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Inno di Mameli e Lekha Dodi

Fu un evento anomalo, se si pensa ai meccanismi rigidi della tradizione liturgica. Un inno, composto da un cabalista di Safed, nella seconda metà del XVI secolo, si diffuse rapidamente e venne accettato da quasi tutto il mondo ebraico. Lo si canta all’entrata dello Shabbat, con decine e decine di melodie differenti. E’ il Lekhà Dodi,di Shlomo haLevi Alqabetz. Chissà perché questa incredibile diffusione. Forse l’aver toccato le corde più profonde della sensibilità in un momento storico particolare. E’ la descrizione dell’entrata dello Shabbat sotto forma di un’unione mistica tra sposo e sposa. Ma non è solo questo, è l’espressione delle speranze di redenzione di Israele, fatta con i canoni tradizionali della poesia liturgica, ricamando citazioni bibliche. Perché parlarne proprio oggi? Perché nel clima di festeggiamenti italiani dell’unità nazionale i canti patriottici vengono riproposti e con loro tutti i collegamenti e le emozioni, che talvolta toccano anche l’identità ebraica. Del caso più eclatante, il Va’ pensiero, si è già parlato. Ma una piccola riflessione sull’inno di Mameli, che sembrerebbe di tutt’altra natura, non è senza interesse. Perché in questo tipo di poesia tanto semplice quanto retorica compaiono motivi comuni a un certo tipo di inni liturgici ebraici, come il Lekha Dodi. Alcuni esempi: Il risveglio: “fratelli d’Italia/L’Italia s’è desta” (IM) e il Lekhà Dodi (LD) “hit’orreri…, svegliati svegliati perché è venuta la tua luce, alzati, brilla”; la veste gloriosa: “dell’elmo di Scipio s’é cinta la testa”, e il LD “livshi bigdè…, indossa gli abiti della tua gloria, popolo mio”; il riscatto dalla condizione umile: “noi siamo da secoli calpesti e derisi” (IM) e il LD “hitna’ari…, scuotiti, alzati dalla polvere” ; l’unità: “Uniamoci, amiamoci/l’Unione, e l’amore/Rivelano ai Popoli/Le vie del Signore” (IM) e il LD “Hashem echad…, Il Signore è uno e il suo nome è uno”; la rovina del nemico: “Son giunchi che piegano/Le spade vendute:/Già l’Aquila d’Austria/Le penne ha perdute./Il sangue d’Italia…” (IM) e il LD “wehayu limshisà…, i tuoi predatori saranno di preda e chi di ha divorato si allontanerà”. Qualche lettore troverà dissacranti e impropri questi accostamenti. Ma accostare non signfica rendere uguale, al contrario le analogie mettono in evidenze le differenze. Basterà pensare che i riformisti tedeschi dell’ottocento tagliarono dal Lekha Dodì le strofe “messianiche”. Strani flussi dell’identità ebraica, in perenne conflitto tra la vocazione nazionale e le aspirazioni mistiche.

rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma