Voci a confronto

Più tela di Penelope che filo d’Arianna le negoziazioni di pace tra israeliani e palestinesi proseguono nello scetticismo diffuso. L’articolo di Osvaldo Baldacci su Liberal di giovedì 16 settembre riassume in sintesi i termini della questione. Sui giornali di oggi le menzioni sono poche, se si fa eccezione per la Nazione, per Roberta Zunini su il Fatto quotidiano (dove si rimanda anche alla dolorosa vicenda di Gilad Shalit) e Annalena Di Giovanni su Terra. Altri ne parlano ma senza enfasi di sorta, così come la Repubblica che dedica un francobollo al fatto che «Hillary [è] ottimista: “la pace non è lontana”». Nella complessa e arzigogolata turnazione dei colloqui questa settimana è stata la volta prima di Sharm el-Sheikh, in Egitto, e poi di Gerusalemme, dove le delegazioni si sono incontrate per discutere dei molteplici aspetti che rendono difficile, se non improbabile, la soluzione di un contenzioso che, per certi aspetti, a volte sembra non avere capo né coda. Non di meno, il prosieguo dei colloqui, avvenuti fino a giovedì con la partecipazione dei «mediatori» – in primis gli americani, con lo staff di George Mitchell e la supervisione politica di Hillary Clinton, ma anche la più o meno benevola partecipazione, sia pure ai margini del ring, di egiziani e giordani – dovrebbe coinvolgere, nei giorni a venire, solo le due parti. Mentre Netanyahu ha in agenda l’ipotesi di un viaggio a Washington la settimana entrante, lo stesso team israeliano ha indicato come possibile sede di uno dei prossimi round di conversazioni la città palestinese di Ramallah. Al di là delle ritualità pubbliche, affidate a Benjamin Netanyahu e Abu Mazen, intorno al tavolo della discussione si trovano adesso non i politici ma quei “tecnici” che dovrebbero individuare, per l’una e l’altra parte, i termini di una serie di compromessi sufficientemente accettabili per i rispettivi fronti interni. Poiché al momento le vere spaccature, paradossalmente, non sono tanto quelle che storicamente dividono le due comunità l’una dall’altra quanto, piuttosto, quelle che alimentano le faglie di rottura presenti all’interno di entrambi i campi. Barbara Uglietti, su l’Avvenire di mercoledì 15 settembre, riassume questa situazione richiamando i veti, simmetricamente contrapposti, espressi da quanti sono estranei (o si sono chiamati fuori) da qualsiasi negoziazione: mentre Hamas, per il tramite di uno dei suoi portavoce, Sami Abu Zuhri, ha dichiarato che «i colloqui servono solo a legittimare le colonie in Cisgiordania», Naftali Benned, citato come direttore dello Yeshua Council, l’organismo che raccoglie le rappresentanze degli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria, ha affermato che «i cosiddetti colloqui di pace sono una farsa». Alberto Stabile, su la Repubblica del giorno successivo, con toni calcati mette in rilievo il fatto che «entrambi i duellanti sembrano […] molto sensibili alle pressioni delle rispettive “ali estreme”». Il problema, per le leadership delle due parti, è la delicatissima situazione politica che si trovano a gestire nelle rispettive retrovie, dove i malumori e i dissensi potrebbero involvere ben presto in una netta crisi di legittimazione, mettendo in discussione i rispettivi ruoli negoziali. Plausibile, quindi, quanto Stabile va affermando laddove indica che la Clinton propenderebbe per l’intenzione di «convincere Netanyahu a formulare una proposta che, pur rappresentando la fine della moratoria [nell’espansione degli insediamenti ebraici] permetta ad Abu Mazen di continuare a negoziare senza perdere la faccia». La medesima ipotesi è recuperata da Michele Giorgio su il Manifesto così come dall’Osservatore Romano, entrambi di oggi, riprendendo quanto scritto dal quotidiano arabo Al Sharq al Awsat, dove si parla di una deroga di altri tre mesi alla cessazione della moratoria, in scadenza il 26 settembre. Il lasso di tempo così acquisito dovrebbe servire per raggiungere un accordo generale sui confini tra Israele e il futuro Stato palestinese, dando vita nel secondo caso ad una entità statale provvisoria che dovrebbe, successivamente, stabilizzarsi con la negoziazione sullo «status permanente». Inutile nascondersi la macchinosità di questa ipotesi, che tuttavia è il solo orizzonte al quale la diplomazia sembra sapersi affidare. In generale, tra l’opinione pubblica israeliana prevale un marcato scetticismo, di cui ci dà conto Lucia Stella su Europa sempre di mercoledì 15, riprendendo il sondaggio pubblicato dallo Yedioth Ahronoth. A detta di quest’ultimo non solo più dei due terzi degli intervistati si sono dichiarati pessimisti rispetto ad una soluzione positiva delle negoziazione ma molti di essi hanno messo in discussione le reali intenzioni di Netanyahu e Abbas, ritenuti poco o nulla propensi ad accordarsi e semmai costretti a sedersi intorno ad un tavolo soprattutto per compiacere gli Stati Uniti. All’orizzonte si pone poi un’altra questione, che ha a che fare ancora una volta con lo sviluppo edile – il vero nodo del conflitto, in questi anni: le autorità della municipalità di Gerusalemme il prossimo 7 ottobre intendono discutere di un progetto per l’edificazione di 1.362 unità abitative, situate nella parte orientale della città, a Givat Hamatos, tra Talpiot (cinque