Qui Venezia – Barney e il Leone
Non è ancora stato proiettato e già sembra essere uno dei possibili candidati al Leone d’Oro. Il film La versione di Barney, adattamento per il grande schermo dell’omonimo romanzo di Mordecai Richler, sarà presentato solo il 10 settembre in anteprima alla sessantasettesima mostra del cinema di Venezia, ma già da settimane i siti specializzati sono stati invasi da commenti preoccupati dei barneyani doc, centinaia di migliaia solo in Italia, spaventati dall’eventualità che la pellicola non possa reggere il confronto con uno dei romanzi più letti degli ultimi anni.
E non ci si aspetterebbe meno clamore da una pellicola la cui gestazione è durata quasi 12 anni, da quel lontano 1999 quando il produttore Robert Lantos, amico di Richler, decise di investire in questo annoso progetto. Ma come mai c’è voluto così tanto tempo per ultimare la sceneggiatura, la cui prima stesura venne scritta da Richler stesso? Uno dei motivi principali sembra essere la preoccupazione che il pubblico non si sarebbe mai affezionato all’irriverente, politicamente scorretto e antipatico Barney Panofsky e che si dovesse rivisitare accuratamente il personaggio. Non è di certo casuale la scelta del bonario Paul Giamatti (Sideways, Cinderella Man) per la parte del protagonista, un escamotage che di molto ha alleggerito l’immagine dura di Panofsky, facendo risaltare il lato più umano a scapito di quello più folle e letterariamente celebrato: “La sua scorza è sempre dura – racconta il produttore Robert Lantos – ha ancora le sue pessime abitudini a tavola, il vizio di fumare sigari in faccia alla gente e ha mantenuto la sua irriverenza, ma il tutto reso un po’ più soft per venire incontro ai gusti del pubblico”.
Ma forse il quesito che tormenta maggiormente i fan sulla rete è se un regista come Richard J. Lewis, che ha diretto pellicole non proprio nello stile di Mordecai Richler, come Poliziotto a quattro zampe o la serie tv Csi: scena del crimine, sia stato all’altezza del compito. Una differenza, di cui si è venuti presto a conoscenza e che forse farà storcere il naso a molti, riguarda l’ambientazione, spostata da Parigi nella nostra capitale. Richard Lewis ha giustificato tale scelta spiegando che sono già molti i film ambientati a Parigi che raccontano la vita in stile bohemienne, ma che pochi raccontano invece la stessa realtà ambientandola a Roma.
Il film, co-prodotto dall’italiana Fandango, è stato diretto da Richard J. Lewis su una sceneggiatura di Michael Konyves e vanta nel cast Dustin Hoffman, Paul Giamatti, Rosamund Pike e Minnie Driver. La storia è quella del ricco produttore televisivo, ebreo canadese, Barney Panofsky. Un uomo all’apparenza ordinario, impulsivo e burbero, alle prese con un vissuto straordinario. Passati i sessant’anni, sente però la vita sfuggirgli di mano e decide di raccontare le sue memorie in un’autobiografia. Il motivo principale che spinge l’uomo a scrivere è dare finalmente la sua versione sui fatti che portarono alla morte del suo miglior amico Bernard Moscovitch, detto Boogie, e liberarsi così dall’accusa di omicidio mossagli nel libro Il tempo, le febbri dallo scrittore Terry McIver, compagno di Barney al tempo del suo lungo soggiorno a Parigi. Nel corso della stesura delle sue memorie gli episodi del passato si intrecciano con gli avvenimenti del suo presente contribuendo a esacerbare quell’atmosfera già di per sè fumosa. Una storia toccante, spiritosa e a tratti confusa caratterizzata da una serie di flashback disordinati. Un racconto che attraversa quattro decenni della vita di un eroe improbabile, ma irresistibile: misantropo, cinico e fuori misura; elementi che in fin dei conti l’hanno reso così adorabile per i lettori del romanzo.
Non ci resta quindi che attendere il responso del grande pubblico della Mostra, che decreterà il successo di una trasposizione ai limiti dell’impossibile o il fallimento dell’ennesimo tentativo di commercializzare sul grande schermo un capolavoro della letteratura mondiale.
Michael Calimani