Voci a confronto
John Demjanjuk ci ha lasciati e può stare certo che di lacrime nessuno di noi ne spenderà, se veramente fu colui che si disse che sia stato. Peraltro, uso com’era a farle versare alle sue vittime, insieme al sangue di decine di migliaia di innocenti, è altamente plausibile che non si aspettasse nessuna forma di pietas postuma, sapendo bene, marcio nell’animo suo, che non ne avrebbe ricevuta. Colui che è stato soprannominato come «Ivan il terribile», al secolo, in tutta probabilità, registrato all’anagrafe con l’anonimo nome di Ivan Marchenko (una sorta di equivalente ucraino di Giovanni Rossi), criminale pluriomicida, boia di Sobibor, uno dei Vernichtungslager di cui la Germania si era dotata nell’attuazione della politica di sterminio dell’ebraismo europeo, dopo avere terminato le sue “epiche” gesta di tragico collaborazionista al soldo delle SS aveva trascorso buona parte del resto della sua vita a fuggire alla ricostruzione delle sue responsabilità. Un buon ritratto è quello che Gianni Riotta ci consegna oggi per il tramite della Stampa. Poiché, evitando i toni di eccessivo colore, e mantenendo intatto il problema, irrisolto, della corrispondenza nella medesima persona di Demjanjuk e di Marchenko, apre ancora una volta una finestra sulla questione del riconoscimento giuridico, così come della sanzione penale, dei crimini trascorsi, soprattutto dinanzi ad un quadro probatorio non certo al cento per cento. La battaglia legale dei suoi avvocati aveva giocato sugli elementi di ambiguità che rimanevano sospesi nella formulazione di un verdetto certo. In Germania il caro «nonno Dido», così per i famigliari, era stato riconosciuto colpevole di 28 mila assassini, attribuendogli l’identità di Marchenko, carnefice per l’appunto in quel di Sobibor. In Israele, dove vige un codice garantista e la sua applicazione da parte della magistratura segue i canoni sia dell’accertamento, “al di là di ogni ragionevole dubbio”, sia dell’assoluzione in assenza di elementi inconfutabile, la Corte Suprema aveva annullato la successiva condanna. Ci risparmiamo l’elogio del dubbio per il semplice motivo che abbiamo sempre saputo appartenere alla “giustizia sionista” (si dice così, da certe parti, che non sono le nostre). Dopo di che, quella triste e tragica figura se ne va a 91 anni, lasciando alle sue spalle un vuoto – quello del silenzio, in tutta probabilità della menzogna, con certezza quello del sotterfugio – che è anche espressione dell’insondabilità della mente criminale quando essa è posta al servizio di un progetto di sistematico distruzione di una collettività umana. Altri richiami e commenti al riguardo, si possono trovare nei piccoli “francobolli” che costellano la stampa odierna, mentre rilevano, per l’attenzione offerta alla vicenda giudiziaria, ricostruita nella sua tortuosità, gli articoli per la firma di Andrea Fontana su la Nazione e di Paolo Soldini su l’Unità. Spostando il piano della riflessione, il Medio Oriente ritorna subito all’attenzione collettiva poiché la guerra civile in corso in Siria continua a mietere le sue vittime. In questo caso si tratta di due autobomba piazzate a Damasco in prossimità degli uffici dei servizi segreti. La loro esplosione ha causato la morte di 27 persone e il ferimento di un gran numero di passanti. Così resoconta la cronaca di Alberto Negri per il Sole 24 Ore, che si interroga anche sulle pervicaci radici della dittatura del clan Assad, di Luca Geronico su Avvenire, di Marina Canculli per il Messaggero, di Ibrahim Refat su la Stampa, di Umberto De Giovannageli per l’Unità, nonché il commento di Antonio Ferrari per il Corriere della Sera. In quest’ultimo si denuncia il rischio che il confronto tra gli uomini del regime e una parte della popolazione, comunque infiltrata da elementi del radicalismo islamico, possa porre le premesse, nella sua reiterazione, per la trasformazione della Siria in una base del fondamentalismo terrorista. Il quale può già contare su ciò che resta della Somalia, su alcuni presidi nigeriani e sui rapporti con i movimenti salafiti, presenti adesso anche nel parlamento egiziano, oltre che sul tessuto civile libanese e libico, in una discreta rete di relazioni. In Libia, velocemente abbandonata dalla cronaca (nostrana), le tensioni tra federalisti – intenti a preservare l’unione tra le tre province della Cirenaica, della Tripolitania e del Fezzan, che costituiscono il paese – e secessionisti, che puntano invece a dividere il territorio, è alla base del mancato assestamento postbellico. Un richiamo a tale riguardo ci è offerto da Mario Arpino su la Nazione il quale, nel suo commento, mette in rilievo come all’interno dei due stessi gruppi maggioritari vi sia poi un’ulteriore frammentazione che si traduce in sanguinose competizioni. Al Qaeda, posto che ancora non siamo riusciti a sciogliere il nodo di ciò che effettivamente sia, ma ferma restando la sua natura di mobile network del terrore, non può che giovarsi, diremmo quasi plasticamente, di queste persistenti aree di instabilità. È un triste contrappasso quello che ha visto spegnersi, una dopo l’altra, le cariche comunque innovative che stavano dietro alla mobilitazione della cosiddetta «primavera araba». Risultato comunque prevedibile, laddove i movimenti popolari non hanno trovato nessuno sbocco politico. Per rimanere in Siria, Enrico Franceschini per la Repubblica ritorna sulla corrispondenza privata degli Assad, che sarebbe stata spiata e “intercettata” dall’opposizione nonché messa a disposizione dell’opinione pubblica. In tremila email – se esse rispondono al vero, non trattandosi, nell’eventualità, del risultato di un’accorta regia manipolatoria – emerge il ritratto dall’interno di un gruppo di famiglia sospeso tra oligarghia e mafiosità, dove le cortesie e le tenerezze tra congiunti (insieme alla propensione a mettere le corne alle legittime consorti, le quali paiono porre rimedio all’offesa con lo shopping compulsivo) si accompagnano all’indifferenza con la quale sembra essere vissuta la tragedia che sta investendo da quasi un anno il paese. Enzo Bettiza, su la Stampa, (così come Emanuele Macaluso su il Riformista), con un sagace articolo, cerca di darsi qualche ragione sullo strano silenzio e lo stallo politico che avvolgono l’evoluzione del dilacerante conflitto intestino. Il quale si risolverà, in tutta probabilità, solo con l’implosione delle sue viscere, ovvero con l’esaurimento della “spinta propulsiva” dei rivoltosi o con la disintegrazione del potere di Bashir, l’oftalmologo con il collo da rettile. In quest’ultimo caso è prevedibile un bagno di sangue ai danni della comunità alauita di cui egli è il maggiorente. Un film già, non è vero!?
Claudio Vercelli