STORIA – Chaim Herzog combatteva l’odio e l’ignoranza
«Non salgo su questo podio per difendere i valori morali e storici del popolo ebraico. Non hanno bisogno di essere difesi». Era il 10 novembre 1975, anniversario della Notte dei Cristalli, e Chaim Herzog, ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, aveva appena finito di parlare. Poi prese il testo della risoluzione 3379 appena approvata, quella che equiparava il sionismo al razzismo, e lo strappò davanti all’assemblea plenaria.
Cinquant’anni dopo, un consigliere comunale di Dublino chiede di rimuovere il suo nome da un parco cittadino, accusandolo di «pulizia etnica, genocidio, razzismo e apartheid». L’Australian Broadcasting Corporation lo ha descritto come un assassino. Una rivista irlandese lo ha chiamato «criminale di guerra». Herzog, presidente di Israele dal 1983 al 1993 e padre dell’attuale presidente Isaac, è morto nel 1997 e non può rispondere «ma la sua storia può farlo al posto suo», sottolinea la testata ebraica Aish.
Chaim Herzog nacque a Belfast nel 1918, figlio di Isaac Halevi Herzog, rabbino polacco emigrato prima in Inghilterra, poi in Irlanda, dove sarebbe diventato Gran Rabbino. Il padre imparò il gaelico irlandese correntemente, sostenne l’indipendenza dell’isola, strinse amicizia con il leader indipendentista Eamon de Valera e con Ben Briscoe, partigiano ebreo che sarebbe diventato sindaco di Dublino. Lo chiamavano «il rabbino del Sinn Féin»: un ebreo dell’Est Europa che si schierava con i nazionalisti irlandesi contro gli inglesi.
Eppure Chaim non si sentì mai a casa, spiega Aish, citando il suo libro di memorie Living History (1997). «Ero sempre consapevole che venivo giudicato con criteri diversi», avrebbe scritto anni dopo. «Quando un ebreo veniva arrestato per un crimine, l’intera comunità ebraica rabbrividiva». I genitori, preoccupati che i figli si allontanassero dalla vita ebraica in una comunità così piccola, presero una decisione, mandare Chaim in un collegio a Gerusalemme.
Arrivò nella Palestina mandataria nel 1935. «Ero venuto da un altro mondo», scrisse, «un mondo fatto di feste per adolescenti e rugby». Si ritrovò in una comunità sotto assedio. La sua scuola, la Yeshiva di Hebron, era stata fondata nell’antica città omonima ma si era trasferita a Gerusalemme sei anni prima, dopo che decine di studenti erano stati uccisi durante il massacro del 1929. Sua nonna, ottantenne, era sopravvissuta fingendosi morta in una stanza dove giacevano diciassette cadaveri. Come molti suoi coetanei, Herzog entrò nell’Haganah, la milizia clandestina ebraica. Fu assegnato alla sorveglianza del quartiere ebraico della Città Vecchia con risorse scarne: due uomini e un fucile per l’intero quartiere.
Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, Herzog si recò a Londra e si arruolò nell’esercito britannico come ufficiale dell’intelligence. Interrogò prigionieri di guerra nazisti, seguì le truppe alleate dopo il D-Day, nel 1944 fu tra i primi soldati ad entrare nella Germania nazista; poi arrivarono le operazioni nei lager nazisti. «Il mio primo incontro personale con questo orrore avvenne in un piccolo campo di concentramento appena fuori Brema. I pavimenti delle baracche sporche erano disseminati di figure emaciate vestite con pigiami a strisce», raccontò. Assistette poi alla liberazione di Bergen-Belsen, dove incontrò alcuni sopravvissuti a cui spiegò di essere un ufficiale ebreo venuto dalla Palestina mandataria. «Scoppiarono tutti in lacrime. E io con loro».
Herzog rimase in Germania fino al 1947, facendo di tutto per aiutare i sopravvissuti bloccati nei campi per sfollati a raggiungere la terra d’Israele, mentre la Gran Bretagna intercettava le navi dei rifugiati e internava migliaia di persone a Cipro.
Tornato a Gerusalemme, Herzog esercitò la professione di avvocato e ricevette un incarico delicato: monitorare i lavori della Commissione Speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina. Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale approvò la risoluzione che prevedeva due Stati. Gli arabi la rifiutarono. Mentre la comunità ebraica ballava per le strade, i rivoltosi marciarono sul centro commerciale di Gerusalemme, saccheggiarono negozi, aggredendo passanti.
Nella Guerra d’Indipendenza che seguì, Herzog combatté per il controllo della strada da Tel Aviv a Gerusalemme, dove centomila ebrei erano assediati. Il suo battaglione contribuì a costruire un percorso alternativo, la cosiddetta Burma Road, che ruppe l’assedio e permise i rifornimenti. Si ritirò dall’esercito nel 1962 con il grado di maggiore generale.
Nel 1975 per il futuro presidente iniziò la carriera da ambasciatore all’Onu e si dovette subito confrontare con la risoluzione 3379. Un provvedimento messo in piedi dall’Unione Sovietica dopo la Guerra dei Sei Giorni per consolidare le alleanze con i paesi arabi e non allineati: il sionismo, vi si sosteneva, era una forma di razzismo. Tra i suoi sostenitori più accesi c’era Idi Amin, il dittatore ugandese che tre anni prima aveva espulso dal suo paese tra i cinquanta e gli ottantamila cittadini di origine indiana.
La risoluzione passò. L’ambasciatore Herzog non poté impedirlo, ma il suo discorso e lo strappo simbolico davanti alle telecamere, restarono nella memoria come uno dei momenti più lucidi della diplomazia israeliana del Novecento. Dal podio accusò i promotori della risoluzione di essere mossi da odio e ignoranza, «i due grandi mali che minacciano la società e la comunità delle nazioni». La risoluzione fu ritirata nel 1991.
Rientrato in Israele, Herzog fu scelto nel 1983 per la presidenza dello Stato ebraico, carica che ricopri fino al 1993. Chi oggi lo definisce genocida appartiene, per eredità ideologica, alla stessa tradizione di chi sessant’anni fa portò all’Onu la risoluzione che equiparava il sionismo al razzismo, sottolinea Aish. «Herzog ha trascorso la sua vita combattendo quell’odio con i fatti, il coraggio e un incrollabile senso di orgoglio ebraico. Il minimo che possiamo fare è rifiutarci di lasciare che riscrivano la sua storia», conclude la testata ebraica.
A Dublino, per ora, il parco porta ancora il suo nome.