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Arbereshe e ebrei, due minoranze nel Risorgimento italiano

Il sindaco di Vaccarizzo Albanese, uno dei parecchi comuni Arbereshe, mi ha invitato a celebrare insieme i contributi delle nostre due minoranze al Risorgimento italiano, nei centocinquanta anni dell’Unità.
Mi interesso agli italo-albanesi (nell’immagine il simbolo di questa minoranza sulla bandiera italiana) fin dal giovanile tempo della tesi di laurea sulle minoranze religiose nel Risorgimento. La loro differenza religiosa dalla maggioranza degli italiani è molto minore della nostra, perché sono cattolici di rito greco, ma la piccola differenza, diciamo un diverso minhag, con in più la facoltà del matrimonio per i sacerdoti, bastò ad attirare diffidenze e fastidi in tempi di intolleranza. L’altra loro differenza è una sentita identità nazionale e linguistica albanese, che si è composta in sintesi con l’identità italiana, come per noi ebrei, in un processo di convivenza e di integrazione.
Gli albanesi giunsero nell’Italia meridionale, in seguito all’occupazione turca del loro paese, nel quindicesimo secolo, poco prima che gli ebrei, radicati da tanti secoli, ne fossero espulsi. Disseminati in molti paesi, e specialmente in Calabria, hanno conservato la loro cultura e le loro tradizioni, malgrado una certa inevitabile assimilazione, contrappesata da ricuperi e risvegli.
Ricchi di fermenti ideali, hanno dato un apporto all’illuminismo meridionale e al movimento rivoluzionario, figurando tra l’élite intellettuale della Repubblica Partenopea, in parallelo con la nostra Haskalah e la partecipazione alle coeve repubbliche democratiche. Il grecista Pasquale Baffi fu vittima illustre della reazione borbonica, che alzò i patiboli in Napoli, e le bande sanfediste imperversarono contro di loro e contro gli ebrei, a diverse latitudini della penisola.
Singoli e gruppi di arbereshe entrarono nelle cospirazioni e nei moti liberali, in parallelo con singoli e gruppi di ebrei in regioni del Centro e del Nord. Furono un elemento propulsivo nel moto di Cosenza del 1844, che accese la speranza e il coraggio dei fratelli Bandiera. Ebbero allora caduti e giustiziati nella repressione. Il Collegio di San Demetrio Corone, centro della loro cultura e formazione religiosa, fu un vivaio di liberalismo. Di lì uscì Agesilao Milano, che nel 1856 balzò dalle file militari per attentare alla vita del re Ferdinando, venendo quindi impiccato.
Nel 1845 nacque il giornalismo ebraico italiano con la “Rivista Israelitica di Parma”, diretta dal giovane medico Cesare Rovighi, che nel ’48 si arruolò, divenendo ufficiale e storico militare, ma continuando a occuparsi di cose ebraiche. Nel 1848 nacque il giornalismo albanese con il bilingue “L’Albanese d’Italia”, fondato da Girolamo De Rada. L’anno precedente Angelo Masci pubblicò un Discorso agli albanesi del Regno di Napoli.
Patrioti e poeti furono Girolamo De Rada e Vincenzo Stratigò, come David Levi e Giuseppe Revere, gli uni e gli altri con corde liriche delle loro origini congiunte alla passione italiana.
I riferimenti politici delle due minoranze variarono intorno ai due principali poli della Monarchia sabauda e del Partito d’Azione. Arbereshe ed ebrei parteciparono alla spedizione dei Mille e alle successive campagne per l’indipendenza d’Italia, aderendo alla moderna energia liberatrice della dimensione nazionale italiana. Arbereshe ed ebrei entrarono fin dall’inizio in Parlamento: Domenico Mauro, già deputato nell’esperienza costituzionale del parlamento delle Due Sicilie, Domenico Damis, Giovanni Mosciaro, Vicenzo Pace, Guglielmo Tocci, da un lato, e dall’altro, per ricordarne solo cinque e cinque, Isacco Pesaro Maurogonato, Leone Carpi (già segretario alle finanze della Repubblica Romana), Tullo Massarani, Giuseppe Finzi, il mazziniano che scontò duro carcere e provvide alla raccolta per il milione di fucili, Isacco Artom, il segretario di Cavour, primo senatore ebreo. Francesco Crispi, albanese di Sicilia, esponente della Sinistra storica, successe a Depretis nella presidenza del Consiglio e fu tra i maggiori politici e statisti italiani. Alla presidenza del Consiglio giunse Luigi Luzzatti, più volte ministro delle finanze e del tesoro.
