USA – 250 anni di indipendenza nel segno dello shabbat

«Invito tutti gli americani a celebrare la propria fede e libertà nel corso di quest’anno, durante questo mese e in particolare durante lo shabbat, per festeggiare il nostro 250° anniversario». Per la prima volta nella storia, un presidente degli Stati Uniti ha invitato pubblicamente i propri cittadini a osservare il sabato come giorno di riposo. Donald Trump lo ha fatto il 4 maggio, firmando la proclamazione del Mese del Patrimonio Ebraico-Americano. Dal tramonto del 15 maggio fino alla sera del 16, lo “shabbat nazionale” si è inserito nelle celebrazioni per i 250 anni dell’indipendenza americana. «Questa giornata renderà omaggio alla sacra tradizione ebraica di riservare tempo al riposo, alla riflessione e alla gratitudine verso l’Onnipotente», si legge nella nota del presidente Usa. «Sebbene questo incoraggiamento presidenziale all’osservanza dello shabbat sia una novità assoluta, gli ebrei osservano la santità del settimo giorno sin dalla nascita della Repubblica americana. E questa dedizione alla fede ha contribuito a spingere tutti gli americani a vivere all’altezza degli ideali fondatori della nazione», commenta sulla testata ebraica Aish il rabbino Stuart Halpern, vicedirettore del centro studi Straus Center della Yeshiva University di New York.

La difesa del riposo sabbatico
Halpern riporta l’orologio del tempo al 1793, ricostruendo il primo caso che lega ebraismo e libertà religiosa negli Stati Uniti. Nell’aprile di quell’anno, Jonas Phillips fu convocato come testimone in un’aula di tribunale di Filadelfia. Era sabato, e Phillips, commerciante, veterano della Guerra d’Indipendenza ed ebreo praticante, si rifiutò di prestare giuramento. Il tribunale lo sanzionò con una multa di dieci sterline. La controparte rinunciò però alla sua testimonianza, citando il tema dello shabbat, e così la multa fu annullata. La vicenda, nota come Stansbury contro Marks, è considerata dal giudice Michael McConnell, direttore dello Stanford Constitutional Law Center, «il primo caso documentato che solleva questioni di libero esercizio religioso dopo l’adozione del Primo Emendamento».
Il nipote di Phillips, Mordecai Manuel Noah (1785-1851), fu il primo ebreo a ricoprire un incarico diplomatico di alto livello negli Stati Uniti, come console a Tunisi tra il 1813 e il 1815. In una riflessione sullo shabbat, Noah sottolineò come «l’osservanza dei precetti religiosi che ci rendono un popolo distinto sono le guide sicure alla preservazione della nostra fede». In altri testi, citati da rav Halpern, il diplomatico ebreo descrisse il sabato come un esempio di come Dio venga adorato «non con le grida del fanatismo, né con le penitenze dell’autorità temporale, ma come un Dio giusto e retto».

La Guerra Civile e il rispetto del sabato
Quasi settant’anni dopo, durante la Guerra Civile (1861-1865), un altro episodio mostrò come la questione dello shabbat si intrecciasse con l’idea americana di libertà religiosa. Nel 1862 Bernhard Behrend scrisse al presidente Abraham Lincoln chiedendo che il figlio, arruolato nell’esercito unionista, potesse osservare il sabato. Lincoln aveva raccomandato ai soldati di rispettare la «domenica cristiana»: nella missiva Behrend gli ricordò che «il popolo degli Stati Uniti non è un popolo cristiano, ma un popolo libero e sovrano con uguali diritti». Lincoln non rispose alla lettera, ma in seguito emise un ordine generale che permetteva ai soldati ebrei di ottenere licenze durante le loro festività religiose.

La maledizione di Koufax
Anche lo sport americano ha avuto i suoi esempi di intreccio tra rispetto dei precetti e competizione. Il 10 settembre del 1934 Hank Greenberg, prima base dei Detroit Tigers e futura icona della Baseball Hall of Fame, si trovò a dover decidere se osservare Rosh HaShanah, il capodanno ebraico, o giocare una sfida cruciale contro i Boston Red Sox. Greenberg, cresciuto in una famiglia ebraica ortodossa, decise di giocare, segnò due fuoricampo compreso quello decisivo al nono inning, e i Tigers vinsero 2-1. «Spero di aver fatto la cosa giusta», dichiarò in seguito. «Forse non avrei dovuto giocare. È un giorno sacro. Ma pensavo alla squadra e non me la sentivo di abbandonarla. Ce l’ho sulla coscienza». Nove giorni dopo per l’altra sfida chiave contro i New York Yankees, Greenberg non scese in campo. La partita coincideva con lo Yom Kippur e il giocatore si recò in sinagoga e non vide i suoi compagni perdere. Tifosi e stampa capirono la scelta: il poeta e giornalista Edgar A. Guest sul Detroit Free Press pubblicò una poesia in onore di Greenberg alla vigilia della partita contro gli Yankess: «Oggi perderemo la partita! Ci mancherà in campo e ci mancherà in battuta. Ma è fedele alla sua religione, e lo rispetto per questo».
Trent’anni dopo, nel 1965, Sandy Koufax, stella dei Los Angeles Dodgers, non partecipò a gara uno delle World Series perché cadeva di Yom Kippur. Koufax per tutta la carriera non giocò mai nei giorni delle solennità ebraiche e rimase nella memoria collettiva al punto che lo scrittore Armin Rosen coniò il termine “Koufax Curse”, la maledizione di Koufax: ironica teorica secondo cui i giocatori ebrei che scelgono di giocare durante la festività ebraiche finiscono per rendere male in campo.

Il senatore Lieberman
Uno dei personaggi più noti del Novecento Usa a intrecciare vita pubblica e osservanza dello shabbat è stato Joseph Lieberman, per 24 anni senatore democratico del Connecticut e candidato alla vicepresidenza Usa nel 2000, quando mancò la Casa Bianca per 537 voti.
Nel 1971, quando Lieberman era senatore statale del Connecticut, si sarebbe dovuta tenere la sera di venerdì una votazione cruciale sul bilancio. Il capogruppo di maggioranza Ed Caldwell, noto come Butch, decise di rinviare il voto a dopo il tramonto per permettere al collega di partecipare. Il giornale locale titolò il giorno dopo: “Butch Caldwell e il ragazzo del Tramonto”.
Nel corso degli anni Lieberman citò più volte lo shabbat come modello per una società migliore. Nel 2011 pubblicò The Gift of Rest, dedicato alla bellezza del giorno di riposo nell’era digitale. «Ogni generazione ha il suo faraone e i suoi schiavisti, plasmati dalla cultura del tempo», scrisse. «Il nostro faraone potrebbero essere i dispositivi elettronici che ci ipnotizzano, dominando ore e ore della nostra vita. Da tutto questo, lo shabbat ci offre di liberarci per ventiquattr’ore». E ancora: «Lo scopo dello shabbat non è ricaricare le nostre batterie per poter lavorare di più, ma ricaricare le nostre anime per poter vivere meglio».
È proprio questa continuità tra fede e vita pubblica che rav Halpern individua come filo conduttore della storia ebraico-americana. «La recente proclamazione del presidente Trump sullo shabbat, pur essendo indubbiamente storica, si inserisce in una grande tradizione americana di rispetto, accoglienza e celebrazione del settimo giorno come fonte di elevazione spirituale», conclude Halpern su Aish.