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Negba – Il Festival della Cultura ebraica un’occasione di riflettere sui marrani

Negba – Verso il Mezzogiorno è il nome dato al Festival della Cultura ebraica che si svolgerà in Puglia dal 6 al 10 settembre. È un primo passo, coraggioso sì, ma anche doveroso. Perché il sud o, meglio, i marrani del sud ci aspettano da tempo. E chissà che i decenni ultimi, da quando cioè l’Italia è antropologicamente cambiata, a partire dalle grandi emigrazioni verso l’America dell’inizio del Novecento, non abbiano già chiuso un capitolo della nostra storia ebraica. Chissà che non sia troppo tardi.
Speriamo di no. E speriamo anche che fra le numerose iniziative ci sia anche spazio e tempo per una riflessione filosofica attenta sui marrani. Le ricostruzioni storiche non mancano. Quello che manca è invece un ripensamento non tanto e non solo della storia, quanto della figura, inquietante e insieme seducente, del “cripto-ebreo” – come oggi si usa dire nei paesi, come l’America, in cui si cerca di essere politicamente corretti. Chi sono dunque i marrani, i conversos, gli anusim, che in una segretezza, al confine con la dissimulazione, hanno portato per secoli il ricordo dello Shabbat (magari solo nella ritualità dell’accensione delle candele) e i resti del loro ebraismo?
In Italia non c’è ancora una riflessione sui marrani con i quali si è aperta in certo modo la modernità. E non sono stati ancora tradotti libri classici come quelli di José Faur o Carl Gebhart. Da poco, nel giugno scorso, è uscito il grosso volume di Yirmiyahu Yovel, il cui titolo significativo è: The Other Within. The Marranos. Split Identity and Emerging Modernity (L’altro dentro. I marrani: identità scissa e modernità emergente – 2009). Il marrano è un caso paradigmatico (il primo?) di non-identità, di fluttuazione della coscienza, nel frammezzo e nel tra, nello spazio tra religioni e culture diverse, di cui però il marrano (talvolta suo malgrado) costituisce un nesso di continuità. Si può dire che ogni fondamentalismo odierno è una reazione al marranesimo generalizzato e, d’altra, non fa che riprodurlo.
Si parla molto di “identità ebraica”, mentre si dovrebbe parlare piuttosto di “differenza ebraica”. Perché l’ebraismo si sottrae a ogni identità e a ogni concetto identitario, ne fa saltare i confini. Come ha scritto Buber: “l’ebraismo è un fenomeno polare” e la coscienza ebraica è la coscienza scissa di questa polarità. E anni dopo Scholem ha ribadito che “l’ebraismo non può essere definito in base alla sua essenza, perché non ha un’essenza”. Ma non basterebbe lo spazio di queste poche righe per menzionare tutti i filosofi ebrei che hanno contribuito a riflettere sull’impossibilità di “una coincidenza di sé con se stesso” che l’ebreo – come ha osservato da ultimo Jaques Derrida – mette allo scoperto. E il marrano lo fa in modo ancor più vistoso e tormentato.
Finché non saremo pronti a riflettere sull’ebraismo in modo nuovo, non nei termini di una identità antiquata e metafisica, imposta dalla difesa e dalla paura, non saremo pronti a incontrare i marrani che ci aspettano da secoli nel nostro sud, il sud del nostro paese, ma anche il sud della nostra anima.

Donatella Di Cesare, filosofa