UE– Sanzioni contro estremisti israeliani e vertici di Hamas. Gerusalemme: «Parallelismo indegno»
I ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno raggiunto lunedì un accordo politico su nuove sanzioni contro «coloni violenti in Cisgiordania», riferiscono i media internazionali. Le sanzioni riguardano quattro organizzazioni e tre individui privati israeliani; nella stessa giornata sono state decise sanzioni anche contro dieci alti funzionari di Hamas. «I ministri degli Esteri dell’Ue hanno approvato le sanzioni contro coloni israeliani a seguito delle violenze contro i palestinesi», ha dichiarato l’Alta rappresentante per la politica estera Ue Kaja Kallas. «È tempo di uscire dall’impasse. Estremismo e violenza hanno conseguenze». Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha parlato di «atti gravi e minacciosi» che «devono cessare immediatamente», aggiungendo che le sanzioni contro i vertici di Hamas riguardano «i responsabili del peggior massacro antisemita dalla Shoah», un’organizzazione che «deve essere disarmata ed esclusa da qualsiasi partecipazione al futuro della Palestina».
La reazione israeliana è arrivata dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar. «Israele respinge con fermezza la decisione di imporre sanzioni contro cittadini e organizzazioni israeliane», ha commentato il ministro. «L’Unione europea ha scelto, in modo arbitrario e politico, di sanzionare cittadini ed enti israeliani per le loro posizioni politiche e senza alcun fondamento». Sa’ar ha definito «indegno» il parallelismo tra israeliani e terroristi di Hamas: «È un confronto completamente distorto dal punto di vista morale». Secondo diplomatici israeliani, citati da ynet, la decisione europea riflette una crescente irritazione per diversi sviluppi recenti: la violenza di estremisti israeliani in Cisgiordania, la legislazione sulla pena di morte per i terroristi e l’espansione degli insediamenti. «Si tratta di uno sviluppo molto negativo», hanno osservato alcuni diplomatici israeliani a ynet. «Significa che si ritiene legittimo imporre sanzioni contro Israele. Ed è molto grave che ciò venga collegato agli insediamenti».
Il fronte libanese
A Gerusalemme, intanto, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione di sicurezza nel suo ufficio, in vista dei colloqui diretti tra Israele e Libano previsti a Washington nel corso della settimana e dopo che il presidente Usa Donald Trump ha respinto la risposta dell’Iran alla sua proposta di cessate il fuoco. La tregua in vigore da metà aprile si è in gran parte deteriorato, sottolinea l’emittente Kan, anche se continua a tenere. Almeno con il regime iraniano, perché sul fronte libanese i combattimenti si susseguono: nel fine settimana un drone di Hezbollah ha ucciso nel nord di Israele il maresciallo riservista Alexander Glovanyov, 47 anni, originario di Petah Tikva. Le Idf hanno risposto, ordinando l’evacuazione per nove villaggi nel Libano meridionale in vista di nuovi attacchi aerei contro il gruppo terroristico. «Alla luce delle violazioni dell’accordo di cessate il fuoco da parte dell’organizzazione terroristica Hezbollah, le Idf sono costrette ad agire con forza», ha dichiarato il portavoce dell’esercito, il colonnello Avichay Adraee.
In settimana è previsto l’incontro a Washington tra la diplomazia israeliana e libanese, e il primo ministro libanese Nawaf Salam ha ribadito la posizione di Beirut in un’intervista alla testata saudita Al Arabiya. «Noi sosteniamo la pace, ma questa pace ha delle condizioni», ha dichiarato, definendo i colloqui in corso come preliminari. Le richieste del Libano restano invariate: cessate il fuoco, ritiro completo israeliano dal territorio libanese e rilascio dei prigionieri libanesi. «Dopo che le nostre richieste saranno soddisfatte, siamo aperti a discutere le condizioni per la pace all’interno di un più ampio quadro arabo», ha aggiunto. Salam ha riconosciuto che Hezbollah si oppone ai negoziati, ricordando però che il Libano aveva già avviato colloqui con Israele nel 1983.