Qui Mantova – La città rende l’ultimo omaggio al Presidente che ha aperto le porte del dialogo
Per l’ebraismo italiano è stato un leader dell’impegno sereno e determinato. Per la Comunità di cui aveva assunto la guida quindici anni fa, un Presidente attivo ed entusiasta. Per Mantova, la sua città, Fabio Norsa ha rappresentato un modello di cittadino, attento al bene della collettività, benefattore discreto, fautore del dialogo e della cooperazione, testimone della Memoria e dei valori delle democrazie contro tutti i fascismi e le intolleranze. Per dare l’ultimo saluto a Fabio Norsa, il Presidente che volle aprire le porte della Comunità e della sinagoga condividendo con tutti i cittadini i valori di cui la gloriosa realtà ebraica italiana è depositaria, i mantovani non si sono lasciati fermare dalla gelida mattinata feriale, accorrendo in massa per testimoniare la loro amicizia: esponenti delle istituzioni, rappresentanti del mondo ebraico, e soprattutto innumerevoli amici di un Presidente che ha dispensato a piene mani la propria vicinanza a tutti i cittadini e soprattutto agli appartenenti delle categorie più deboli e meno integrate nella società maggioritaria.
“La sua testimonianza e l’esempio del suo impegno – ha detto nel corso della cerimonia funebre il rav Adolfo Locci, rabbino capo di Padova e Consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, rifacendosi alla tradizione mistica della grande cultura ebraica mantovana – non devono conoscere soste, devono continuare a vivere nel nostro impegno di tutti i giorni. Non dobbiamo dare a noi stessi neanche un giorno di pausa per portare avanti ciò che Fabio Norsa ha iniziato”.
Quella del rav Locci è stata solo una delle tante voci levatasi, assieme a quella del vicepresidente UCEI Anselmo Calò e a molti presidenti di Comunità ebraiche italiane, per rendere omaggio alla figura di Norsa. Attorno a loro, mentre i quotidiani cittadini dedicavano ancora una volta la prima pagina alla sua scomparsa, tanta gente, tanti comuni cittadini. Al tributo del vescovo di Mantova monsignor Roberto Busti e del leader della comunità islamica Ammahadi Ben Mansour, si è aggiunto anche quello della Città rappresentata dalle sue più alte autorità. Ad accogliere il feretro al cimitero ebraico, al di là delle acque del Mincio, il sindaco di Mantova Nicola Sodano. Con lui il presidente della Provincia Alessandro Pastacci, il direttore dell’Università mantovana Frediano Sessi, il presidente dell’Istituto nazionale di Storia mantovana Maurizio Bertolotti, i fondatori del Festival Mantova Letteratura Carla e Luca Nicolini, il conservatore della Biblioteca Teresiana Cesare Guerra, il questore Stefano Duca, il comandante generale dei carabinieri Angelo Franchi, il comandante provinciale della Guardia di Finanza Marco Molle. Fra la gente i parlamentari mantovani (accanto alla famiglia l’onorevole Marco Carra), Emanuele Nitri dell’Ufficio nazionale antidiscriminazione (Unar), molti esponenti delle comunità Rom e Sinte, i direttori dei quotidiani La Gazzetta di Mantova Enrico Grazioli e della Voce di Mantova Romano Gandossi.
E ancora molti, molti altri (impossibile citarli tutti), esponenti del mondo politico, culturale, produttivo. Fra i tanti, anche Fiorenza Brioni e Fausto Banzi, esponenti del mondo politico locale che nella loro qualità di sindaco di Mantova e di assessore provinciale quattro anni fa assieme a Fabio vollero l’Osservatorio contro le discriminazioni Articolo 3, nato con la collaborazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e della redazione del Portale dell’ebraismo italiano www.moked.it e con il coinvolgimento di molti altri gruppi minoritari presenti nella realtà mantovana. Proprio la gente che ogni giorno dà vita a questo Osservatorio, di cui Fabio Norsa è stato il primo presidente, e che costituisce un’iniziativa locale che ha assunto il ruolo di modello operativo in campo nazionale ed europeo, si è stretta questa mattina attorno all’impegno di proseguire, con determinazione e senza incertezza, lungo il cammino di apertura e testimonianza che con il suo lavoro Fabio Norsa ha coraggiosamente indicato.
