XX settembre – Gli Ebrei di Roma dal Ghetto all’Emancipazione

“Questo è il giorno di annunzio … Giorno in cui il Signore ha tratto il suo popolo fuori dal crogiolo delle sofferenze, portandolo da schiavitù in libertà, per mezzo del Suo servo, il fido, alto ed eccelso Vittorio Emanuele re d’Italia. Questi raccolse il suo esercito, venne e assediò Roma e combatté finché la città non cadde”, scriveva il 20 settembre 1870 nel suo libro di famiglia Angelo Citone, uno dei maggiorenti della Comunità romana. L’evento era reso dallo studioso Abraham Berliner, testimone attento dei primi anni dell’emancipazione a Roma e autore nel 1893 della prima ricostruzione storica della vita degli ebrei di Roma, con un’immagine forte, quella dei “muri del Ghetto” che “crollano al suono delle trombe della libertà”. Di suonare questa tromba, il generale Cadorna, sembra per evitare la scomunica ad un ufficiale cattolico, incaricò un ufficiale di artiglieria ebreo, il piemontese capitano Segre, la cui tomba nel cimitero ebraico di Chieri porta scolpiti due cannoni incrociati.
Il venti settembre 1870, la fine del potere temporale dei papi significò infatti, per i circa quattromilasettecento ebrei romani (circa il 2,2% dell’intera popolazione) l’ottenimento dell’emancipazione, che già era stata raggiunta dagli ebrei del resto d’Italia tra il 1848 e il 1859, seguendo il percorso dell’unificazione italiana. Profondissimi sono infatti i nessi tra emancipazione degli ebrei italiani e Risorgimento, nessi che segnano tanto il carattere dell’emancipazione ebraica che quello della creazione del nuovo Stato italiano. L’ottenimento dell’uguaglianza da parte degli ebrei italiani, e con loro dei valdesi e delle altre minoranze religiose che accompagna il processo di costruzione dell’Italia unita non ne rappresenta infatti una sorta di conseguenza marginale ma ne segna profondamente il percorso, divenendone, con il connesso principio della tolleranza di tutti i culti religiosi e poi con quello dell’uguaglianza dei culti di fronte alla legge, uno dei pilastri basilari. Era un Risorgimento che poteva ispirare a Moses Hess, nel suo Roma e Gerusalemme, l’idea che la rinascita del popolo ebraico potesse modellarsi sulla costruzione nazionale italiana e che nel 1918, molto più tardi ma nello stesso spirito, avrebbe spinto Dante Lattes a definire l’irredentismo il sionismo d’Italia e il sionismo l’irredentismo d’Israele
Il 25 settembre 1870, la Comunità ebraica romana inviava a Vittorio Emanuele II un indirizzo di saluto e di adesione al nuovo Stato italiano: “ Noi ricordiamo qui ora il nome di Israeliti per l’ultima volta nel momento che passiamo da uno stato di interdetto legale al santo regime d’uguaglianza civile.. Ma retti dal vostro scettro costituzionale noi fuori dai nostri templi non ci ricorderemo d’essere e non saremo che Italiani e Romani”. Samuele Alatri, uno dei più autorevoli membri della Comunità, prese parte alla delegazione che l’11 ottobre presentò al re il risultato della plebiscito del 2 ottobre sull’unione di Roma al Regno d’Italia. Contemporaneamente, lo Statuto Albertino, e con esso l’uguaglianza di tutti i sudditi, ebrei compresi, era esteso a Roma. Era la piena emancipazione. Samuele Alatri e Settimio Piperno furono nel novembre eletti al Consiglio Comunale. Nel 1874 Samuele Alatri, che poi sarebbe stato presidente della ricostituita Comunità Israelitica, fu eletto alla Camera nelle fila della Destra. Entravano così nella società civile ed ancor più nella politica i primi esponenti di una minoranza, quella ebraica, che aveva fatto parte fin dalle origini della Roma papale ma che in questa società aveva vissuto in uno statuto di codificata subordinazione ed inferiorità, aggravata a metà Cinquecento dalla costruzione di quel ghetto, chiuso da mura e portoni, serrato dal tramonto all’alba, che aveva rappresentato un progressivo ma sensibilissimo peggioramento della sua condizione e delle sue possibilità.
