Voci a confronto

Il delitto paga? Abituati come siamo ad assistere impotenti al modo in cui l’inflazione di crimini e criminali è abitualmente lasciata impunita, un moto di comprensibile sorpresa, unita a legittima soddisfazione, ci ha accompagnato nell’apprendere, ieri pomeriggio, che Ratko Mladic – meglio noto come «il boia di Srebrenica», la città bosniaca dove comandò, in qualità di generale dell’esercito serbo, l’eccidio di migliaia di musulmani indifesi – sia stato assicurato alla giustizia dopo una quindicina d’anni circa di latitanza. Ricercato per genocidio e crimini contro l’umanità, si trovava libero, come da prassi in questi casi, ancorché celato sotto un falso nome, vicino a Belgrado. Una delazione parrebbe essergli stata fatale, smagliando la rete dell’impunità di cui assassini di tale genere sanno sempre coprirsi. Dopo di che sicuramente avremo modo di assistere, tra le altre cose, ad una disputa storico-politica sulle responsabilità degli uni come degli altri, allorquando, trasferito l’imbarazzante ex militare presso una delle corti del Tribunale penale internazionale, sarà fatto oggetto di un lungo e tortuoso giudizio. Poiché il conflitto jugoslavo, anzi, le guerre infra-jugoslave, sono ben lontane dall’essersi concluse, covando semmai sotto le ceneri e proseguendo poi anche nella battaglia delle memorie e dei silenzi contrapposti. I giornali di oggi sono pieni di articoli sul fatto di cronaca ma noi rinviamo, per esigenze di misura, alla lettura di quello di Andrea Luchetta su il Riformista. Bisogna conoscere bene quelle terre martoriate, attraversate da guerre civili che, poco meno di vent’anni fa, hanno riacceso violenze che già si erano in parte consumate tempo addietro, per capire quanto l’aria sia ancora gravida di un’afosa ostilità tra gruppi contrapposti. La riduzione del conflitto alla trasposizione armata tra un groviglio di identità etniche non rende omaggio alla complessità delle divisioni, e agli interessi in gioco, nei Balcani. Poiché il ricorso al paradigma etnico è solo una tragica e logora copertura per negare la dinamica degli interessi in campo, raccontata a suo tempo così bene da un giornalista come Paolo Rumiz in un libro importante, «maschere per un massacro», recentemente ristampato da un importante editore nazionale. Luchetta, parafrasando l’altrui parola, ci racconta della Bosnia come anche di una società dove «è il passato che non passa», un paese «congelato in un tempo senza memoria», una terra lacerata e ben lontana dall’essere ricomposta. L’auspicato processo di riconciliazione, al quale le sentenze penali (un iter non solo giudiziario ma civile e morale che necessita di coinvolgere, oltre agli imputati, anche la collettività) dovrebbero concorrere nella sua concreta realizzazione, pare essere per il momento segnato dallo stallo. Al rumore delle armi si è sostituito il silenzio del risentimento. Insomma, il fuoco cova sotto la cenere, e l’impressione che si ha è che l’arresto sia stato reso possibile dalla oramai sostanziale “inutilità” di una generazione di criminali provetti, come Karadzic e lo stesso Mladic, in ciò sostituiti da potenziali carnefici a venire. C’è poi il problema non solo delle conclamate responsabilità serbe ma anche di quelle da ricondurre all’operato delle leadership degli altri gruppi, compresenti sulla scena della ex Repubblica socialista federale di Jugoslavia. Tutto è male quel che si consuma sotto il sole, quindi? Siamo destinati solo a celebrare la nostra inanità e l’altrui tracotanza? No di certo, ma se i nodi strutturali delle difficoltà jugoslave, allora come oggi, a partire dalla gravissima crisi economica che attanaglia una grande parte della popolazione e dalla camorristica polarizzazione delle élites locali, non dovessero essere affrontati, è assai improbabile che si possa venire a capo delle ramificazione d’interessi che congiurano a favore del prosieguo delle tensioni, quand’anche esse non fossero risolte con il ricorso alle armi, così come è invece successo negli anni Novanta. Peraltro, quanto possano essere fragili gli strumenti sanzionatori e compensativi a disposizione della comunità internazionale ce lo dice Giulio Meotti su il Foglio, dove l’equità che dovrebbe contraddistinguere l’operato della Corte dell’Aja, insieme al delicato equilibrio di ruoli e di interessi che inesorabilmente ruotano intorno ad un organismo collegiale di tale fatta, sono costantemente messi alla prova della parzialità del suo agire. È l’idea stessa che possa darsi uno strumento universale di remissione delle colpe, e di loro punizione, a risultare alla prova dei fatti molto difficile da praticare in una società internazionale senz’altro globalizzata e, proprio per questo, molto più divisa nei suoi particolarismi. Quanto meno ben di quanto non lo fossero l’Europa o l’Asia alla fine del Secondo conflitto mondiale, quando la giustizia dei vincitori si adoperò contro quei vinti che erano tali non solo perché sconfitti sul campo di battaglia ma poiché titolari di una concezione del mondo per cui l’annientamento dei civili era una prassi non solo ordinaria ma necessaria (e, quindi, benvenuta). Dopo