IRAN – L’analista Beni Sabti a Milano: «Il regime sta gestendo il collasso»

Mentre a Doha i negoziatori iraniani siedono al tavolo con gli americani e i media internazionali scrivono di un accordo «largamente negoziato», Beni Sabti scuote la testa. «Ogni ora cambia qualcosa. Non credo a un’intesa vera». Ricercatore senior all’INSS, l’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, nato a Teheran negli anni Settanta e fuggito a piedi con la famiglia nel 1987, Sabti è in Italia per un briefing con la stampa organizzato dall’Europe Israel Press Association. L’incontro si tiene al Pirellone, sede della Regione Lombardia, con il sostegno di Forza Italia e dell’Associazione Italia-Israele di Milano. Il Circolo dei Giornalisti Lombardi e l’Associazione Stampa Estera, spiegano gli organizzatori, pur avendo inizialmente dato disponibilità, hanno poi fatto retromarcia.

Sul negoziato: «Vogliono solo congelare lo Stretto di Hormuz»
Sul memorandum d’intesa che Trump nel weekend ha annunciato come un accordo di «pace largamente negoziato», Sabti è scettico. «Il regime non vuole trattare il nucleare, i missili, il terrorismo, i proxy. Vogliono soltanto congelare la situazione sullo Stretto di Hormuz senza cedere nulla». Il problema di fondo, prosegue l’analista, non è l’Iran. «Il fattore più importante è l’incoerenza americana». Trump ha cambiato le proprie decisioni più volte nel corso del conflitto, «ha bloccato operazioni israeliane, non ha rispettato i manuali operativi che prevedono il controllo dello Stretto di Hormuz in caso di crisi nel Golfo». Risultato: i paesi del Golfo, Qatar, Oman, Arabia Saudita, stanno cercando riparo nell’accordo con Teheran, non perché sostengano il regime, ma perché non si fidano più di Washington. «È come il padrino. Quando hai un problema con il boss, alla fine gli porti dei soldi e speri che ti lasci in pace. L’Iran è diventato la mafia della regione».

Il regime è debole, non resiliente
La tesi di fondo di Sabti è controcorrente rispetto alla narrazione prevalente. «Quello che gli osservatori occidentali chiamano resilienza del regime è in realtà uno stadio avanzato della sua disintegrazione strutturale». Il regime ha smesso di funzionare come uno Stato che eroga servizi: si è trasformato in una forza militare-ideologica che si comporta da forza di occupazione nella propria terra. «Un regime forte non ha bisogno di massacrare i propri cittadini per restare al potere».
La prova più eloquente viene dai sondaggi interni al regime stesso, trapelati accidentalmente nell’autunno del 2025 da un sito governativo, analizzati da Sabti. «Il 92% degli iraniani è contro il regime. Non è un numero che puoi sostenere a lungo». Un secondo sondaggio, risalente a quattro anni fa, rivelava che il 75% degli iraniani nutre sentimenti positivi verso gli ebrei e che il 50% accetta l’esistenza di Israele. «Se lo dici in strada a Teheran, finisci in prigione». Lo slogan delle proteste, ripetuto dal 2009 a oggi, secondo l’analista israeliano riassume tutto: «Né Gaza, né Libano: solo Iran». «Se l’Iran fosse solo per gli iraniani, il Medio Oriente sarebbe un paradiso».

Gli errori della prima guerra
Durante l’amministrazione del presidente Usa Joe Biden, sostiene Sabti, il regime ha accelerato il programma nucleare, convinto di poter sopravvivere a qualsiasi pressione. E ha proseguito anche con il ritorno di Trump. «Era a poche settimane dalla bomba quando, nel giugno 2025, Israele e Stati Uniti hanno condotto l’attacco». La prima guerra si è conclusa in modo che l’esperto definisce «una sorpresa negativa»: Trump ha interrotto le operazioni prima di raggiungere obiettivi decisivi. Poi è arrivato il secondo attacco del febbraio 2026 e anche in questo caso «la linea Trump è stata discontinua». L’errore principale: le eliminazioni mirate dei generali dei pasdaran sono state bloccate dopo sole due settimane, su pressione americana. «Oggi il potere effettivo è concentrato in non più di dieci o quindici persone. Se le avessimo eliminate, saremmo in un posto completamente diverso». Tra queste figure, Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema, mai comparso in pubblico dopo l’attacco in cui è stato eliminato il padre, e il comandante dell’IRGC Vahid Haghanian, detto “Kalima”, rieletto il 25 maggio stesso alla presidenza del parlamento iraniano.
Sul programma nucleare, la valutazione di Sabti è più ottimistica di quanto i media trasmettano. Le infrastrutture colpite, Isfahan, Natanz, Fordow, non sono ricostruibili in tempi brevi. «Il programma è arretrato di almeno tre anni». Ma il fattore decisivo, insiste, non è infrastrutturale: è umano. Almeno 18 scienziati nucleari sono stati eliminati.