Ricordiamolo, il ghetto era stato creato da papa Paolo IV Carafa nel luglio 1555, solo due mesi dopo la sua assunzione al pontificato, con la bolla Cum Nimis Absurdum, che sanciva una rigida segregazione del quartiere degli ebrei non nella sola Roma, ma in tutti i luoghi dello Stato della Chiesa in cui vivevano ebrei. Il ghetto era di dimensioni assai ridotte, molto più di quanto normalmente non ci si immagini, per una popolazione ebraica che giunse in alcuni periodi fino a raggiungere le cinquemila persone. In tutto erano circa tre ettari: uno spazio trapezoidale lungo 270 metri circa verso il Tevere, 180 dall’altra parte, per una profondità di 150 metri circa. Quando lo spazio dove sorgeva fu riedificato, tra la fine del secolo e l’inizio del Novecento, vi è stato spazio per quattro isolati: quello del Tempio Maggiore, e gli altri tre isolati intorno, uno di palazzine liberty su via Catalana, gli altri due rispettivamente l’edificio delle scuole (oggi le scuole ebraiche) e l’edificio umbertino di appartamenti che si apre su Via Portico d’Ottavia. Il muro correva tagliando orizzontalmente in due l’attuale via Portico d’Ottavia.
La ghettizzazione corrisponde ad una fase in cui la Chiesa ha deciso, dopo secolari esitazioni e cautele, di sbarazzarsi una volta per tutte della presenza di una minoranza al suo interno: sbarazzarsene non secondo il modelle delle monarchie europee, con l’espulsione, ma attraverso la conversione. Un’impostazione ideologica che è ciò che differenzia il fenomeno della ghettizzazione, tipico dell’Italia tra Cinque e Seicento e solo di questa, da altre forme simili di vita obbligata in quartieri separati conosciute dagli ebrei europei, come in Spagna prima dell’espulsione o in alcune città della Germania. Una conversione da ottenersi, ancora una volta, non sulla punta della spada, come nella penisola iberica, ma con la persuasione, anche se si trattava di una persuasione pesante: l’inasprimento delle condizioni di vita, la chiusura anche materiale degli spazi, le pressioni psicologiche, l’appesantimento delle imposte. Una semi-prigione, solo notturna ma munita di portoni, di mura e di guardiani, che gli ebrei potevano lasciare solo attraverso un esilio definitivo. Di tutti i ghetti italiani, quello romano è, data la sua vicinanza non solo alla città di Roma ma anche alla Roma centro della cristianità, il più segnato dal controllo, dall’esercizio di una pressione, quella verso le braccia aperte della Chiesa, continuamente rinnovata e reinventata. Una pressione tuttavia, che portò senz’altro a rendere il fenomeno delle conversioni un fenomeno incisivo e assai presente, ma che non portò al suo obiettivo, la conversione collettiva degli ebrei, la scomparsa dell’unica minoranza presente in seno al mondo cattolico. La spinta, provocata ed acuita dalla pressione esterna, al mantenimento a tutti i costi degli equilibri interni dette come risultato una forte stabilità della società del ghetto, nonostante e forse proprio a causa della sua fragilità. Stabilità che poteva avere i suoi lati positivi, ma che sul lungo periodo divenne soprattutto immobilismo, incapacità di rinnovarsi, chiusura. La Chiesa non riuscì a sbarazzarsi, convertendola, della sua minoranza, ma riuscì senz’altro a tenerla in uno stato di arretratezza e di chiusura.
