ANTISEMITISMO – Confutarlo non serve, smascherarlo sì
«Convinti di aver capito la lezione che viene dal passato, non credevamo che i nostri figli avrebbero vissuto la contemporaneità di un pogrom, con i tagliagole che attaccano di notte per uccidere uomini, donne e bambini inermi, colpevoli soltanto di essere ebrei e per questo giustiziati come portatori di una colpa perenne, inestinguibile. Nel 2023 sembra di sentire le voci dei lamenti e dei racconti in yiddish testimoniati nella letteratura dell’Europa centrorientale, con la storia che non impara da se stessa… e il male che riemerge da ogni sconfitta, pronto a contendere il destino dell’umanità. Ma è inutile negare che nel massacro programmato dai terroristi di Hamas abbiamo intravisto – in diverse proporzioni e in tutt’altro contesto – la stessa scintilla dell’Olocausto con l’ebreo da annientare come perpetua e suprema missione, fuori dal tempo e indifferente allo spazio dove si compie».
Queste tristi e verissime considerazioni sono tratte da una delle due prefazioni di Ezio Mauro a un libro di straordinario interesse storico, consistente nell’edizione italiana di un testo di Hermann Bahr (pubblicato, nell’ dizione originaria, a Berlino, nel 1894: Der Antisemitismus. Ein Internationales Interview): Antisemitismo. Un’intervista internazionale, traduzione di Eri Battaglia, Prefazione di Ezio Mauro, con un saggio di Konstanze Fliedl (Giuntina, 2024, pagine 232, 20 euro).
L’autore (noto scrittore, commediografo e critico teatrale), mosso evidentemente da un grande turbamento nei confronti di questo spettro che oscurava l’Europa dei suoi tempi (esattamente, ed è questo il dato sconfortante, come oscura quella di oggi) si impegnò nell’impresa di interrogare (a volte di persona, altre per via epistolare) molti tra i più noti intellettuali del suo tempo, chiedendo il loro parere sulla realtà di questo funesto, apparentemente inestirpabile fenomeno. Le persone da lui intervistate sono 38, tutti protagonisti della cultura tedesca di fine Ottocento, anche se spesso i loro nomi non sono più ricordati, almeno in Italia.
L’introduzione alla Intervista di Bahr si chiude con queste parole: «Io dunque non “confuterò” in alcun modo l’antisemitismo, cosa che è stata fatta mille volte ed è sempre vana. Chiedo semplicemente con quali sentimenti persone istruite di diverse nazioni si pongano nei confronti di questo spettro che si aggira tra i popoli, e che risposte ne traggano. Forse in futuro questo risulterà essere un curioso documento sulla condizione dello spirito umano nel 1893».
Tra le risposte pervenute, diverse si segnalano per un assoluto “negazionismo” dell’antisemitismo, quando non per una sua aperta giustificazione. È il caso del noto astronomo Wilhelm Foerster, che invia a Bahr questa desolante lettera: «Le sobillazioni e le esagerazioni antisemite peccano soprattutto nell’insultare e opprimere indistintamente innocenti e colpevoli. Ma la cura di questa patologia del giudizio di massa non va cercata in parole di condanna, bensì in un risanamento della situazione sempre più insostenibile di lavoro e finanza. Di questa condizione non sono assolutamente responsabili solo gli ebrei, ma nei Paesi tedeschi e slavi essi hanno una parte rilevante di responsabilità per la miseria e le pene che ne derivano. È in primo luogo obbligo dei molti ebrei dallo spirito nobile collaborare con decisione e forza di volontà a una ragionevole riorganizzazione della nostra situazione economica. Fa piacere vedere quanto lo abbiano compreso e siano all’opera con abnegazione».
Un ragionamento ripugnante, che, sostituendo al riferimento alla «situazione economica » quello al «genocidio palestinese », sentiamo ripetere oggi moltissime volte, anche da molti ebrei. Ma, accanto a queste bestialità, non mancano, nella raccolta, analisi di notevole profondità e interesse, pervase da sincera angoscia per il dilagare del morbo antisemita.
È il caso, per esempio, del grande storico e filologo Theodor Mommsen, che all’accorata richiesta di Bahr – «Noi contiamo molto sulle sue parole, sul loro aiuto e il loro effetto purificatorio» – così risponde: «Lei s’inganna, se pensa che io possa mettere un po’ d’ordine nella questione. S’inganna, se pensa che con la ragione si possa ottenere qualcosa. Un tempo ci credevo anch’io, e ho protestato con forza e di continuo contro la mostruosa vergogna dell’antisemitismo. Ma non serve a nulla. È tutto inutile. Ciò che io posso dire, ciò che in genere si può dire riguardo a queste cose sono sempre ragioni, argomenti logici e morali. Ma nessun antisemita vi porge ascolto. Essi ascoltano solo il loro odio e la loro invidia, i loro istinti più biechi. Per loro, tutto il resto è indifferente. Sono sordi alla ragione, alla giustizia e all’etica. Non si può agire su di loro. L’antisemitismo », continua, «non si può confutare, così come non si può confutare una malattia. Bisogna aspettare con pazienza, fino a che la natura basilarmente sana del popolo ritrovi se stessa ed elimini la sua parte guasta». Parole di angosciante attualità. Cosa direbbe, oggi, Mommsen? Immagino che il suo pessimismo non sarebbe certo cambiato, anzi, il quasi secolo e mezzo trascorso da allora a oggi non avrebbe potuto che rafforzarlo. Ma direbbe ancora che bisogna «aspettare»? E fino a quando? E crederebbe ancora che ci sia una «natura basilarmente sana del popolo »? E dove si nasconde, dove sta? Di quale «popolo» parla?
Una differenza fondamentale tra quei tempi e quelli di oggi, è che, alla fine dell’Ottocento, non c’era nessuna vergogna a dirsi antisemiti. Era un pensiero come tanti, molti lo esibivano con orgoglio, e ne traevano alimento di fama e successo (basti pensare a Richard Wagner). Oggi no, gli antisemiti vestono le subdole vesti di amici della pace, dei deboli, degli oppressi, finanche degli ebrei. Si mostrano tutt’altro che sordi alla «ragione, alla giustizia e all’etica». Si autoproclamano i paladini di tutti i migliori valori umani. Ragione, etica e giustizia, le loro, avariate, tossiche, certo, ma spacciate per vere. A volte, e non di rado, sono ebrei essi stessi.
Mi viene da rimpiangere i tempi del 1893, quando le cose, e le persone, si potevano chiamare col loro nome. Cogliamo, però, l’appello di Mommsen e di Bahr. Inutile perdere tempo a «confutare » l’antisemitismo. Non solo è una perdita di tempo, ma significa legittimarlo. Occorre solo smascherarlo (cosa facilissima) e combatterlo (cosa molto più difficile).
Francesco Lucrezi, storico
(Nell’immagine, a sinistra Hermann Bahr e a destra Theodor Mommsen)