“Volevo partire, ma mio padre disse: Un rabbino non lascia mai la sua comunità”

Fermo là, in poltrona, il Rav si lascia avvolgere dalla luce tiepida e trasparente del mattino. Poi lancia lo sguardo verso Roma e sembra che la città lo attenda alla vigilia del novantacinquesimo compleanno con il dono di tutta la sua primavera. A pochi passi quasi si percepisce l’eterno scorrere del fiume, il via vai nel ghetto della gente che lo ha accolto e lo ha seguito in cinquant’anni di magistero, la sinagoga che lo ha visto protagonista nei momenti più difficili e nelle gioie più intense per oltre mezzo secolo. I movimenti restano maestosi, ma sono rallentati dal peso dei ricordi. I gesti, gli sguardi seguono un flusso di memorie che riaffiorano. E si torna alle origini, agli anni della giovinezza, anni di speranze spezzate e di scelte dure, irrevocabili.
Era il settembre del 1938, in quella sala operatoria della prestigiosa clinica universitaria di Pisa, quando suo fratello apprese di non poter più esercitare la professione medica. Era il giorno dell’infamia delle leggi razziste che negarono agli ebrei italiani la dignità di cittadini e privarono il mondo accademico dell’apporto di scienziati e professionisti di valore. E qualche solerte assistente si sentiva già pronto a sostenere che l’applicazione delle leggi doveva avere effetto immediato, a operazione aperta. Il professor Renzo Toaff decise allora che l’operazione doveva andare avanti fino alla sua conclusione. “No, questa la finisco io, altrimenti mi ammazzate il paziente e poi date la colpa a qualcun altro”. La sua uscita dalla sala operatoria non segnava solo la conclusione di un’epoca di civile convivenza, ma anche la fine del prestigio che il mondo accademico italiano aveva saputo conquistarsi. Per molti ebrei italiani veniva il momento di prendere una decisione. Da un capo all’altro dell’Italia i fratelli Toaff decisero che era il momento di reagire. Renzo non ci pensò su due volte e fece i bagagli per la Palestina. Suo fratello Cesare, avvocato a Trieste, guardava già al porto da cui presero il largo migliaia di ebrei costretti a lasciare il proprio paese e decise di seguirlo. E anche Elio, laureato in giurisprudenza e avviato agli studi rabbinici, si avvicinò al padre proponendo di seguire i fratelli, di lasciare insieme l’Italia. La risposta fu ferma, dura, non facile da mandar giù. Eppure quella incrollabile fermezza e quell’infinito amore con cui si trovò alle prese, avrebbe condizionato i destini dell’ebraismo italiano per molti decenni a venire.

“Quando mi trovai davanti a mio padre – ricorda oggi il rav Elio Toaff – compresi che non era possibile una mediazione. Che bisognava restare in Italia e separarmi dai miei fratelli”. Da quel “no” di suo padre sono venuti tanti fatti incancellabili per la minoranza ebraica in Italia. Il suo lunghissimo magistero rabbinico, la sua guida di oltre mezzo secolo della Comunità di Roma, il suo impegno da protagonista nella Resistenza e in tutti i momenti chiave della storia italiana del ‘900.
Suo padre, il rav Alfredo Sabato Toaff, non era solo il rabbino capo di Livorno, ma anche una delle voci più autorevoli della cultura umanistica italiana. Perché non volle lasciarla partire? Non comprese il pericolo, oppure vide ancora più lontano di quando molti videro allora?
Non so, ricorda oggi il Rav, posso solo dire che mio padre non ammise repliche. E così facendo condizionò in fondo tutta la mia vita.
E come spiegò il suo diniego?
“Un rabbino, mi disse, non ha la stessa libertà di scelta degli altri. Un rabbino non abbandona mai la sua comunità”. E fu così che vidi partire i miei fratelli, continuai gli studi, attraversai gli anni delle persecuzioni, accettai la responsabilità di tante comunità, fra cui Ancona, Venezia e infine legai per oltre mezzo secolo il mio lavoro di rabbino a Roma. Ho avuto la fortuna di diventare rabbino al Collegio rabbinico di Livorno. Mio padre fu anche il mio maestro. E non era facile.
Suo padre ha lasciato il segno di una personalità immensa. Studiare con lui le fu di peso, la fece soffrire?
Guardi, mio padre non me ne faceva passare una e forse proprio questa è stata la lezione più grande. Fare il rabbino significa agire secondo giustizia, senza favoritismi. Ma anche lasciarsi portare da un infinito amore. Proprio quello con cui lui mi istruì.
Una lezione che resta valida ancora oggi per i giovani rabbini?
Certo, i giovani rabbini dovrebbero crescere nella fermezza e nell’amore. A loro auguro di ricevere i doni e di trovare le risorse che ho avuto la fortuna di poter raccogliere.
Quali?
A loro auguro di avere coraggio, che le delusioni sono sempre pronte fuori dalla porta. A loro auguro di fare un poco di gavetta, che non è bene ricoprire i massimi incarichi senza prima aver conquistato la propria posizione. A loro auguro di avere il tempo e il modo di studiare, che la preparazione non basta mai. E tante altre cose ancora…
Cosa?
A loro auguro di essere equamente retribuiti, che non si può pretendere di avere persone preparate, impegnate e coinvolte se le si fa soffrire con retribuzioni inadeguate. A loro auguro soprattutto di continuare a rappresentare i valori dell’ebraismo italiano. Nei prossimi mesi alcune comunità italiane dovranno affrontare un avvicendamento negli incarichi rabbinici e le giovani generazioni scarseggiano. Che accadrà?
Mi sembra necessario fare un grande sforzo per salvare i valori inestimabili che sono i nostri. Sarebbe un peccato vedere comunità costrette a rivolgersi a rabbini provenienti da lontano, certo autorevoli, ma magari incapaci di comprendere le nostre tradizioni e la nostra mentalità. E anche la nostra lingua.
Lei ha accolto alle porte della sinagoga di Roma il primo papa che fece visita alla comunità più antica della Diaspora ed è sceso in strada per salutare anche la recente venuta di Benedetto XVI. Quali segni di differenza possono essere tracciati fra questi due importanti momenti del dialogo fra le fedi?
Il dialogo è importante, e bisogna andare avanti con coraggio. Giovanni Paolo II era dotato di questo coraggio. L’ho visto e di questo posso testimoniare.
Quando misura con la sua lunga esperienza la vita delle comunità italiane di oggi, quali problemi vede?
Vedo spesso una carenza di misura, di modestia se vogliamo. E talvolta anche di senso dell’umorismo. La litigiosità ebraica è superiore alla media nazionale, il che è tutto dire. Come nel caso di questa tragedia delle ciambellette.
Chi se l’è presa per la proibizione rabbinica di utilizzare a casa propria la farina di Pesach ha esagerato?
Sì, ha esagerato. E ha confuso tradizioni antiche e talvolta fraintese come un diritto acquisito. Non può essere così. E’ ovvio. E non valeva proprio la pena di agitarsi tanto. E segnali di speranza, ne vede?

Certo che ce ne sono. E tanti. Anche questo giornale ne rappresenta uno.
Lei, Rav, non ha mai rinunciato a seguire l’attualità e a leggere il giornale. Quando la vista si è affievolita è stata una sofferenza?
Ho sempre al fianco qualche persona di buon cuore che mi legge i giornali. Pagina su pagina.
A nome di tutta la redazione vorrei ringraziarla di seguire con attenzione anche il nostro lavoro.
Questo è un giornale destinato al successo.
So che è un complimento sincero e mi sento autorizzato a renderlo pubblico. Ma come fa a saperlo?
Lo vedo dallo spirito e dalla generosità con cui i collaboratori offrono il proprio contributo.
Lei, Rav, continua a ricevere la visita di numerose persone che sentono il bisogno di confidarsi, di chiedere consiglio. Cosa cercano, la sua esperienza o la sua amicizia?
Non sono tempi facili, si sentono tante storie di gente che soffre, che non riesce a mantenere un equilibrio all’interno della propria famiglia, che non riesce a dominare i propri istinti. O anche che ha solo bisogno di un consiglio amichevole e di una benedizione.
E a tutti cosa consiglia?
Di avere coraggio. Ma soprattutto di non perdere mai l’occasione di impegnarsi nelle due attività che ci fanno essere noi stessi.
Quali?
Aiutare gli altri. E studiare.
Come agire per svolgerle al meglio?
Non è difficile. Dico sempre a tutti, andate a cercarvi un vecchio solitario. E scacciate la solitudine. Portatelo in giro, regalategli un poco del vostro tempo. Poi dico, se volete salvare la comunità non passi un giorno senza studiare. Ognuno si prenda carico di almeno un’ora di studio al giorno.
Rav, se ci fossero due partiti, quelli che amano le feste di compleanno e quelli che le attendono con insofferenza, a quale vorrebbe aderire?
Sicuramente al secondo. Ma egualmente sono felice che si festeggi il mio compleanno, perché so che è il momento di un saluto sincero con la mia gente, con tutti gli amici che ho amato tanto .

Guido Vitale, Pagine Ebraiche, maggio 2010

(nelle immagini i ritratti di Giorgio Albertini)