A partire dalla metà del XVIII secolo, rompendo gli equilibri precedenti, l’atteggiamento della Chiesa si fece però sempre più ostile, identificando sempre più gli ebrei con il mondo moderno. Proprio la modernizzazione della società esterna (anche se Roma non ne è certo il punto più avanzato) rende sempre più le mura del ghetto una sopravvivenza. Nel 1775, un editto di Pio VI ribadisce nella loro forma più rigida le norme di istituzione del ghetto, appesantendole ulteriormente. La Repubblica Romana del 1798-99 e l’età napoleonica vedono l’apertura del ghetto e l’introduzione delle leggi della Rivoluzione sull’uguaglianza dei cittadini. E’ l’emancipazione, anche se di durata brevissima, tanto che, quando la Restaurazione li rinserra nelle mura del ghetto, nulla vi è cambiato realmente. Ma gli ebrei amici dei lumi e della modernità che la Chiesa comincia a temere nel Settecento sono unicamente frutto del suo immaginario. La situazione reale del ghetto è, nel suo insieme, tutt’altra. Pochi, giusto tre o quattro maggiorenti delle famiglie più importanti, sono i “giacobini” nel 1798. E quando, con i moti del 1830-31 e poi con il progredire del movimento risorgimentale, il mondo ebraico italiano vi aderisce e vi ripone le speranze in un futuro di eguaglianza e libertà, gli ebrei romani che vi partecipano non sono la maggioranza. E se troviamo un notevole numero di ebrei fra i membri della Repubblica romana e fra i suoi difensori, sono ebrei del resto d’Italia, come il medico triestino Giacomo Venezian, o addirittura ebrei giunti dal resto d’Europa. Impoverita al massimo, timorosa delle novità, la comunità romana si caratterizza come “giacobina” più che nella realtà, a parte alcuni maggiorenti comunitari, nell’immaginario della Chiesa. Ma tutt’ altro che moderno, negli anni che precedono il 1870, è nel suo insieme il ghetto di Roma, privo ormai dal 1848 di porte e portoni ma ancora retto dalle antiche norme. Le testimonianze che abbiamo sono molto significative. Così, Massimo d’Azeglio nel 1848 ci parla di un “ammasso informe di case e tuguri”, mentre la bellissima pagina del Gregorovius, del 1853 (Passeggiate romane) che avete appena ascoltato descrive le cucitrici del ghetto che sulla soglia delle case per trovarvi un poco di luce si strizzano gli occhi sui ricami e i rammendi.
Alla vigilia del 1870, la povertà era diffusissima, tanto che nel 1869 quasi metà della Comunità, duemila persone, erano iscritti alla lista dei poveri per le elemosine settimanali. A tale povertà si contrapponeva, in una forbice sociale accentuata, una ristretta élite di poco più di un centinaio di contribuenti , che concentravano nelle loro mani l’intera ricchezza della Comunità.
In tale contesto, non c’è da stupirsi che lo sfasciarsi della struttura comunitaria con il 1870 abbia provocato una grave crisi nel mondo ebraico romano. Una crisi indotta non dall’emancipazione in sé, ma dal sommarsi della miseria e dell’arretratezza del periodo precedente l’emancipazione agli inevitabili costi della modernizzazione.

A partire dagli anni Ottanta, in realtà, agli elementi di crisi si affiancano i primi germi di una rinnovata e in alcune forme nuova attività comunitaria. La crisi più forte è, in questi anni, provocata dalla demolizione e dalla ricostruzione del ghetto, che toglie di sotto i piedi degli ebrei di Roma la scena stessa su cui si sono mossi da secoli, il loro territorio. Le demolizioni, in attuazione del piano regolatore di Roma Capitale del 1873, iniziano nel 1885, e terminano nello spazio di un anno. il quartiere sarà ricostruito completamente, così come lo vediamo nel 1911. Per gli abitanti dell’antico ghetto, è il trasferimento, un terribile trauma. Una parte delle famiglie si sposta nelle zone circostanti, le famiglie più povere verso Trastevere e San Cosimato, le famiglie più facoltose si spostano verso i quartieri borghesi di via Nazionale, il Viminale, l’Esquilino, dove nel 1914 sarà inaugurato il tempio di via Balbo. Il progetto, concordato tra Comune di Roma e Università degli ebrei, ebbe il plauso dei dirigenti comunitari, comunque preoccupati di “evitare a quelle viventi infelici testimonianze di un doloroso passato scosse rudi e repentine (Samuele Alatri nel 1885, in Migliau).
