MILANO – “Tehom”, scatti dall’abisso di Auschwitz al Memoriale della Shoah

Un vialetto deserto tra i blocchi di mattoni di Auschwitz, tre alberi alti e spogli che si perdono nella nebbia. Un vagone merci arrugginito sotto un cielo carico di nuvole. Una ragnatela appesa al filo spinato, carica di rugiada. L’interno di una baracca di Birkenau, con le cuccette di legno che si moltiplicano verso il fondo come in un incubo senza uscita. Sono immagini silenziose, quasi sospese nel tempo. Non mostrano corpi, non mostrano violenza, eppure pesano. Sono le fotografie di Tehom, la mostra personale dell’artista greca Renée Revah, visitabile dal 14 maggio al 6 settembre 2026 al Memoriale della Shoah di Milano.
“Tehom” è una parola ebraica biblica che significa “profondità primordiale”. «Avevo un bisogno molto profondo di raccontare», spiega Revah a Pagine Ebraiche. «Sono cresciuta con il dramma della Shoah. Mio nonno era l’unico sopravvissuto della sua famiglia: durante la guerra si nascose ad Atene, mentre il resto dei suoi parenti venne deportato da Salonicco, allora fiorente comunità ebraica, nei campi di concentramento nazisti».
Il nonno Albert Revah è una presenza che attraversa l’intera mostra. La nipote non l’ha conosciuto di persona, è morto quando era piccola, ma a trasmetterne le storie fu la nonna Zofia. «Uno dei ricordi più forti che ho è il ritratto di mio nonno nel suo ufficio», racconta Revah. «Da bambina lo osservavo continuamente, cercando di immaginare come potesse essersi sentito quando aveva scoperto di aver perso tutta la sua famiglia». La nonna le raccontò che un amico tornato dai campi aveva detto ad Albert: “Non aspettare più la tua famiglia. Sono stati tutti sterminati”. «Mio nonno tornò allora nel suo piccolo appartamento, uscì sul balcone e rimase lì seduto per un’intera settimana. Non mangiò, non bevve acqua. Restò semplicemente seduto su una sedia. Quando rientrò in casa, i suoi capelli erano diventati completamente bianchi». È un’immagine che Revah porta dentro di sé: «Lui che esce con i capelli neri e rientra con i capelli bianchi. È una delle rappresentazioni più forti del trauma che porto dentro di me».
Nata ad Atene, Revah si è formata inizialmente come attrice prima di dedicarsi alla fotografia, studiando alla Focus School of Photography e approfondendo la propria ricerca attraverso seminari con Platon Rivellis e Simon Norfolk. Dal 2016 la fotografia subacquea è al centro della sua pratica. Tehom è stato presentato nel 2024 al Benaki Museum di Atene e nel 2025 alla Villa Kapantzi (MIET). La tappa milanese al Memoriale della Shoah rappresenta una nuova apertura del progetto al pubblico europeo. «Questa mostra ha un pregio fondamentale: è notevole a livello tecnico, ma soprattutto dal punto di vista del contenuto», afferma Roberto Jarach, presidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano. «Potrà essere apprezzata non solo dagli addetti ai lavori, ma soprattutto da chi opera nel campo della didattica della Shoah».
Per la storia della sua famiglia, Revah ha ottenuto un permesso speciale che le ha consentito di muoversi da sola dentro Auschwitz-Birkenau, anche di notte. «La prima volta che entrai a Birkenau erano le quattro del mattino. C’era una nebbia molto fitta e io ero completamente sola». In quelle ore fu soprattutto la natura a permetterle di sostenere emotivamente il peso del luogo. «Pensavo che la natura fosse l’unico testimone ancora vivo di ciò che era successo lì. C’era una contraddizione enorme tra l’orrore di ciò che era accaduto e la bellezza di alberi. Ed è stata proprio questa contraddizione a permettermi di creare immagini vuote di esseri umani». Durante il viaggio ad Auschwitz la fotografa racconta di aver instaurato un dialogo a distanza con il nonno: «Gli scrivevo ogni giorno e gli spiegavo: “Io sono qui adesso. Sto visitando i luoghi che tu non hai mai potuto sopportare di visitare”».
Al centro della mostra ritorna continuamente un tessuto bianco lavorato a maglia, appartenuto alla famiglia dell’artista. La madre le aveva consegnato una vecchia valigia con alcuni tessuti conservati dagli anni Quaranta. «Era l’unica cosa materiale che avevo per entrare in contatto con la storia della mia famiglia». Quel tessuto è diventato una presenza parte dell’intero progetto fotografico: posato sui binari, immerso nei laghi vicini al lager, sospeso nello spazio espositivo insieme ad altri cinque grandi tessuti in cotone traslucido con immagini subacquee.
L’acqua occupa un ruolo centrale in Tehom. «Per me simboleggia la catarsi», spiega Revah. «Prendevo questi tessuti e li lasciavo affondare nell’acqua scura di un lago. Li osservavo scomparire lentamente e poi li recuperavo dal fondo». Solo in seguito scoprirà che nei laghi attorno a Birkenau e nel fiume Vistola venivano disperse le ceneri delle vittime. «Tutto improvvisamente si collegò». Per Revah l’acqua è soprattutto catarsi, «una parola greca che ha a che fare con la guarigione e il perdono».
La mostra, curata da Costis Antoniades, professore emerito di fotografia presso l’Università dell’Attica Occidentale, si compone di 33 fotografie in bianco e nero e a colori, testi personali dell’artista indirizzati al nonno presentati su tessuto, una proiezione video centrale con l’interno di un vagone ferroviario e ritratti di deportati, cinque tessuti sospesi in cotone traslucido con immagini subacquee, materiale d’archivio e due sale con interviste video. La colonna sonora originale è firmata da Michalis Siganidis.
Per Revah affida il messaggio della mostra va oltre la memoria storica e tocca il presente. «Questi temi sono ancora profondamente attuali», sottolinea. «Se guardiamo ciò che succede nel mondo, vediamo che la violenza continua. Credo sia molto importante capire che dobbiamo prenderci cura dei nostri traumi e non trasmetterli alle generazioni successive. Se non affrontiamo i nostri drammi, continuiamo a passarli ai figli e ai nipoti, che saranno costretti a guarire ferite che non appartengono direttamente a loro. E questo produce ancora più violenza». E conclude: «Questo è il mio bisogno più profondo: comunicare l’importanza della guarigione». 

d.r.