“Meis, un libro tutto da leggere”

“Il Meis diventerà un grande libro da sfogliare e racconterà, sin dalle sue prime pagine, la storia di tutti gli italiani e non solo degli ebrei”. Un racconto di oltre duemila anni di storia, dall’impero romano al Risorgimento, fino ad arrivare, passando per le pagine buie del fascismo e delle leggi razziste, al presente. Come spiega Raffaella Mortara, consigliere della Fondazione Meis nonché vicepresidente del Cdec di Milano, il Museo dell’Ebraismo e della Shoah di Ferrara, in via di realizzazione, sarà una viva testimonianza dello storico rapporto che lega l’ebraismo italiano al paese. Un intreccio di fili inseparabile per una storia che non ha eguali. “Da Torino a Roma – ricorda Mortara – gli ebrei italiani hanno sempre fatto parte del tessuto sociale. Persino quando erano rinchiusi nei ghetti, il dialogo con la società esterna non si è interrotto. Arte, musica, cultura, impegno sociale e politico, l’ebraismo ha dato moltissimo”. Un progetto, quello del Meis di Ferrrara che sta gradualmente prendendo forma come dimostra il passaggio importante dell’inaugurazione dello scorso dicembre della palazzina di via Piangipane, accompagnata dall’esposizione di tre mostre: Versione Beth, È arrivato l’ambasciatore e Italia di Luci (aperte fino al 5 febbraio 2012). Di questa iniziativa, del presente e del futuro del Museo abbiamo parlato con Raffaella Mortara, ideatrice e curatrice della rassegna inaugurale.
Dottoressa Mortara, com’è nata l’idea delle tre mostre?
La mia prima preoccupazione è stata rispettare la filosofia alla base di questo Museo. Il Meis non sarà solo un’esibizione di oggetti ma cercheremo di raccontare la vita, la storia di persone reali come di concetti astratti. Per cui ho cercato di tradurre questo pensiero utilizzando nelle tre mostre diversi linguaggi espositivi. Versione Beth, ad esempio, ripercorrere la storia degli ebrei italiani dal XIV secolo a oggi. Nel titolo c’è una doppia allusione: da una parte si fa riferimento alla lettera Beth, un richiamo a Bereshit, il primo libro della Torah, perché sia d’augurio all’inizio del grande e difficile cammino che si prospetta davanti al museo. Dall’altra, si tratta di un gioco di parole che allude alla versione Betha, alla versione di prova rappresentata dalla palazzina di via Piangipane. E a giudicare dal numero di visite tra fine dicembre e gennaio, siamo sulla strada giusta.
Qual è stata la risposta del pubblico?
All’inaugurazione c’erano centinaia di persone in coda e qualcuno è dovuto tornare il giorno dopo. La riposta del pubblico è stata incredibile: assieme ai ferraresi sono venute persone da tutta Italia, israeliani, americani, gruppi organizzati e scuole di diverse città. Migliaia di visitatori in meno di due mesi è sicuramente un successo. E per questo vorrei esprimere la mia gratitudine al gruppo di lavoro che in questi mesi si è impegnato giorno e notte per dare vita a questa iniziativa. L’architetto Monica Bettocchi, il direttore di produzione Paolo Vettorello. Ma veramente tutti hanno dato l’anima ed è giusto ringraziarli. Senza dimenticare il prezioso contributo di Gianfranco Moscati che ha gentilmente donato la sua collezione al museo. Il febbraio del Meis si apre con una tavola rotonda sulla conservazione della memoria nell’era digitale.
In cosa consiste questa iniziativa?
L’idea è di portare avanti una collaborazione sempre più stretta fra alcuni dei più importanti enti che si occupano di Shoah e di memoria in Italia. Istituzioni come il Cdec di Milano o la Shoah Foundation hanno un bagaglio di competenze e di materiali preziosissimo. E come Meis, crediamo fortemente nella necessità di cooperare per poter arricchire ulteriormente questo patrimonio. La tavolo rotonda ferrarese è un modo per iniziare a confrontarsi e a pensare come poter lavorare insieme. Il Meis è in via di realizzazione e il primo passo è stato l’inaugurazione della palazzina.
Altre iniziative in cantiere?
Certo, vogliamo creare un programma che accompagni il completamento dei lavori del Museo. In primo luogo cercheremo di far vivere la palazzina di via Piangipane attraverso la realizzazione di un percorso culturale fatto di conferenze, seminari, eventi; iniziative cui affiancheremo lo sviluppo del progetto espositivo del Meis. Vorrei fosse chiara una cosa, il museo esiste già, è vivo e ciò di cui parliamo ne è la dimostrazione. Stiamo preparando la terza edizione della Festa del Libro Ebraico di Ferrara (28 aprile ‐ 1 maggio). Il 2012 segna i 50 anni dalla prima pubblicazione del Giardino dei Finzi Contini di Bassani e sarà dedicata una sezione approfondita all’opera, agli scritti e alla vita dell’autore. La città ha un ruolo di primo piano nel progetto.
Qual è il vostro rapporto con le istituzioni e con i ferraresi?
Eccellente. La città, l’amministrazione, le istituzioni sono straordinarie. A Ferrara si respira cultura e questo agevola il nostro lavoro. Abbiamo trovato un ambiente pieno di entusiasmo, vivace e collaborativo. Cosa importante, è stata subito sposata l’idea che il Museo non sarà un’istituzione per gli ebrei italiani ma per tutti gli italiani. Crediamo nella necessità di creare una sinergia continua con le istituzioni e con i ferraresi per diventare un punto di riferimento di questa splendida piazza.

Daniel Reichel

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