Voci a confronto

Ritengo importante iniziare la rassegna odierna con una notizia che nessun quotidiano ha riportato, nonostante, o forse proprio a causa della attenzione spasmodica verso quanto ruota attorno alle vicende israeliane. Si è spenta, nei giorni scorsi, Bernardine Healy, la donna che, dopo avere assunto la presidenza della Croce Rossa Americana nel settembre del 1999, attese non più di due mesi per volare a Ginevra e gridare forte contro l’ingiustizia di escludere il Magen David Adom dal potente consesso della Croce Rossa internazionale. E’ stato scritto sulle colonne del Washington Post che aveva rifiutato di tenere gli occhi chiusi su quanto era moralmente errato, e così, proprio grazie a Bernardine Healy, il 21 giugno del 2006 Israele è stato accettato come membro a pieno diritto della ICRC. Di un’altra grande donna, Ruth Gruber, si occupa, al contrario, La Stampa, in un articolo di Viviana Bucarelli, quando sta per compiere 100 anni con incredibile lucidità; Ruth Gruber, ebrea che nel ‘31 andò a studiare a Berlino, contro la volontà dei genitori spaventati, e che poté quindi assistere ai primi deliranti discorsi di Hitler (non così diversi da altri che si pronunciano di nuovo oggi), successivamente, divenuta grandissima fotografa, accompagnò 1000 ebrei in fuga dall’Europa verso New York, e, nel ‘47, immortalò le tragedie dalla nave Exodus e le colpe degli inglesi.
Alberto Negri apre il suo odierno articolo sul Sole 24 Ore scrivendo: “Il dramma è questo; nelle ultime 48 ore si può scegliere tra gli scud lanciati da Gheddafi, i cannoneggiamenti navali di Assad e le stragi in Irak con 74 morti”. Anche le parole finali di Negri sono chiare nell’evidenziare l’impossibilità di risolvere oggi i vari conflitti in atto: al-Maliki, premier sciita, spinto dagli iraniani, alleato degli USA, sostiene Assad, espressione di una minoranza alawita (islamica?) in un cerchio sanguinario e settario che dovrebbe portare ad una impossibile democrazia. Davvero una autentica Babele di fronte agli occhi del mondo intero.
Puntuale e raro nell’attuale panorama giornalistico è l’editoriale del Foglio che osserva come nessuna nave di pacifisti si presenti oggi in soccorso dei palestinesi bombardati dalla terra e dal mare dai soldati di Assad; i pacifisti occidentali preferivano andare in aiuto degli uomini di Hamas, i cui capi vivono, in gran numero, a Damasco, sotto la protezione di Assad. Oggi sì che la violazione dei diritti umani è innegabile, eppure ben poco si fa per aiutare le vittime. L’Iran e la Siria, che tanto si fanno belli con le loro veementi parole in favore dei palestinesi, dimostrano quanto sono però pronti ad usare i loro cannoni non appena i palestinesi provano ad alzare la testa. Scrivevamo pochi giorni or sono che USA ed Europa non hanno intenzione alcuna di intervenire concretamente in Siria, preferendo lasciare tale compito ad una Turchia che, comunque, sembra pronta solo ad urlare parole al vento. Come scrive De Giovannangeli su l’Unità, la Turchia fa sapere oggi che “se le operazioni di Assad non finiranno, non ci sarà null’altro da dire in merito alle misure che potrebbero essere prese”. Queste parole ricordano un pochino il giochetto che si fa coi bambini capricciosi, ai quali si conta: uno, due, due e mezzo, due e tre quarti…senza mai arrivare al fatidico tre.
Se ora ci concentriamo sulle vicende israeliane e palestinesi, ricordo che poco trapela sulle nuove trattative iniziate per arrivare alla liberazione di Gilad Shalit tra israeliani (con nuovi negoziatori) e dirigenti di Hamas, riuniti in due stanze diverse di un edificio del Cairo nel quale uomini egiziani fanno la spola tra le due delegazioni; un alto responsabile egiziano ha dichiarato lunedì al quotidiano Al-Hayat che non si può ancora parlare di sblocco delle trattative, ma che ci sarebbe una reale volontà di entrambe le parti di avanzare verso un accordo, e che Israele sarebbe pronto a pagare il prezzo necessario per arrivare alla liberazione di Shalit.
