MEMORIA – Edith Bruck agli studenti: «Alimentiamo il bene, lasciamo morire di fame il male» 

«Bella domanda, brava», scandisce Edith Bruck, complimentandosi con Alessandra, studentessa del Liceo Archimede di Acireale. «Dopo aver raccontato per tutta la sua vita la memoria e la sopravvivenza, cosa sente di aver capito sull’essere umano?». È la domanda di Alessandra alla scrittrice e poetessa sopravvissuta ai lager nazisti, ospite dell’incontro online della terza edizione del seminario di formazione “Tra Resistenza e Resa. Per (soprav)vivere liberi!”, promosso dalla Fondazione Cdec di Milano in collaborazione con l’Unione cristiana evangelica battista d’Italia e con il patrocinio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Un seminario che, come ha ricordato il direttore della Fondazione Cdec, Gadi Luzzatto Voghera, nella prossima edizione sarà intitolato a Bruck.
La risposta della testimone ad Alessandra è lunga, e arriva dopo una pausa. «L’essere umano è capace di tutte le nefandezze del mondo», sottolinea. «Ma è capace anche di cose grandi. C’è il male e il bene. Purtroppo trionfa sempre il male. Io credo che bisogna alimentare il bene che c’è in noi». Poi racconta: ad Auschwitz, lavorava in una cucina a pelare patate. Un giorno, un cuoco tedesco le si avvicinò. «Mi chiese: “Come ti chiami?”. È molto difficile capire il peso di questa domanda: un tedesco, a me numero 12.152, che ti chiede come ti chiami. Vuol dire che ti restituisce la vita, la tua identità, il fatto che esisti, che sei una persona umana anche calva e vestita di stracci».
Al centro della conversazione con Bruck, moderata da Deborah D’Auria, coordinatrice del progetto “Tra Resistenza e Resa”, c’è il suo ultimo romanzo L’amica tedesca (La nave di Teseo), storia vera di Brigitte, figlia di una madre che aveva messo al mondo tre figli «per omaggio a Hitler», poi affidata a dieci famiglie diverse, molestata, infine rifugiatasi a Roma, dove aveva bussato più e più volte alla porta di Bruck. «Non volevo aprire», ammette la scrittrice. «Non volevo avere un’amica tedesca, non sopportavo neanche la lingua». Poi la porta si è aperta, e lo è rimasta fino alla morte di Brigitte. «Era in qualche maniera diversamente vittima del nazismo. Aveva un’innocenza che ti conquistava: era felice per tutto, felice che le rivolgessi la parola, felice per un piatto di pasta. Cantava mentre mangiava. Si vede che ha avuto così poco nell’infanzia che ogni cosa per lei era un dono».
Ad ascoltare Bruck ci sono studenti da tutta Italia: dal Liceo ebraico Renzo Levi di Roma, dal Liceo Gramsci di Cagliari, dal Liceo Archimede di Acireale. Hanno letto il libro, lo hanno studiato, e le domande che rivolgono alla scrittrice sono precise. Simcha, dal liceo romano, le chiede se la società abbia imparato qualcosa dall’incontro tra memorie contrapposte, guardando a ciò che accade oggi con l’aumento dell’antisemitismo. «È sempre più difficile», risponde Bruck. «L’antisemitismo non finisce mai e non finirà mai. L’uomo non impara nulla di tutte le mostruosità che ha fatto». Poi aggiunge: «Però bisogna avvicinare, bisogna scambiare. Perché uno impara dall’altro. Brigitte per esempio ha imparato cosa è stato il nazismo dal mio primo libro: nata nel ’45, non sapeva niente. Ed è una cosa terribile».
Una docente chiede se il perdono sia una condizione necessaria per trovare pace. «Ciascuno deve fare i conti con la propria coscienza. Il perdono è una soluzione per se stessi sei tu che devi elaborare, riconoscere il male in te e assolverti. Io non perdono, non posso assolvere, anche perché non servirebbe a niente: non si impara niente, non si affronta la propria coscienza». Poi la formula che ripete anche ai ragazzi nelle scuole: «In tutti noi c’è il bene e il male. Alimentiamo il bene, solo il bene, lasciamo morire di fame il male».
Sull’odio, risponde con un racconto. Ad Auschwitz, quattro giovani delle Hitlerjugend sputavano addosso alle prigioniere. «Eravamo tutte nude», ricorda Bruck, «di fronte a un posto dove dovevamo andare per disinfestazione. Ragazzini di 13, 14 anni ci sputavano addosso. Io mi sono voltata verso di loro e ho detto: “Dio, che pena che fanno”. La cosa più mostruosa non ha mai suscitato in me odio. Soltanto pena. Come facevano una cosa del genere? Non sono esseri umani, sono stati disumanizzati. Hanno cercato di disumanizzare noi nei campi, ma non ci sono riusciti. E invece sono loro ad essersi disumanizzati».
Le viene chiesto chi siano oggi gli ultimi da difendere e a cui dar voce. «Gli immigrati, quelli che vengono qua a cercare il pane contro cui in Italia c’è un razzismo sempre più forte».
Nel romanzo c’è un momento in cui a Bruck viene chiesto se le piaccia vivere. D’Auria le chiede se sia ancora vero. «Mi piace sempre», risponde. «Mi piace sempre anche quando non mi piace. Anche quando piango, anche quando mi addolora il mondo». Si ferma. «Però è la vita, è una cosa preziosa. La vita di chiunque è preziosa, sia chiaro: non ci sono vite privilegiate, assolutamente». 

d.r.

(Nell’immagine, l’incontro di Edith Bruck con alcuni studenti nella prima edizione del seminario “Tra Resistenza e Resa”)