, che, dall’inizio dell’intervista, sottolinea il carattere ardentemente antisemita della giunta militare. «Un antisemitismo non proclamato», premette, «ma agito nei fatti». In Argentina, ci ricorda Levinas, il pregiudizio antiebraico ha una radice antica non dissimile da quella europea, ed è presente dall’Ottocento «nella sfera politica e in quella militare»; il che non ha impedito al grande Paese sudamericano di diventare un importante focolare ebraico della Diaspora: «Negli anni Settanta dello scorso secolo si contano circa mezzo milione di ebrei». Da dove nasce dunque il forte carattere antisemita della giunta di Videla? «Anche dalla visita nella storia argentina compiuta dalla primera dama Evita Perón a Genova nell’immediato Dopoguerra per allestire, fatto senza precedenti, un ufficio ad hoc per la migrazione che permetterà a cinquemila criminali nazisti di trovare rifugio in Argentina. E a chi volesse replicare ricordando che anche altri Paesi aprirono le porte a esponenti del Terzo Reich», aggiunge subito Levinas, «io rispondo: è vero. Lo stesso Wernher von Braun finirà negli Stati Uniti ma lo accolsero perché era uno scienziato che faceva comodo alla Nasa, in altri paesi i criminali nazisti sono stati incarcerati ». L’infatuazione argentina per i regimi dell’Asse, spiega ancora Levinas viene da lontano: «L’esercito argentino è stato modellato su quello prussiano, il presidente Juan Domingo Perón era un ammiratore di Mussolini, e quando nel 1939 gli inglesi affondarono la nave da guerra tedesca Admiral Graf Spee nel Rio de la Plata, i sopravvissuti si trasferirono in Argentina mentre i caduti vennero seppelliti fra grandi onori militari». E, come se non bastasse, fra i fondatori del sistema sanitario argentino si ricorda Ramon Carrillo, che il Simon Wiesenthal Center considerava un ammiratore di Hitler e un promotore dell’eugenetica. Con il Dopoguerra, la politica argentina riceve una nuova «iniezione» di nazismo i cui effetti si manifesteranno negli anni della dittatura.
Ecco perché «fra i torturati e uccisi in Argentina sotto la giunta militare ci fu una percentuale molto alta di ebrei». L’antisemitismo storico dei militari argentini trovò facile preda nell’alto numero di ebrei in quegli anni fra gli intellettuali, i politici, gli universitari e i sindacalisti. Fra i 30mila desaparecidos vittime della cosiddetta «guerra sporca» scatenata dai militari al potere contro oppositori veri e potenziali si contano circa 3 mila ebrei. Levinas non dimentica di citare il silenzio di quegli anni della Daia, la Delegazione delle associazioni israelite argentine, l’istituzione che dal 1935 rappresenta la comunità ebraica locale. Un silenzio ottenuto dagli uomini di Videla anche con atti clamorosi come il rapimento nel 1977 di Marcos Resnizky, figlio maggiore del presidente della Daia, Nehemías Resnizky. Nel marzo del 2022, l’allora presidente Jorge Knoblovits, dichiarò che «durante gli anni della dittatura militare la nostra organizzazione ha commesso errori e sbagli che dobbiamo ammettere e, oggi in questa data così importante, ricordiamo gli ebrei scomparsi in quella tragica pagina della storia argentina. La Daia riconosce gli errori durante la dittatura. Siamo tutti dei sopravvissuti. Mai come durante la dittatura c’è stata tanta crudeltà nei confronti degli ebrei», aggiunse Knoblovits. «Tapparsi la bocca non deve mai essere un’opzione. Dobbiamo riportare la memoria al presente affinché in futuro non si ripeta più».
Quelli fra il 1976 e il 1983 furono anni spaventosi per gli ebrei argentini. E a Levinas, che subì due perquisizioni domiciliari e la distruzione della redazione della sua rivista El porteño, chiediamo se in molti lasciarono il Paese. Poiché il regime non era ufficialmente antisemita non c’erano restrizioni all’emigrazione per gli ebrei, almeno «non per quelli che non erano nel mirino della polizia». Così in molti cercarono riparo all’estero, «inclusi due dei miei fratelli che si rifugiarono negli Usa». Oggi, ci spiega il giornalista, gli ebrei argentini sono circa 250 mila, la metà rispetto agli anni Settanta. Attenzione però, aggiunge, l’esodo non fu solo di quegli anni: finita la dittatura decine di migliaia di ebrei argentini lasceranno il Paese negli anni a seguire a causa delle ricorrenti crisi economiche. E oggi si calcola che gli israeliani di origine argentina siano circa 80mila, 10mila dei quali immigrati a partire dal Duemila.

dan.mos.

(Nell’immagine, una manifestazione in memoria di alcuni desaparecidos, foto Wirestock Creators)