Voci a confronto
Nella settimana trascorsa dalla mia ultima rassegna abbiamo assistito ad una miriade di avvenimenti destinati ad avere profonde ripercussioni nel mondo, e non solo in quello mediorientale. Difficile fare oggi una diagnosi esatta di ciò che si sta muovendo sulla scena e, soprattutto, dietro le quinte, per non parlare poi di azzardare previsioni, e quindi, quando si leggono certezze assolute – e soprattutto esageratamente quanto gratuitamente rassicuranti – come quelle espresse domenica da Farian Sabahi sul Sole 24 Ore, che qui riporto: “Se El Baradei succedesse a Mubarak sarebbe una vittoria della società civile sui militari. E non dovrebbe dispiacere a Israele, che in Egitto teme una deriva islamista. In ogni caso il nuovo governo egiziano non avrà né il tempo né l’energia per minacciare lo stato ebraico”, è inevitabile avanzare qualche dubbio sull’affidabilità di “esperti” che ci propinano simili conclusioni. Sarebbe molto bello se il nuovo Egitto del post Mubarak non minacciasse Israele, ma purtroppo sia fra i nuovi leaders che fra la popolazione, nutriti da una martellante propaganda di vecchia data contro lo stato ebraico, è tutt’altro che raro riscontrare espressioni di segno diametralmente opposto a quello della esperta del Sole, come possiamo vedere nelle immagini pubblicate nel blog del bravo Giulio Meotti e, spostandoci solo di un po’, nell’assalto alla sinagoga messo in atto a Tunisi. Sostanzialmente simili le pagine dei diversi quotidiani di oggi. Mikhail Gorbachev, che Mubarak ha conosciuto personalmente, scrive su Herald Tribune che è stato errato credere che in medio oriente possa esistere solo dittatura o fondamentalismo; egli vede l’islam come una forza costruttiva e ne ricorda i contributi dati a scienze e cultura (ma dimentica di ricordare che sono contributi lontani nel tempo), e sembra non accorgersi della preoccupante deriva che la situazione di Turchia, Indonesia e Malesia sembra voler prendere. E’ comunque da registrare che Gorbachev crede in una transizione democratica in Egitto, e questo sarebbe un bene per il mondo intero. Molinari, sulla Stampa, intervista un ex esperto della CIA che fa notare che Obama, nei giorni scorsi, ha oscillato tra la politica di Bush padre (che proveniva dalla CIA), ed i classici valori americani, creando una grande confusione. L’intervistato, che bene conosce la struttura elefantiaca della CIA, dice chiaramente che i servizi americani hanno sbagliato tutto, e continuano, ancora oggi, a sbagliare tutte le loro analisi. Carlo Panella, su Libero, considera che quanto è successo nelle scorse settimane in Egitto è la conseguenza della politica anti Mubarak voluta da Bush figlio, più che della politica del dialogo di Obama, e ricorda che mentre il primo voleva tagliare gli aiuti al regime egiziano, il secondo li ha tolti ai movimenti di opposizione nel mondo islamico. L’importanza della rete è al centro dell’attenzione di numerosi commentatori; Viviana Mazza, per il Corriere, cerca di contattare qualche blogger anche se è difficile effettuare vere interviste, considerati anche i pericoli che gli intervistati corrono; anche Davide Frattini, sempre sul Corriere, ne intervista uno, vicino ai Fratelli Musulmani; in questo articolo gli va dietro quando l’intervistato sostiene che il movimento non si era neppure accorto che, nei primi giorni, la gente era scesa nelle strade, e neppure ha nulla da obiettare quando l’intervistato sostiene che Israele dovrebbe essere trasferito in una parte dell’Italia. Frattini non si chiede che cosa succederà, in futuro, se gli estremisti prenderanno il sopravvento. Questi loro giovani supporters pensano forse di poter continuare a sostenere le loro pur lodevoli idee di libertà e democrazia? Non capiscono che saranno tra i primi a venire eliminati, senza neppure un grazie per la loro opera? Anche Olimpio, ancora sul Corriere, da Washington tratta di rete e della sua influenza sugli avvenimenti di questi giorni, per spiegare che da sola questa non sarà sufficiente ad abbattere anche il regime di Ahmadinejad, che appare ancora piuttosto solido. Scrive correttamente Olimpio che gli USA, mentre usano internet per la loro guerra contro i regimi considerati nemici, se poi vengono presi di mira loro (caso Wikileaks) non si preoccupano di fare la guerra anche loro contro internet libero. Europa pubblica una interessante intervista al primo presidente iraniano dopo la caduta dello scià, Bani Sadr, oggi esule; egli sembra scettico sulle possibilità di riuscita di questa rivoluzione a Teheran dove l’esercito non ha le ragioni che aveva al Cairo per non combattere i dimostranti; Sadr sembra, al contrario, più fiducioso nel vedere un futuro democratico al Cairo ed a Tunisi (sarebbe bello se avesse ragione…). Un editoriale del Foglio fa una carrellata su vita e carriera di alcuni esperti iraniani in campo missilistico e nucleare; sono tutti usciti da centri internazionali degli USA e dell’Europa, anche italiani, e sono preziosissimi in questo momento per il regime degli ayatollah. Angelo Aquaro, su Repubblica, scrive che El Baradei, due anni fa, era quasi riuscito ad organizzare un incontro tra Obama ed Ahmadinejad: evidentemente neanche al premio nobel per la pace la storia ha insegnato molto. Attenta è anche l’analisi, sul Foglio, in un altro editoriale, sulla situazione nello Yemen (con tre gruppi contrapposti vicini a al Qaida, agli sciiti e alla popolazione in fermento), nel ricco e piccolo Bahrain (dove da secoli i sunniti, minoritari col 30 per cento, dominano sugli sciiti), nell’Algeria (dove soprattutto i berberi della Cabibia preoccupano il regime militare), e in Libia (dove le tribù della Cirenaica in fermento preoccupano Gheddafi che forse scenderà in piazza coi propri contestatori). Anche Lorenzo Trombetta (Europa) cerca di osservare quanto avviene nel mondo arabo, andando, lui, a Damasco, ma, dopo averlo letto, il mio pensiero è finito nei corridoi di al Ahram dove i giornalisti, dopo la caduta di Mubarak, si sono premurati di scusarsi coi loro lettori per quanto avevano scritto per 30 anni di fila. Camille Eid, sulle pagine di Avvenire, si chiede che cosa potrà succedere in Iran, e quale potrà essere l’atteggiamento di quell’esercito; soprattutto si chiede dove sta l’Europa in questo momento. La risposta la potrebbe trovare sulle pagine del Giornale che intervista Souad Sbai: arriva oggi a Roma, in visita da Frattini, una delegazione di parlamentari iraniani guidata dal presidente della locale commissione esteri; giustamente la Sbai invita Frattini a tenere lo stesso atteggiamento tenuto nei giorni scorsi nei confronti di Mubarak, e gli suggerisce di invitare anche una delegazione di dissidenti. E’ tuttavia probabile che anche questa volta dominerà il linguaggio felpato della diplomazia. Lady Ashton arriva in questi giorni in Medio Oriente dove avrà incontri con tanti dirigenti, come si legge sull’Osservatore Romano; il vero problema sono, forse, le idee di questa responsabile della politica estera, non condivise da molti altri politici europei. Azzurra Meringolo scrive sul Riformista che i Fratelli Musulmani, che il fondatore al Banna, e tutti i successivi dirigenti, aveva sempre voluto come movimento, si sta ora costituendo come partito politico; sono venuti meno certi impedimenti di legge, e sono gli unici a chiedere le elezioni immediate, essendo gli unici pronti ad affrontarle. Poco attento il Sole 24 Ore, il cui titolista pubblica: Gaza. Sciolto il governo palestinese. Questo è quello che può succedere nelle redazioni quando lavorano persone che si occupano di argomenti che ignorano completamente. Da censurare anche l’articolo del Manifesto che già nel titolo scrive: Mubarak: in coma o…in Israele? La fede estremista porta a scrivere cose davvero brutte. Israele ha sempre aperto le proprie porte a tutti se era utile per la loro salute, ma nessuno sa dove sia oggi il rais. Certo non in una spiaggia israeliana. Avrebbe fatto meglio, il Manifesto, a ricordare che Mubarak si recò in Israele solo per i funerali di Rabin, preferendo incontrare i dirigenti israeliani sempre, solo, su suolo egiziano. La rivista settimanale Internazionale ha riportato, nel suo numero dell’11, oltre all’articolo di Tariq Ramadan già ampiamente ripreso da questa rubrica, anche una tabella nella quale si vede la democrazia di Israele, al pari di quella di Cipro, definita “imperfetta” (naturalmente quella degli USA è perfetta). Viene da chiedersi quale ideologia abbia ispirato gli autori della suddetta tabella per indurli a definire imperfetta una democrazia che vede arabi in parlamento e presidenti di tribunale, ponendola appena un gradino al di sopra del regime di Hamas, qualificato come “ibrido” (?)
Emanuel Segre Amar
16 febbraio 2011