Rossella Tercatin
Gli islamici salutano Norsa. “Preghiamo lo stesso Dio”
«Non mi ricordo di essere mai stato in disaccordo con lui. Era un vero uomo del dialogo». Hammadi Ben Mansour, referente della comunità islamica mantovana, ricorda così Fabio Norsa, scomparso nella notte tra venerdì e sabato. Lontani per origine e storie personali e divisi dalla fede, i due erano uniti da un legame di amicizia. Una lunga serie di incontri ai diversi tavoli della pace, del dialogo interreligioso, della lotta alle discriminazioni nei quali l’intesa con il presidente della comunità ebraica era sempre stata ampia: «Penso di non aver mai visto Norsa arrabbiato. Era molto intelligente e disponibile al dialogo. Pregherò per lui, per sua moglie, per la sua famiglia e per tutta la comunità ebraica». Preghiere a un dio diverso? «Pregherò Allah ma Dio è uno solo e su questo eravamo d’accordo – spiega Hammadi Ben Mansour – la divinità è la stessa, sono gli uomini con la loro testa ad essere diversi e a prendere strade apparentemente divergenti nonostante nei testi sacri ci siano storie comuni. Ma Dio è unico ed è quell’unico Dio che oggi preghiamo per ricordare Fabio Norsa». Mansour stamattina non sarà al funerale del presidente della comunità ebraica, perché in partenza per una lunga vacanza nella sua Tunisia: «Mando da qui un abbraccio e un messaggio di vicinanza alla famiglia Norsa, alla moglie di Fabio e all’intera comunità ebraica». I ricordi di Egidio Caporello, vescovo di Mantova fino a quattro anni fa, risalgono al primo giorno da capo della Chiesa mantovana. Nel tratto dal casello dell’Autobrennero a Sant’Andrea, volle fermarsi al cimitero ebraico. In quei giorni, era il settembre 1986, c’erano stati episodi di vandalismo contro i luoghi dell’ebraismo di altre città. Un ritornello odioso che si riaffacciava. Caporello volle subito dare un segno di attenzione che spianò la strada verso un rapporto di vicinanza che proseguì di lì a poco con l’invito al vescovo a trascorrere la Pasqua ebraica in casa di esponenti di spicco della comunità mantovana. Norsa non ne era ancora il presidente, ma il suo impegno era già ampio. «Voglio ricordarlo in punta di piedi perché questo era il suo atteggiamento: discreto, non protagonista, misurato ma sempre presente – dice Caporello – Norsa mi è stato di grande aiuto nell’inserirmi in città e nel conoscere la comunità ebraica». Nella memoria del vescovo emerito c’è l’ultimo incontro: «Era il 21 dicembre, giorno dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Mantova. Fabio era già sofferente, mi ha dato un lungo abbraccio spontaneo che non dimenticherò. E soprattutto non dimenticherò i suoi occhi: parlavano, trasmettevano una sensibilità e una profondità d’animo immediate. Era testimone di un mistero, quello di Dio, che ci chiede di vivere amandoci»
Gabriele De Stefani (Gazzetta di Mantova, 9 gennaio 2012)
Lo spirito della legalità aveva nome Fabio
Fabio caro, nostro indimenticabile presidente, te ne sei andato davvero in punta di piedi, cercando di non allarmarci, lottando con noi fino a poche ore dalla fine. Tuo figlio ci ha raccontato che venerdì, ultima dolorosa sera, hai tentato di scrivere il tuo intervento per il 27 gennaio. Ma eri troppo stanco: poche ore dopo ti addormentavi. Possiamo immaginare cosa avresti voluto dire, siamo certi che avresti ribadito la ‘tua’ frase, quella che ci ha tenuti uniti in questi straordinari anni di lavoro condiviso: “Nelle fosse comuni dei lager non era possibile distinguere l’appartenenza di quei corpi martoriati. Come capire chi, tra quelli, potesse essere stato in vita un sinto o una rom, un ebreo, un omosessuale, un disabile …Siamo stati accomunati dalle peggiori violazioni. Così oggi, insieme, a partire dalle discriminazioni subite, intendiamo attivarci perché ciò che è successo non abbia