Entrambe le minoranze diedero un attivo contributo militare.
Gli italo-albanesi hanno preceduto gli ebrei italiani per l’idea della rinascita nazionale nella propria terra, già nel Settecento e nel corso dell’Ottocento, favoriti dal fatto che l’Albania è dirimpetto all’Italia e che lì era rimasta, senza soluzione di continuità, una forte base di popolazione autoctona, laddove la presenza ebraica nell’antica terra di Israele era molto esigua. Gli albanesi d’Italia ebbero così un ruolo primario, nella diaspora del loro popolo, e perfino rispetto alla madrepatria, nel movimento nazionale albanese. Mentre gli ebrei d’Italia, gruppo di pregevole cultura nella diaspora, erano assorti nelle esperienze dell’emancipazione e ricevettero più tardi l’impulso sionistico da altre parti, numericamente consistenti, del mondo ebraico. Eppure un precoce progetto di ricostituzione dello Stato ebraico venne, nel 1851, da un patriota calabrese, non ebreo, Benedetto Musolino. Mi piace pure ricordare il sacerdote e scrittore calabrese Vincenzo Padula, che rivendicò la radice ebraica del cristianesimo e illustrò gli etimi semitici della toponomastica italiana.
Appena l’Italia si unì, Moshé Hess, pensatore ebreo, non italiano, ne avvertì l’importanza esemplare per il prossimo risveglio ebraico, nel libro Roma e Gerusalemme. A questi stimoli corrispondeva, anche da noi, il fondo, non perduto, della coscienza di popolo con l’attaccamento all’antica terra, come si vede nei maestri Samuel David Luzzatto ed Elia Benamozegh. Così, ai primi del Novecento, l’idea sionistica si comunicò ai nostri lidi.
Nel 1912 si costituì lo Stato indipendente dell’Albania, con l’appoggio e sotto l’ influenza dell’Italia e dell’Austria, contrapposte alla Serbia e in rivalità tra loro stesse. L’appoggio italiano era finalizzato al controllo del mare Adriatico, ma fu procurato con l’incisivo impulso degli albanesi d’Italia, vigili e solerti, a partire da Crispi, nel raccordo delle due patrie e per la rinascita schipetara. Crispi era morto nel 1901 e uno dei validi continuatori fu il magistrato e giornalista Anselmo Lorecchio, nativo di Pallagorio in provincia di Catanzaro, fondatore del periodico “La Nazione Albanese” e specialista della questione sulla stampa italiana.
Il sionismo era molto discusso tra gli ebrei. Parecchi lo avversavano per timore di mancare di lealtà all’Italia, tanto più che durante la guerra italo-turca si accese una campagna di stampa nazionalista contro il movimento sionista, accusato di aver rapporti con l’Impero ottomano. Ebbene, nel 1913, sul periodico “Il Vessillo Israelitico”, Emilio Bachi espresse l’analogia con gli italo-albanesi, quale minoranza nazionale, capace di devozione e partecipazione a due patrie.
Quattro anni dopo l’articolo di Bachi, in piena guerra mondiale, nel 1917, venne la volta della causa ebraica con la Dichiarazione Balfour per una sede nazionale in Palestina, e gli ebrei italiani si fecero parte attiva per la ratifica italiana, ottenuta alla conferenza di San Remo nel 1920. Il capitano di Marina Angelo Levi Bianchini rappresentò l’Italia in una missione navale e diplomatica di attenzione al vicino Levante. E dopo un quarto di secolo il sogno del popolo ebraico si realizzò, al di là della nuova persecuzione nazifascista e del genocidio di cui siamo stati vittime.
Vado lieto a celebrare i centocinquanta anni dell’Unità italiana, ospite degli amici arbereshe, nel segno comune di una cittadinanza democraticamente impegnata, fedele ai valori del Risorgimento, che hanno contribuito a ispirare gli altri due risorgimenti mediterranei.

Bruno Di Porto