SALONE DEL LIBRO – La politica non è un laboratorio asettico
«Come stai?» è la domanda da cui parte Gabriele Segre, direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre, nel suo saggio La fine della fine della storia (Bollati Boringhieri). Non è una domanda retorica: è il filo che attraversa l’intero libro, dalla condizione individuale a quella collettiva. Quel «Bene, grazie» che ripetiamo per abitudine nasconde qualcosa di più profondo: non stiamo descrivendo il presente, stiamo cercando di convincerci che il futuro sarà sotto controllo. «Mentre la ascoltiamo», scrive Segre, «il nostro cervello la trasforma in “Come starò?”. Ed è lì che ci blocchiamo incapaci di immaginare una conseguenza certa».
È un’ansia che non nasce dal nulla: ha una storia, e una data di inizio precisa. La prima «fine» del titolo è quella raccontata da Francis Fukuyama nel 1992: la vittoria delle democrazie liberali nella Guerra Fredda, l’illusione di un mondo pacificato in cui la storia avesse smesso di muoversi. La seconda è la fine di quell’illusione: la pandemia, la guerra in Ucraina, il 7 ottobre 2023 hanno sancito il capolinea di quell’epoca. Ma la vera «fine della fine» non è geopolitica, è psicologica. «La storia ha continuato a muoversi, mentre le nostre categorie restavano ferme». Ci siamo ritrovati senza strumenti per interpretare ciò che stava accadendo. «Avevamo puntato tutto su un universo che ritenevamo controllabile», scrive Segre. «I dati avrebbero domato l’imprevisto; il mercato e l’economia ci avrebbero guidati verso il benessere; il diritto e il multilateralismo avrebbero garantito la stabilità dell’ordine globale». Ci siamo risvegliati invece su un pianeta in cui i dati servono soprattutto a venderci oggetti, l’economia è diventata un animale imbizzarrito e il diritto viene quotidianamente calpestato in un mondo sempre più multipolare e violento. La politica, nel frattempo, ha abdicato al suo ruolo creativo, trasformandosi in pura amministrazione dell’esistente.
Citando Hannah Arendt, Segre ricorda che già decenni fa la filosofa metteva in guardia dall’illusione di poter risolvere i problemi sociali con strumenti tecnici e scientifici, «al di fuori del quadro delle riflessioni politiche». Un’illusione che si è rivelata costosa. «A un certo punto abbiamo iniziato a trattare la politica come un laboratorio sperimentale, asettico e sottovuoto, in cui avvengono reazioni puramente meccaniche di causa ed effetto». Il risultato è una politica che somiglia ai disegni generati dall’intelligenza artificiale: «apparentemente sembrano adatti allo scopo, ma a uno sguardo più attento rivelano uno stile che non ha nulla di personale, e magari errori marchiani come mani con sei dita».
Segre introduce poi il concetto della negazione del lutto. Citando Jacques Derrida, ricorda che il crollo del Muro di Berlino ha segnato l’inizio di «un’epoca malinconica», in cui l’Occidente non ha saputo elaborare la perdita del mondo che l’aveva preceduto. Il risultato è una politica divisa tra chi «sogna di tornare a prima della fine della fine della storia» e forze che al contrario «si percepiscono come artefici del mondo nuovo che sta nascendo», convinte di poter interpretare il cambiamento come un’opportunità. In entrambi i casi, il dolore dei cittadini resta senza risposta. Il libro si chiude con una parola: speranza. Non l’ottimismo del Candido di Voltaire, convinto che tutto andrà per il meglio. Qualcosa di più arduo. «La speranza non coincide con il cieco ottimismo», precisa Segre: è collettiva per definizione, perché «nasce dalla somma dei nostri vissuti». E spetta alla politica trasformarla da fatto privato in bene condiviso. La risposta alla domanda con cui si apre il libro, alla fine, è semplice e senza scorciatoie: «Io, come voi, non sto bene, ma spero».