chilometri a sud della «città vecchia») e Gilo (area residenziale alla periferia sudoccidentale della capitale israeliana, con circa 40mila abitanti). Si tratta di una zona ad alta densità abitativa araba anche se essa costituisce, oramai dal 1991, anche un robusto insediamento di ebrei d’origine etiope. Per quel che concerne il punto di vista israeliano l’ipotesi non presenta nulla di eccentrico rispetto a quanto già abbondantemente deciso e applicato, poiché la moratoria sulla costruzione di nuovi vani, che scadrà il 26 settembre, era rivolta alla West Bank e non a Gerusalemme. Di diverso parere è la controparte palestinese che in ciò vuole leggere un’ulteriore manifestazione della “volontà prevaricatrice” d’Israele. Peraltro Umberto De Giovannangeli, su l’Unità di martedì 14 settembre, riprendendo un report dell’organizzazione Peace Now di due giorni prima, rileva la possibilità che si possa procedere quanto prima all’edificazione di 2.066 unità abitative in 42 diversi insediamenti cisgiordani, all’interno di un più ampio percorso di sviluppo e rafforzamento dei medesimi che porterebbe all’incremento di 13mila unità l’ammontare complessivo delle nuove costruzioni. Come leggere in maniera non troppo sbrigativa questa matassa di elementi? Quel che si può affermare è che i soggetti della negoziazione sono tra di loro troppo eterogenei e asimmetrici per potere desiderare e, soprattutto, negoziare (nonché realizzare) quello che retoricamente viene chiamato presentato come un «accordo di pace». Il problema non è solo politico ma anche economico, sociale e culturale e riguarda, ancora una volta, non tanto quello che divide i due campi bensì quello che divide dentro i due campi. Israele, che pure deve confrontarsi con non indifferenti problemi, vive una stagione di relativa crescita economica. La politica della sicurezza, perseguita con andamenti discontinui dal 2000, dopo il fallimentare tramonto delle negoziazioni di Camp David, ha prodotto i suoi frutti. Il vero, diretto pericolo non è costituito dai palestinesi cisgiordani, dai quali peraltro una barriera di sicurezza garantisce una sorta di separazione di fatto. Le minacce, piuttosto, sono di ordine regionale e rimandano allo sviluppo del programma nucleare iraniano, al riallineamento geopolitico turco così come a tutta un’ampia serie di questioni aperte. Lo scetticismo diffuso è indice della decrescente partecipazione della popolazione alle scelte politiche di maggiore rilevanza, insieme alla forte frammentazione del quadro partitico e alla debolezza di un esecutivo dove le posizioni sulla partecipazione ai negoziati sono divaricate. Per il premier Netanyahu questo è forse il punto più critico poiché il suo governo rischia di rompersi nel momento in cui fosse chiamato a decidere su concreti passaggi derivati dai negoziati in corso. Sul versante palestinese il treno della costituzione di uno Stato nazionale è forse passato una volta per sempre. Non è solo la questione del ritardo – oramai storico – nel processo di «national building» (l’insieme dei processi che portano alla materializzazione di una comunità nazionale e, poi, statale), ma anche della divaricazione d’interessi che si sta registrando tra i diversi strati della popolazione. Non è detto, in altre parole, tanto più perdurando l’attuale stato di cose, che tutti i palestinesi nutrano la stesso obiettivo, quello di costituirsi in un’unico consorzio nazionale. Le interconnessioni economiche con Israele, ad esempio, sono tali e tante da fare sì che coloro che ne beneficiano non siano tanto facilmente disposti a venirne meno in cambio di un futuro dai tratti indeterminati. E a proposito di affari economici va registrata la polemica innescatasi con l’articolo di Menachem Gantz sul Yedioth Aharonoth laddove, nel merito dell’interscambio commerciale tra Italia e Iran, si parla di «sanzioni di carta». Il testo dell’articolo è peraltro pubblicato, in traduzione italiana, su il Riformista di oggi. Hanno ripreso la notizia l’Unità, il Corriere della Sera e il Riformista del 15 settembre,  così come, il giorno successivo, il Foglio. Recuperando i dati Istat in materia il giornalista israeliano ha rilevato come, al di là delle dichiarazioni di principio, quelle che nel febbraio di quest’anno Silvio Berlusconi aveva reso durante un suo viaggio in Israele, riconoscendo la necessità di ridurre il flusso di denaro e risorse verso Teheran, i rapporti tra i due paesi siano invece andati lievitando. Da tre anni a questa parte l’Italia è seconda solo alla Germania nelle relazioni con il paese dei pavoni. Gantz, ripreso da De Giovannangeli, ha riscontrato «che le importazioni italiane dall’Iran nella prima metà del 2010 sono più che raddoppiate» raggiungendo una cifra «veramente mostruosa». L’interscambio con Teheran «aiuta il regime degli ayatollah ad ottenere stabilità», anche perché riguarda beni e risorse strategiche. Peraltro Giulio Meotti su il Foglio di oggi rileva come l’Iran stia utilizzando le grandi agenzie delle Nazioni Unite per aggiare l’isolamento politico internazionale. Ci congediamo dai nostri lettori, in prossimità dell’ingresso del Kippur, rimandando ad un articolo di Massimo Giuliani su l’Avvenire di oggi dove si parla del suo significato solenne.
 
Claudio Vercelli
17 settembre 2010