modo di accadere mai più”. Tu ci hai creduto fino in fondo, hai lanciato una sfida alta per far capire a noi e alle istituzioni che la lotta contro le discriminazioni e i pregiudizi è mobilitazione quotidiana a tutti i livelli, soprattutto nei momenti di crisi. E che fare memoria della Shoah è anche capacità di saldare la storia del passato ai nodi spinosi del presente. Il razzismo di oggi, la xenofobia, la violenza contro sinti, rom, omosessuali, non è mai disgiunta, in un modo o nell’altro, dall’antisemitismo di oggi e di ieri. La difesa dei diritti delle minoranze è il cardine dell’ ossatura democratica di un Paese. E tu amavi il tuo Paese, la tua città, la tua Comunità, noi di Articolo 3, quasi quanto amavi la tua adorata famiglia: in modo semplice, volitivo, diretto, generoso. Con la tenerezza paterna che riversavi su tutti noi, soprattutto sulle e sui più giovani; con stupore caldo e accogliente verso ogni diversità, con instancabile saggezza; con la tua passione dell’essere cittadino responsabile, con il tuo indefettibile rispetto per le leggi e per i diritti. Ma anche con la tua indimenticabile gioia di vivere. Forse la gioia di vivere, l’istintiva ‘responsabilità’ di amare la vita e i viventi, di un figlio del dopo Auschwitz. Figlio di Bruna Namias, maestra, nata a Mantova, arrestata a Padova da italiani, deportata da Trieste ad Auschwitz il 31 luglio 1944. Liberata ad Auschwitz. Matricola A-16453.(Da Il Libro della Memoria, di Liliana Picciotto Fargion). Tua madre è stata una delle decine di migliaia di ebrei d’Europa che, dopo la liberazione dei Campi, affrontarono l’incognita di un ritorno, tanto difficile da sembrare impossibile; un ritorno che fu, e rimase, durissimo per molti, ma che non fu privo di grandi gioie: Bruna ti ha dato alla luce nel 1946. E ti sei portato per tutta la vita la consapevolezza del difficile percorso che avevi alle spalle, la paradossale responsabilità di quella storia di dolore. Una responsabilità storica che spetta, in realtà, ai non ebrei, ai non sinti, ai non rom, ai non disabili, ai non omosessuali. E’ stata la cosiddetta cultura maggioritaria europea a produrre il sistema di persecuzione e di sterminio, la grande macchina del consenso acritico o dell’indifferenza colpevole. Insieme, però, anche a movimenti di Resistenza, a gesti di aiuto, alla nostra Costituzione, frutto di culture e tradizioni diverse. Che tu hai amato e difeso. Pochi ricordano che sei stato anche presidente dell’Anpi. Ci hai insegnato a comprendere il senso della democrazia e lo spirito della legalità costituzionale attraverso la pratica quotidiana della tua vita, il senso ‘alto’ della politica che ispirava ogni tua scelta civile. Forte della tua storia, ci hai insegnato a vedere le discriminazioni, indipendentemente da chi veniva colpito: hai difeso i musulmani che nel 2008 hanno pregato in piazza Duomo rivendicando propri luoghi di culto; e, con i cittadini di fede musulmana, ti sei indignato contro i provvedimenti volti a impedire le pratiche di macellazione rituale che colpiscono sia la minoranza ebraica che quella islamica. Ti sei preoccupato, subito dopo l’arrivo a Mantova dei richiedenti asilo in fuga dalla Libia, di contribuire, insieme all’Unione delle Comunità Ebraiche, con 3 mila euro ai primi materiali necessari alla loro alfabetizzazione. Non hai mai mancato di stare al fianco della comunità sinta mantovana, che oggi ti ha pianto con Sucar Drom e con noi; hai portato la tua solidarietà alle battaglie per i diritti delle persone gay, lesbiche e trans. Hai amato la legge e il diritto perché hai amato le persone, traducendo la Torah nel quotidiano, nella spontanea generosità che non attende di essere richiesta. Ci hai lasciato un’eredità magnifica e faticosa, Presidente. Ci hai lasciato.
Maria Bacchi (Gazzetta di Mantova, 9 gennaio 2012)