di che, se spostiamo lo sguardo di novanta gradi, incrociamo lo Yemen in rivolta, dove nella capitale, Sana’a, sono morte ieri almeno quaranta persone, nel corso di tumulti tra civili. Ne parlano, tra gli altri, Jacopo Arbarello su il Riformista, Lucia Capuzzi per l’Avvenire, Davide Frattini su il Corriere della Sera, Maurizio Piccirilli su il Tempo e il Messaggero. C’è chi individua analogie con la crisi libica, laddove a risultare sempre più attraversato da faglie insanabili, che si traducono in crescenti contrapposizioni armate, è il precario accordo tra clan e tribù che aveva permesso al paese di vivere in una sorta di regime armistiziale. Lo Yemen, abitato da una popolazione di 23 milioni di individui, è in realtà non solo una comunità poverissima, dove quasi la metà della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, secondo le stime Onu, ma soprattutto uno Stato fittizio, nato dai meccanismi ad incastro della diplomazia internazionale e tenuto insieme da un patto di potere che si è definitivamente consunto. Del pari alle tensioni che hanno attraversato il Bahrain nei mesi scorsi, la paura dei più rispetto alla crisi yemenita non è volta solo alle sue dinamiche interne bensì alla vicinanza con l’Arabia Saudita, quell’anello regionale che se dovesse saltare creerebbe un effetto domino di impensabili, poiché imprevedibili, dimensioni e risultati. A Deauville, dove si tiene l’ennesimo vertice dei G8, stanco e pallido rituale, i tentativi di mettere ordine alle rivolte che oramai da quasi sei mesi accompagnano il mondo arabo, rischia di tradursi nel raglio d’impotenza della “comunità internazionale”. Al riguardo si leggano i resoconti di Maurizio Molinari su la Stampa e di Marco Conti per il Messaggero ma anche le considerazioni di più ampio respiro di Daniele Raineri e Luigi De Biase su il Foglio come quelle di Karim Mezram su Liberal. Al di là degli opachi inviti alla cessazione delle violenze e ai richiami alla necessità di soluzioni negoziate, uniti ad un rinnovato attivismo dei franco-britannici (che dall’area furono definitivamente espulsi già nel 1956), anche la volontà di aiutare finanziariamente la cosiddetta «primavera araba» sembra ridursi ad uno di quegli esercizi tanto obbligati quanto in sé insufficienti. Poiché è in questo caso il concetto di comunità internazionale a non funzionare più, essendo ancora tarato su un regime di relazioni bipolari che, invece, da tempo ha abbandonato la scena. Più che altro lo scenario al quale stiamo assistendo sembra essere quello dominato da una sorta di sindrome della transizione, dove attori anziani recitano parti logore all’interno di un copione che è invece mutato e dinanzi ad un pubblico che non si riconosce nella partitura. Le rassicurazione di questi giorni fatte del presidente americano sulla permanenza dell’egemonia occidentale parrebbero confermare semmai l’impressione che è proprio quest’ultima ad essere stata messa in discussione. E da tempo. La capacità ordinativa che era stata assunta dall’atlantismo nel dopoguerra, del pari all’egemonismo russo ad Est, sono due fattori che si sono dissolti, lasciando spazio ad un multipolarismo imperfetto, dove i protagonisti regionali, peraltro lacerati al loro interno (come nel caso dell’Iran raccontato da Michael Leeden sempre su Liberal) cercano più o meno affannosamente di riposizionarsi. Misuriamo così l’inconsistente rapporto tra i gruppi dirigenti, che nella regione mediorientale esprimono, attraverso satrapie, dittature, “monarchie repubblicane”, il massimo dell’autoreferenzialità, e la popolazione sulla quale stanno esercitando un dominio sempre più inerziale. La scoperta da parte di quest’ultima che il «Re è nudo», ossia che la legittimità dei poteri è prossima allo zero, trattandosi di un mero feticcio, alimentata dal disagio economico che investe le società locali, demograficamente giovani e già messe ai margini dell’economia mondiale, è il detonatore delle presenti e di future ribellioni. Il cui esito non può essere formulato a priori ma lascia presagire a dir poco instabilità a venire. Da segnalare, infine, un articolo di Gigi Riva su l’Espresso riguardo ad Israele e al suo posizionamento rispetto ai mutamenti in corso nel mondo arabo, dove mette in tensione (e torsione) i ragguardevoli risultati economici, con una crescita del Pil del 4,7% nel primo trimestre del 2011, con i timori per gli sviluppi dello scenario regionale. Il giudizio del giornalista è netto rispetto a quello che definisce come l’immobilismo del governo Netanyahu. Non di meno, l’unica alternativa politica che sembra darsi è quella di Tzipi Livni. La qual cosa, più che dirci quale potrebbe essere il destino di Gerusalemme, ci segnala ancora una volta quanto sia del tutto declinato quel «campo della pace», promosso a suo tempo dai laburisti ed ora ridottosi ad un piccolo e residuale nucleo di parlamentari e militanti che non hanno più voce in capitolo. Ammesso che qualcuno sappia cosa affermare concretamente, dinanzi ad una situazione di per sé scivolosa e melliflua qual è quella presentataci dalla «rivoluzione dei gelsomini».

Claudio Vercelli
27 maggio 2011