Voci a confronto

Che dire? La vicenda del docente torinese che dal web (e non solo), come rileva tra gli altri Federico Mello su il Fatto, lancia i suoi strali xenofobi, negazionisti e razzisti contro il mondo intero, ma soprattutto gli ebrei, lascia perplessi, prima ancora che disgustati. Il disgusto va da sé, come ovvia reazione dinanzi al lucido e calcolato delirio delle posizione radicali, se non apocalittiche, degli Eichmann fatti di inchiostro e di parole. La perplessità, invece, è assai più meditata, poiché emerge dall’oziosa inerzia, dall’inoperosa burocraticità con la quale le pubbliche amministrazioni, di cui il soggetto in questione è dipendente, lasciano scorrere fatti e misfatti. La sanzione più diretta e cogente sarebbe quella di porre una sordina definitiva alle scempiaggini antisemitiche non permettendogli di urlarle da una cattedra, laddove si dovrebbe esercitare un ruolo tanto più delicato, ovvero quello connesso alla trasmissione culturale e alla comunicazione didattica. (Altro discorso è la sospensione, fino al mese di marzo, retribuita alla quale risulta al momento vincolato.) Tuttavia il garantismo parossistico che vige nella legislazione italiana (che fa da sconcertante pendant all’implacabilità con la quale vengono trattati casi di infima rilevanza penale, se a commettere reati sono privati cittadini e non pubblici dipendenti) è forse, oggi, il freno più intollerabile ad una sanzione che altrimenti non dovrebbe più essere differita. Sulla condotta di una figura peraltro già abbondantemente nota a Torino per gli atteggiamenti “disinvolti” – di cui ad esempio fa menzione il Secolo XIX, riprendendo l’affermazione di una sua ex studentessa, «discuteva affascinato di Hitler ma temevamo i suoi scatti d’ira» – si potrebbero poi aggiungere molte cose, sinceramente inutili se nulla è destinato a muoversi sul versante della materiale punibilità. In un caso di questo genere, poi, come ragiona Marcello Pezzetti, non occorre di certo una norma ad hoc, essendoci già la legge Mancino, ampliamente inapplicata, per dare corso ad una normale azione giudiziaria. Soprattutto, per liberarlo da un peso che gli è evidentemente insopportabile: quello di fare un lavoro delicato e impegnativo con ritegno e correttezza. Per farsi un’idea della falsa ereticità alla quale il summenzionato si ispira si possono leggere in rassegna stampa gli articoli di Massimo Numa per la Stampa, Marco Pasqua su la Repubblica, Mauro Ravarino per il Secolo XIX e Fabrizio Assandri su l’Avvenire, laddove emerge il ritratto di un personaggio ispirato a quella ideologia «rossa-bruna» che è la vera, nuova frontiera dell’intolleranza. Torneremo sulle pagine di Moked a parlarne poiché la miscela tra Ceausescu e Mussolini, tra Hitler e Stalin, tra la Piazza rossa di osservanza sovietica e la Norimberga nazista è il vero collante pseudoculturale che dà linfa all’impresa negazionista e antisemitica in questo scorcio di nuovo secolo. Peraltro, le farneticazioni ragionate e le provocazioni misurate (ci si conceda il ricorso agli ossimori), ossessivamente ripetute e farsescamente urlate, inducono ad un supplemento di riflessione su quale sia quella che gli americani chiamano «the Thin Red Line», la sottile linea rossa che intercorre tra razionalità ideologica e follia solipsistica, tra radicalismo e devianza. Poiché il tratto che divide l’uno dall’altra è assai lieve e mobile, senza che ciò possa né, tanto meno, debba costituire un’attenuante. Così Elena Loewenthal su la Stampa, riguardo ad una storia, quelle delle provocazioni del docente, che si trascina oramai da tanto tempo, troppo. Non è un problema della Comunità ebraica torinese, per intenderci, ma dell’intera comunità cittadina, di contro a quanto scrive Libero, quando titola frettolosomente «il prof tifa Shoah. La comunità ebraica chiede di allontanarlo» anche se il breve pezzo si rivela poi corretto nel descrivere i fatti. Sul resto dell’umanità, e sul Medio Oriente, che si trascina su di sé, rinviamo alla lettura, senza troppi commenti, di due articoli, il primo di Alix Van Buren per la Repubblica, dove si parla del «decreto reale» (ullallà, sembra di essere ripiombati nell’Ancien Régime) che «permetterà alle donne di acquistare biancheria facendosi servire da commesse di sesso femminile», il secondo di Michele Giorgio sul Manifesto dove si racconta come venga somministrata la giustizia a Gaza (futuro emirato?), nel caso specifico riguardo alla vicenda dell’assassinio di Vittorio Arrigoni.

Claudio Vercelli