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Sconfitte

Abbiamo imparato, quindi (a parte coloro che già parlano l’arabo), che, oltre alla ‘naqba’ (la “catastrofe”, ossia la nascita di Israele), c’è anche la ‘naqsa’ (la “sconfitta” degli eserciti arabi nel 1967). Anche questa ricorrenza, naturalmente, va adeguatamente celebrata, con le marce ‘pacifiche’ dei profughi, i tentativi di violare il confine, l’esercito israeliano che lo impedisce, i feriti, i morti ecc. ecc. La cosa, oltre a essere terribilmente seria e drammatica, ha anche, indubbiamente, dei profili grotteschi, se non comici. Solo in Medio Oriente accadono cose che apparirebbero surreali in qualsiasi altro contesto. Senza scomodare la pace, la guerra e il diritto internazionale, torniamo ai nostri ricordi scolastici. Tutti abbiamo assistito, da bambini (dalla parte degli aggressori, delle vittime o, più spesso, degli spettatori), a delle angherie perpetrate ai danni di qualcuno considerato debole, isolato, diverso (ai miei tempi, ricordo che veniva definito un “tipo soggetto”). Per il branco dei ‘bulli’, un bersaglio facile, obbligato, per manifestare la loro forza e superiorità. La vittima designata, ovviamente, le prendeva. Qualche rara volta, però, poteva anche capitare che i bulli avessero fatto male i calcoli, e che il presunto “tipo soggetto” non fosse poi tale, sicché i bulli potevano anche essere loro, a prenderle. Ma li abbiamo mai visti celebrare, anno per anno, la loro “sconfitta”?
Naturalmente, come sempre, quando si tratta di Israele, non ci sono da commentare solo i fatti che accadono là, ma anche il modo in cui essi vengono rappresentati sulla nostra stampa. E, anche qui, il mondo appare alla rovescia, con la gente che cammina con la testa in terra e i piedi in aria. Spicca, per esempio, per la propria lucidità e coerenza, il fondo di Michael Walzer riportato su la Repubblica di lunedì 6 giugno, ove, a proposito dei disordini al confine tra Siria e Israele, se ne attribuisce la responsabilità principale al premier israeliano Netanyahu, il quale sarebbe responsabile di collocare il proprio Paese in una “condizione di paria della comunità internazionale”, facendo aumentare ovunque l’ostilità contro di esso, conducendolo così sull’orlo del baratro, “camminando a occhi chiusi verso la rovina”.
La motivazione di questo severo giudizio, naturalmente, risiede nel fatto che Netanyahu non crederebbe nel processo di pace (“non gli interessa, non creda nemmeno che esista”), e penserebbe soltanto al proprio personale successo politico. Walzer non è certo il solo a pensarla così, anche moti cittadini israeliani sono, più o meno, di questo avviso, ma la cosa curiosa è che l’articolista non mostra di credere che la controparte palestinese (diversamente da quanto Netanyahu riterrebbe, e come invece altri pensano) sarebbe invece disponibile a un serio negoziato, ma confessa di pensarla esattamente come il detestatissimo premier: infatti “i leader palestinesi accoglierebbero con favore il ritiro di Israele dalla Cisgiordania, ma non sono assolutamente pronti a chiudere il conflitto. …Non sono abbastanza forti da poter compiere una scelta del genere, ma ho il sospetto che non ne abbiano neppure la volontà. Il loro obiettivo strategico è… la creazione di uno Stato palestinese accanto a uno Stato ebraico che non riconoscono e verso il quale nutrono ostilità”. Dunque, se abbiamo capito bene: i palestinesi vogliono il loro Stato non per fare la pace con Israele, ma per continuare a fare la guerra, con strumenti più efficienti; il premier israeliano lo sa, ma non li aiuta a progredire in questo percorso bellicoso e, così facendo, conduce il suo Paese verso la rovina.
Perché Walzer non accusa Netanyahu anche di non volere fornire all’Iran tecnologia nucleare?.
Ma è inutile stupirsi. Testa in terra, piedi in aria, va bene così.

Francesco Lucrezi, storico