Nel 1904, l’inaugurazione del Tempio maggiore si pone come un segnale forte di inizio per gli ebrei romani di una nuova era di integrazione e di libertà. Raggiunta l’uguaglianza, innalzato una sinagoga alta, come le leggi del diritto canonico e ancor prima quelle romane avevano loro impedito di fare, gli ebrei potevano sentirsi a pieno titolo cittadini della città di cui si consideravano anche, e non a torto, i più antichi abitanti. Nel 1907 divenne per ben sette anni sindaco di Roma un ebreo, Ernesto Nathan, a significare quanto questa integrazione fosse ormai avanzata.

Nel 1938, quando le leggi razziste imposero agli ebrei uno statuto di assoluta inferiorità, che da una parte riportava indietro le lancette della storia al periodo che precedeva l’emancipazione e dall’altra preludeva allo sterminio che i nazisti avrebbero realizzato, gli ebrei romani erano emancipati da meno di settant’anni, alcuni di loro avevano visto bambini il ghetto. Era una generazione in meno, rispetto agli altri, una generazione in meno di uguaglianza, di diritti civili, di voto, di scuole pubbliche. Essi venivano inoltre, da un ghetto durato molto più a lungo della maggior parte degli altri ghetti, oltre tre secoli contro, ad esempio, i centocinquanta anni del ghetto di Torino. La maggior parte degli ebrei romani viveva ancora nello spazio che era stato quello del ghetto, o tutto intorno. Il ghetto non c’era più, ma se ne sentiva ancora il sapore, era come un fantasma. La coesione sociale vi era ancora ben salda, tutti si conoscevano per nome o per i frequentissimi soprannomi, che aiutano a districarsi nel ripetersi degli stessi nomi. Quanti vivevano del piccolo commercio al minuto non avevano i mezzi per lasciare l’Italia, ma l’idea, nella maggior parte dei casi, nemmeno li sfiorò. All’inizio, nell’autunno 1938, mentre gli ebrei che lavoravano nell’amministrazione statale, i professori erano cacciati tambur battente dal loro lavoro, mentre i liberi professionisti, i giornalisti, gli imprenditori subivano le conseguenze delle leggi antiebraiche, la maggior parte degli ebrei romani, negozianti, venditori ambulanti, non fu toccata che marginalmente. Certo, anche qui i bambini, gli studenti furono immediatamente cacciati dalle scuole dallo zelo antisemita del ministro Bottai. Un trauma incancellabile, appena ammorbidito dalla creazione di una scuola media ebraica. Non si potevano avere donne di servizio “ariane”, ma gli ebrei del ghetto ne avevano ben poche, e non si poteva andare in villeggiatura, ma quale venditore ambulante, quale dei tanti venditori di articoli religiosi cattolici, i madonnari, andava in vacanza? Il piccolo commercio continuò fino al 1940, consentendo al ghetto di sopravvivere. Poi, con lo scoppio della guerra, qualche burocrate pensò che il commercio degli ebrei rappresentasse un pericolo per la sicurezza italiana, e lo vietò riducendo alla fame la maggior parte degli ebrei romani. Fu questo, più delle leggi del 1938, il grande trauma della Comunità romana.

Dal 1942, sull’onda di una campagna volta a mostrare negli ebrei dei parassiti che vivono nell’ozio mentre gli ariani danno il sangue per la patria, gli ebrei sono costretti al lavoro obbligato. Spalano terra sul greto del Tevere, un lavoro inutile, senza scopo. Nel 1943, l’armistizio e la successiva invasione nazista colgono impreparata la Comunità. Si pensava che gli angloamericani stessero per arrivare, che Roma fosse difesa, che la qualifica di “città aperta” e la protezione papale proteggessero i suoi ebrei, ed infine ci si fidò della parola dei tedeschi, quando chiesero 50 chili d’oro in cambio della salvezza degli ebrei romani. E di nuovo è il territorio del ghetto, quello che ghetto non è più dal 1870, lo spazio principale della razzia del 16 ottobre, anche se, muniti dei loro elenchi, i nazisti si recarono quella mattina in tutta la città a arrestare gli ebrei. 1259 gli ebrei catturati, portati nei locali del Collegio Militare, in via della Lungara. Dopo la liberazione dei non ebrei e dei “misti”, restarono 1022 persone, che la mattina del 18 ottobre furono caricati su autocarri, portati alla stazione Tiburtina, e stipati in un convoglio di 18 carri bestiame, piombati. Il convoglio non era diretto ad un campo di raccolta, come diventerà usuale più tardi, ma direttamente ad Auschwitz, dove arrivò dopo 6 giorni, il 22 ottobre, e dove restò ancora chiuso sui binari fino alla mattina di sabato 23 ottobre. Poi iniziò la selezione. 839 di essi furono mandati subito alle camere a gas, una percentuale dell’82%, più alta del normale.
La razzia romana del 16 ottobre fu la prima razzia di vasta scala compiuta dai nazisti in Italia e anche l’ultima compiuta a Roma, dal momento che dopo il 16 ottobre gli ebrei abbandonarono le loro case e passarono a vivere nascosti, e furono quindi arrestati alla spicciolata, e dal momento che dal novembre gli arresti furono delegati dai nazisti ai militi della Repubblica di Salò. Gli ebrei romani si nascosero, in casa dei amici ariani, in conventi, istituti religiosi, chiese, che aprirono largamente e generosamente le porte ai perseguitati. Fu il periodo in cui metà dei romani nascondeva l’altra metà. Molti dei mille e ebrei arrestati a Roma nei mesi seguenti furono individuati per strada, per una delazione, per un’imprudenza. Ma la prima imprudenza, quella del 16 ottobre, quando gli ebrei romani restarono nelle proprie case ad aspettare la razzia nazista, o al massimo mandarono a dormire fuori gli uomini giovani (e infatti la maggior parte degli arrestati sono donne e bambini) si spiega anche con l’idea, che si rivelò errata, che lo spazio della città, città aperta, fosse una sorta di spazio protetto. Che sotto le finestre del papa, nulla poteva accadere agli ebrei. Molti sono i motivi per cui quest’idea si rivelò errata, alcuni reali, altri di opportunità politica, e non è il caso di riprendere qui un’annosa e fossilizzata polemica. Ma se gli ebrei vedevano nel papa il loro protettore, è perché per essi non era ancora rotto quella sorta di cordone ombelicale che, nel bene come nel male, aveva legato i papi agli ebrei, il palazzo papale al ghetto. Per la Chiesa, nonostante i grandissimi aiuti che offrì agli ebrei romani, quel legame era stato rotto da molto tempo, e certamente da quel 20 settembre in cui gli ebrei da ebrei del papa erano divenuti cittadini.
E la vera fine del ghetto è forse proprio lì, in quel 16 ottobre, perché dopo di allora la memoria di quel luogo non è più memoria della lunga, vitale e contrastata vita del ghetto di Roma sotto i papi, ma è memoria di morte, della razzia nazista, dei passi delle SS. E i ruderi del Portico ci ricordano ormai non il mercato del pesce, e i rumori e il chiasso di una Roma perduta, e nemmeno l’apertura dell’Emancipazione e il fervore dei lavori del risanamento del vecchio ghetto, ma gli ebrei ammassati sotto le rovine del Portico ad aspettare la deportazione.

Anna Foa, storica

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