EBRAISMO – I 90 anni del World Jewish Congress
Era l’agosto del 1932, e Nahum Goldmann cercava le parole giuste per spiegare perché il mondo ebraico avesse bisogno di un’istituzione del tutto nuova: un parlamento democratico della diaspora, eletto dal basso, capace di parlare in nome degli ebrei a governi e nazioni. «Stabilire l’indirizzo permanente del popolo ebraico», disse. Quattro anni dopo, a Ginevra, quell’idea diventò realtà. Questa settimana, nella stessa città, il World Jewish Congress celebra il 90enismo anniversario della sua fondazione con una serie di incontri su antisemitismo, estremismo e sicurezza delle comunità ebraiche nel mondo.
La cerimonia inaugurale di domenica sera ha riunito al tavolo diplomatici, rappresentanti comunitari da ogni continente e il presidente della Confederazione svizzera Guy Parmelin, che ha ricordato il ruolo storico di Ginevra come capitale della diplomazia internazionale. «È un onore celebrare questo giubileo qui, dove tutto è cominciato», ha sottolineato Parmelin. Ronald Lauder, attuale presidente del Wjc, sottolineando l’attuale periodo complicato per il mondo ebraico: «Novant’anni dopo la fondazione del World Jewish Congress in questa città, le comunità ebraiche si trovano nuovamente a fronteggiare odio crescente, estremismo e profonda incertezza». Per l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane era presente il vicepresidente Milo Hasbani, che ha descritto un’atmosfera di grande partecipazione e i temi dominanti: «L’identità ebraica, la nostra dignità, il sostegno a Israele e il vivere pienamente il nostro ebraismo».
Ginevra, agosto 1936
Il World Jewish Congress nacque in risposta all’ascesa del nazismo e alla progressiva esclusione degli ebrei dalla vita civile europea. La prima assemblea si riunì a Ginevra dall’8 al 15 agosto 1936, con 230 delegati in rappresentanza di 32 paesi. Era la prima volta nella storia moderna che il popolo ebraico si dotava di una rappresentanza globale fondata sul voto. Stephen S. Wise, rabbino di New York e presidente dell’American Jewish Congress fu nominato presidente esecutivo mentre Goldmann fu scelto per guidare il comitato amministrativo. Il quartier generale venne fissato a Parigi, con un ufficio di collegamento alla Società delle Nazioni a Ginevra, affidato a un giovane giurista svizzero, Paul Guggenheim, e al suo segretario, Gerhart Riegner.
Il telegramma che il mondo non volle leggere
Quando nell’estate del 1940 quasi tutta l’Europa occidentale era caduta sotto l’occupazione nazista, il Wjc spostò la propria sede a New York. A Ginevra restò però l’ufficio di collegamento, con Riegner a presidiarlo. Fu da lì che, l’8 agosto 1942, partì un telegramma indirizzato al viceconsole americano a Ginevra, nel quale Riegner riferiva di un piano discusso al quartier generale del Führer per sterminare tutti gli ebrei dei territori controllati dalla Germania attraverso deportazioni di massa. Riegner avvertiva il mondo della “soluzione finale”. L’informazione proveniva da un industriale tedesco, Eduard Schulte, che aveva rischiato la vita per farla arrivare fuori dalla Germania. Il Dipartimento di Stato americano la definì «una voce infondata, alimentata dall’ansia degli ebrei». Il Foreign Office britannico si rifiutò di trasmetterla. Solo il 25 novembre 1942 il Wjc ottenne il permesso di renderla pubblica.
Nell’agosto del 1944, Leon Kubowitzki, responsabile del dipartimento di salvataggio degli ebrei europei per il Wjc, trasmise al Dipartimento della Guerra americano una richiesta di bombardare i binari ferroviari e le camere a gas di Auschwitz. Il sottosegretario John J. McCloy rispose cinque giorni dopo: l’operazione avrebbe richiesto una diversione di risorse aeree troppo significativa «e sarebbe in ogni caso di efficacia così dubbia da non giustificare l’impiego dei nostri mezzi».
Non tutti gli appelli rimasero inascoltati. Il Dipartimento del Tesoro americano, contro l’opposizione del Dipartimento di Stato, concesse al Wjc di trasferire fondi in Europa per operazioni di soccorso: quei soldi permisero di mettere in salvo in Svizzera 1.350 bambini ebrei dai territori occupati dai nazifascisti.
La campagna per gli ebrei dell’Urss e contro le banche svizzere
Finita la guerra, il Wjc si trasformò in uno strumento di pressione diplomatica su scala globale. Negoziò con Konrad Adenauer, il cancelliere che guidava la neonata Repubblica Federale Tedesca, le riparazioni per le vittime della persecuzione nazista.
Per decenni il Congresso si impegnò nella battaglia per gli ebrei sovietici: milioni di persone a cui il regime comunista negava il diritto all’emigrazione, alla pratica religiosa, all’insegnamento dell’ebraico. Il motto della campagna era: Let my people go. «Non avete scelta: dovete liberare gli ebrei sovietici», disse Ronald Reagan a Mikhail Gorbaciov, il leader sovietico che aveva avviato la stagione delle riforme, durante la sua prima visita di stato negli Stati Uniti nel 1987. Nel 1989, le organizzazioni ebraiche dell’Urss ottennero il permesso di affiliarsi al Wjc. Due anni dopo, a Gerusalemme, delegati eletti direttamente dall’Unione Sovietica sedevano per la prima volta a un’assemblea plenaria dell’organizzazione.
A metà degli anni Novanta, sotto la guida di Edgar Bronfman, il Wjc avviò un’azione legale contro le principali banche elvetiche, accusandole di aver trattenuto per decenni i conti correnti aperti da ebrei poi sterminati nei lager nazisti, rifiutando le richieste degli eredi con la giustificazione della mancanza di certificati di morte. Nel 1998, dopo anni di pressioni, udienze al Senato americano e una commissione indipendente guidata dall’ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker, le banche svizzere accettarono di versare 1,25 miliardi di dollari.
Novant’anni dopo
Il programma per il novantesimo anniversario riflette le preoccupazioni del momento: l’antisemitismo è una minaccia globale, alimentata da estremismi di segno diverso e da un clima internazionale in cui Israele viene «preso di mira, ancora e ancora», ha sottolineato Chella Safra, presidente del Consiglio di Governance del Wjc. «La responsabilità di questa organizzazione di unire, difendere e rappresentare il popolo ebraico sulla scena internazionale, rimane oggi tanto vitale quanto lo era nel 1936» ha concluso il presidente del Wjc Lauder.
d.r.