Terzo conflitto in arrivo
Nonostante tutto, un terzo round del conflitto è considerato probabile. Il regime ha tratto le proprie lezioni dall’ultima guerra: ha ripreso a ricostruire le infrastrutture missilistiche con modifiche tecniche, e ha aumentato i finanziamenti a Hezbollah da 750 milioni a oltre un miliardo di dollari annui, trasferendo il denaro attraverso intermediari in Turchia. «Hanno persino tentato di mandare 400 milioni di dollari a Hamas dopo la guerra. Il paese è in macerie e loro mandano soldi a Hamas. Come i nazisti negli ultimi giorni che continuavano a riempire i lager invece di rifornire il fronte».
Trump ha chiesto esplicitamente agli iraniani di restare a casa fino alla fine della guerra, bloccando psicologicamente la mobilitazione. Le proteste di dicembre e gennaio, che avevano portato 15 milioni di persone in piazza, si sono spente anche per questo, e perché il regime aveva chiuso internet per oltre 90 giorni consecutivi, durata senza precedenti nella storia della Repubblica Islamica. E sempre Trump ha pubblicamente definito Reza Pahlavi, l’unico nome che gli iraniani hanno scandito nelle proteste, «una persona debole». «È stato un danno enorme. Gli iraniani lo stavano ad ascoltare. Aspettavano che dicesse: adesso uscite».

La guerra ombra nelle piazze europee
Sulla presenza iraniana in Europa, Sabti spiega che il regime gestisce 16 organizzazioni di propaganda attive nel Vecchio Continente e il reclutamento non si limita alle comunità di immigrati mediorientali.
«Ero in Svezia. C’era un centro islamico a Stoccolma che gestiva un asilo gratuito per bambini svedesi. Sul loro canale Telegram c’erano foto di bambini biondi con le fasce di Hamas che cantavano canzoni per il gruppo». Era il 2024 e Sabti racconta di aver avvertito il ministero degli Esteri israeliano e svedese. Il centro è stato chiuso. «Ma immediatamente ne sono nati altri».
Il caso italiano è più capillare. «In Italia ci sono più di 400 centri islamici. Il numero esatto non lo conosce nessuno: molti operano come associazioni di beneficenza informali, gruppi di due o tre persone senza registrazione ufficiale». Sabti ha analizzato i canali Telegram di organizzazioni attive a Milano e in Italia: contenuti di radicalizzazione, spettacoli teatrali per bambini in cui il protagonista diventa martire. «L’ho vissuto anch’io. Avevo dieci anni. Mi hanno mandato a un campo estivo gratuito dell’IRGC. E in Iran, quando qualcosa è gratuito, devi essere molto sospettoso. Ho recitato lo stesso copione. Sono diventato shahid. Mi hanno messo del ketchup sulla camicia. Mia madre era furiosa per la camicia».
Il punto critico, afferma, è linguistico. I contenuti più radicali sono in farsi o in arabo. I governi europei non investono nelle capacità di monitoraggio necessarie. «Arafat parlava di pace in inglese e di jihad in arabo. Il regime fa lo stesso in persiano. Dovete capirli quando parlano nella loro lingua, non quando vi mostrano la faccia presentabile».

Netanyahu, troppo vicino a Trump
Sui rapporti tra Gerusalemme e Washington, Sabti non nasconde la sua preoccupazione. Israele, sottolinea, è un paese piccolo che si è legato troppo strettamente alle decisioni di un alleato imprevedibile come il presidente Trump, perdendo margini di autonomia operativa in momenti cruciali. «Quando sei troppo vicino al tuo alleato, rischi di fare quello che dice lui, non quello che dovresti fare tu». Il risultato concreto: operazioni bloccate, generali dell’IRGC lasciati in vita, finestre strategiche chiuse. «Netanyahu ha convinto Trump su molte cose. Ma Trump lo ha convinto su altre. E non sempre nel senso giusto».

«I boots on the ground ci sono già»
Alla domanda su chi potrebbe guidare un Iran post-regime, Sabti risponde che la questione della persona è secondaria rispetto a quella dei valori. Su Reza Pahlavi: «Non sono ossessionato da lui come individuo. Ma è l’unico nome che gli iraniani hanno gridato nelle proteste. Dobbiamo ascoltare il popolo». Sul modello di transizione: «Non servono soldati stranieri. I boots on the ground sono già lì. Sono 80 milioni di iraniani, il 92% contro il regime. La chiave è aiutarli a neutralizzare la macchina repressiva».

Daniel Reichel