MOKED 2026 – Massimo Giuliani: eros e politica nel più ebraico dei cantici d’amore
Dal Talmud ai commenti qabbalistici, da Rashi a rav Joseph Soloveitchik, lo Shir Ha Shirim è la metafora dell’amore per eccellenza. Attribuito tradizionalmente a re Salomone, celebra l’amore carnale e sensuale tra un uomo e una donna, ma è spesso interpretato allegoricamente come il legame tra D-o e Israele.
Professor Giuliani, perché troviamo lo Shir HaShirim nel Tanakh, anche se non vi è mai indicato il nome di D-o?
«Non è mai indicato il nome di D-o, ma tutta la tradizione rabbinica ha insegnato a leggerlo come una grande metafora dell’amore tra D-o e Israele. È a questo titolo che fin dai tempi più antichi, dall’epoca di Rabbi Akiva, è stato considerato parte integrante delle Meghillot. Il mio intervento ha approfondito la lettura, per esempio, di Rashi che mostra come o che spiega come il Cantico dei Cantici parla di tutta la storia di Israele, in modo particolare dell’esilio. La ricerca che l’amata fa dell’amato è la ricerca che Israele fa di D-o e della fedeltà all’alleanza. Questo è stato il tema conduttore di tutte le letture che attraversano il Medioevo ebraico fino alla modernità, cioè fino ad autori come Franz Rosenzweig e il rabbino Joseph Soloveitchik».
Può fare qualche esempio?
L’esempio è la lettura che rav Soloveitchik fa del versetto Kol Dodi Dofek, cioè “il mio amato bussa”, che viene interpretato esattamente come il momento in cui il Signore viene incontro a Israele nel momento del peggior smarrimento e ha quasi un momento di disperazione che è stata la Shoah. In quel momento Israele ha sentito la vicinanza dell’amato, esattamente come la donna o la ragazza sentono la vicinanza dell’amato che sta alla porta e bussa. Quindi lo Shir HaShirim è la celebrazione dell’intimità di Israele con D-o. È per questo che è stato considerato anche da Rabbi Akiva come il canto più sacro della Scrittura, anche se alla lettera potrebbe apparire il canto più erotico e quindi diciamo più materiale, più sensuale. Ma nell’ebraismo, si sa, non si separa lo spirito dal corpo: mente, cuore e cervello sono sempre insieme.
Se dovesse stabilire quali sono le forme dell’amore da un punto di vista del pensiero ebraico, cosa direbbe?
Tutte le fonti dell’ebraismo hanno sempre parlato di amore, l’ebraismo è una religione dell’amore, ma in dialettica e sempre in tensione con la giustizia perché la giustizia è l’equilibrio, la giustizia è oggettiva e l’amore rischia di essere sempre soggettivo e anche un po’ impulsivo. Quindi è qualcosa che va regolato, e infatti ci sono molte norme che regolano anche la sfera affettiva tra marito e moglie.
Le forme dell’amore nella tradizione ebraica sono diverse quante sono le manifestazioni dell’esperienza umana. Quindi si va dall’amore di coppia: dall’amore che implica ovviamente l’esercizio della sessualità, all’amicizia che è stata forse poco approfondita, ma che è una forma di amore perché è una forma di empatia verso gli altri e soprattutto i vicini.
Però prende una forma anche molto esigente nell’ebraismo l’amore quando si dice “amerai lo straniero”. Ad una prima riflessione potrebbe venire spontaneo chiedersi, perché devo amare lo straniero? Non ha nulla in comune con me, eppure perché devo amarlo?
Lo devo fare in forza di un imperativo etico che è radicato nella memoria dell’Egitto. Siamo stati stranieri in Egitto e come noi abbiamo sofferto, dobbiamo capire la sofferenza dello straniero che è più lontano da noi.
E poi altra cosa sublime, una delle forme principali dell’amore nell’ebraismo è l’amore per Hakadosh Barukh Hu, il Signore. E anche questo è qualcosa che è fuori dall’etica normale perché l’etica non ti chiede di amare quello che non vedi, ci vuole un impianto teologico per poter comandare e il Signore Benedetto vuole essere amato, che non vuol dire avere dei sentimenti astratti, ma si tratta di osservare le norme del patto.
Vi è una tradizione esegetica anche non ebraica, che conferma, che l’amore è un sigillo di questo obbligo di osservare le norme del patto. E questo è quello che significano i comandamenti. Chi osserva i comandamenti sta semplicemente osservando le clausole di un patto. Chi conosce cos’è il commercio? Nel commercio è normale che quando si fanno delle trattative si arriva a un contratto, a una stipula e ci sono delle condizioni da osservare e così vale anche per il rapporto tra Israele e Hakadosh Barukh Hu.
Da pensatore di pensiero ebraico attuale ritiene che si siano modificati questi principi che abbiamo visto nei testi ebraici o ritiene che nel pensiero ebraico moderno siano rimasti invariati ma con delle accezioni diverse?
È paradossale, ma i Comandamenti non variano perché riescono a essere nel contempo a volte molto generali. “Ama il tuo prossimo” è qualcosa di estremamente generale…
Però se i princìpi e i Comandamenti hanno una forza così universale e nel tempo non cambiano, le circostanze cambiano in continuazione e quindi l’applicazione di questi principi devono sempre fare i conti. Paradossalmente nell’età contemporanea, in questo momento storico, c’è una tale pressione dall’esterno per cui questi Comandamenti sono ancora più importanti. Che cosa significa amare lo straniero nel momento in cui gli estranei invece ti odiano o ti fanno la guerra? Questo è un dilemma enorme perché il Comandamento rimane ma se i diversi da noi non si fanno amare o non vogliono essere amati, come facciamo noi ad applicare questo principio?
Per cui è chiaro che nella modernità siamo di fronte a dei dilemmi che a volte lacerano la coscienza. Io insisto su questo perché sono tre anni che le nostre coscienze sono lacerate. Da una parte abbiamo i nostri doveri morali che non possono essere derogati, ma dall’altro abbiamo anche altri doveri delle circostanze, cioè l’autodifesa da una parte e una certa unità anche che non ci permette di litigare troppo tra di noi, per cui l’amore oggi si deve applicare in una situazione di grandi dilemmi etici e politici.
Lucilla Efrati