Voci a confronto

Sono giorni cruciali per il Medio Oriente quelli che viviamo in questa estate, strana non solo dal punto di vista meteorologico, e di sicuro, alla fine di questo mese nel quale perfino tanti politici hanno dovuto interrompere le loro vacanze, le realtà lungo le coste del Mediterraneo saranno diverse da quelle del passato. Numerosi sono gli articoli di analisi pubblicati oggi dai vari quotidiani, ma non sempre queste sono, per il sottoscritto, del tutto condivisibili. Tobias Buck sul Financial Times parla delle imponenti manifestazioni che riempiono le città israeliane di manifestanti, e crede di vedere in queste anche una nostalgia per il mondo del kibbutz (?). E’ di sicuro vero che un tempo vi erano minori disuguaglianze sociali, ma vi erano anche altri grandi problemi (come la fortissima inflazione) che non rendevano facile, anzi tutt’altro, la vita del cittadino. Non si può negare che l’high tech e le tante newco hanno potuto garantire oggi un forte sviluppo ed un sostanziale pieno impiego, nonostante la crisi che attanaglia il mondo intero. Ad oggi non si registra un aperto scontro tra i dimostranti e gli ultra-ortodossi ed i “coloni”, ma ci si concentra sulle richieste di miglioramenti concreti per tutti. Come infatti si legge su Avvenire, anche i rappresentanti degli insediamenti cercano un’intesa col movimento di protesta. Secondo El Pais la politica del governo Netanyahu di colonizzazione illegale di territori che non appartengono ad Israele, riduce la possibilità di risolvere i problemi della vita quotidiana. Allargando il discorso alle altre proteste che si sono svolte in Egitto, in Tunisia ed in Libano (?), l’International Herald Tribune crede di poter vedere la questione palestinese come se fosse al centro delle proteste (realtà negata da tantissimi testimoni oculari fin dai primi giorni delle rivolte). In questa analisi piena di realtà immaginate dalla redazione del quotidiano in lingua inglese, non manca un riferimento alla riconciliazione firmata in maggio tra Fatah e Hamas al Cairo senza che ci sia il coraggio di riconoscere che questa è del tutto fallita. Infine, le stesse marce contro Israele partite dal Libano, dalla Siria, dalla West Bank e da Gaza (?) sarebbero state originate unicamente dal passaparola e da internet, senza una volontà ben precisa dei dittatori locali. Anche Filippo Di Giacomo ricostruisce in modo fantasioso la storia del Libano su l’Unità, partendo proprio dalla descrizione di quello che fu un paese delle meraviglie immerso in un Medio Oriente, al contrario, sconvolto da guerre e povertà. Di Giacomo, accecato dalla sua fede politica, crede di vedere, a partire dall’89, “l’applicazione del diritto musulmano a cristiani ed ebrei (?)” residenti in Libano, scrive di un “delitto Hariri troppo frettolosamente attribuito alla Siria” per scovare anche “file di cristiani costretti a lasciare Israele” (per sua gentile concessione accomunati a quelli cacciati da Siria, Irak e Turchia). Di Giacomo chiude il suo articolo affermando che “solo in Libano si è sperimentato un modello pluralistico, quello che Israele e Palestina hanno sempre promesso e mai realizzato”. Bisognerebbe ricordare ai lettori de l’Unità che il pluralismo dei palestinesi vuole, per bocca del “moderato” Abu Mazen, uno stato nel quale gli ebrei non possano entrare nemmeno come membri di eventuali truppe internazionali di aiuto. Più attento è oggi Alberto Negri che, sul Sole 24 Ore, scrive che USA ed Europa sono sempre meno protagonisti in un Medio Oriente nel quale l’Arabia Saudita gioca tutte le sue carte dopo la caduta dei suoi alleati in Tunisia, Egitto e Yemen, mentre la stessa Turchia inizia a rendersi conto di cosa comporta avere vicini come i regimi siriano ed iraniano. Il Consiglio di sicurezza, mercoledì scorso, aveva concesso al Segretario Ban Ki-moon solo sette giorni per riferire su quanto succede in Siria; e così oggi, come scrive R. Rom. sul Messaggero, dopo tante inutili dichiarazioni di condanna, si ascolterà il rapporto del Segretario mentre intere città sono isolate dal resto del mondo e gestite manu militari dalle truppe di Assad, dopo che è fallita anche la missione del ministro degli esteri turco a Damasco. Pure il fronte libico appare molto agitato, come scrivono Cristiano Tinazzi sul Messaggero e Valeria Fraschetti su Repubblica, e la Nato si accorge di quanto sia difficile colpire un nemico che si nasconde tra la popolazione civile; il comando militare occidentale, di fronte alle accuse, apparentemente vere ma forse esagerate, di avere ucciso 85 civili, si limita a rispondere di non averne le prove, ma non sembra essere disposto a sottoporsi a quelle severe inchieste cui Israele ha sempre sottoposto i propri comandi militari in simili frangenti. Intanto vanno registrate, all’interno del comando dei ribelli, dure divisioni che hanno provocato la caduta del governo provvisorio.
Nei prossimi giorni si rappresenterà a Pesaro, in occasione dell’annuale festival di musica rossiniana, il Mosè diretto da Graham Vick, e Luca Del Fra sull’Unità non perde l’occasione per intervistarlo e per scrivere di discutibilissimi parallelismi; l’uccisione di tutti i primogeniti innocenti degli egiziani fu un’azione sacra, secondo Vick, che va accostata al crollo delle torri gemelle, pure questa azione sacra per alcuni. In un crescendo di affermazioni che lascio al lettore giudicare, si accosta il muro che tenne prigionieri gli ebrei nell’antico Egitto al muro “dei Territori e di Gaza (?)”, e che diventa infine il muro del pianto, il luogo di dolore degli schiavi (sic). Del Fra conclude il suo articolo facendo dire a Vick che “in scena non c’è Obama, no, e neppure Osama, però…”.
Infine, come da molte settimane, assistiamo al perdurare dell’azione di santificazione di Pio XII; l’Osservatore Romano, ripreso anche da l’Avvenire, ricorda una lettera inviata nel ‘42 dal rabbino capo di Zagabria a papa Pacelli che a chi scrive non sembra dimostrare nulla circa il silenzio mantenuto sempre dal papa, ma conferma solo che tanti religiosi cattolici hanno validamente e coraggiosamente aiutato gli ebrei in quegli anni terribili, e che tra questi va forse ricordato pure il visitatore apostolico in Croazia Giuseppe Ramiro Marcone.

Emanuele Segre Ammar