La maggiore attenzione si rivolge oggi ad un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano che riporta il pensiero di Romano Prodi; a settembre si deve arrivare alla nascita di una stato palestinese con continuità geografica. Rifletta attentamente il lettore sui significati profondi di queste parole, in netto contrasto con quello che era il pensiero di Prodi quando partecipò, nel 2002, al G8 canadese. Allora non vedeva con favore i due stati che devono vivere in pace uno accanto all’altro, oggi, al contrario, sembra non voler vedere i terribili problemi che una tale soluzione non riesce a dissolvere. Non posso sapere se l’ex premier abbia davvero usato l’espressione virgolettata “governo di Tel Aviv”, ma certamente il resto dell’intervista non contiene parole meno incomprensibili, come quando si afferma che l’integralismo religioso di Hamas sarebbe sempre più difficile da accettare per un popolo laico. Anche la conclusione è degna di una attenta riflessione da parte dei lettori: Israele non può temere per la presidenza della Assemblea Generale che sarà in settembre nelle mani di un Libano dominato da Hezbollah; tale timore sarebbe del tutto immotivato. Giampiero Calafà, che firma questa intervista, annega nel testo altre sue considerazioni volte ad ingannare i suoi lettori, come quando deplora la morte di un palestinese ed il ferimento di altri, senza riferire che il palestinese stava per lanciare un nuovo razzo contro il territorio israeliano. E non meno gravi sono le accuse rivolte al governo di Netanyahu, colpevole di trattenere “un giornalista di Al Jazeera”, Samer Allawi, “senza spiegazioni”; evidentemente Calafà ignora, se non altro, la massima, costante attenzione della Corte Suprema su tutto quanto succede in Israele. Non da meno è Lorenzo Bianchi che per la Nazione, il Resto del Carlino e il Giorno firma un articolo pieno di accuse nei confronti di Israele, nella assoluta noncuranza dei fatti e dei documenti ufficiali, ma in perfetto allineamento col political correct che si deve sempre e comunque somministrare ai lettori dei nostri quotidiani. Francesca Marretta firma due diversi articoli su Liberazione, e non vi è da stupirsi per la disinformazione volutamente perpetuata per i lettori di questo quotidiano. Oggi, accanto alla storiella di lanci continui che sarebbero effettuati da Gaza contro Israele da cellule dissidenti, la Marretta scrive anche un lungo articolo dedicato alla fine di Vittorio Arrigoni. In realtà non si trovano in questo notizie non già lette nelle settimane precedenti un po’ ovunque, ma si legge anche che Abu Hamza, già massimo leader delle brigate al Qassam, sarebbe convinto che Hamas si stia discostando dalle leggi del profeta. Nonostante queste sue affermazioni Hamza oggi potrebbe vivere tranquillo a Gaza, esponente importante di uno dei tanti gruppi presenti in quel democratico paese. Viene da chiedersi, con profonda ammirazione, come riesca Francesca Marretta, donna evidentemente molto coraggiosa, a muoversi con tanta efficacia nella Striscia, dove incontrerebbe anche i principali leader politici.
Del tutto diverso l’argomento trattato dal Wall Street Journal che va alla ricerca di cinesi discendenti da antichi commercianti ebrei babilonesi; l’ebraismo non fa parte delle 5 religioni riconosciute nella odierna Cina, e questi ipotetici discendenti degli antichi persiani, non essendo figli di madre ebrea, non vengono riconosciuti come ebrei neppure dall’ebraismo israeliano ortodosso. E tuttavia a Kaifeng qualcosa si muove; la sinagoga crollò nel 1860, ma alcuni elementi di questa sono tuttora conservati con cura da uomini che non possono riunirsi in modo da avere minian per la paura di essere accusati di azioni sovversive, che non conoscendo l’ebraico non possono leggere la Torah, ma che, nonostante tutto, sembrano credere nelle loro origini ebraiche antichissime.
Emanuel Segre Amar