moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Pesach 5772 – Perché una nuova Haggadah

Quando negli scorsi giorni è stato riferito a Barack Obama che lo scrittore Jonathan Safran Foer aveva curato (assieme a Nathan Englander), una nuova Haggadah di Pesach, il Presidente degli Stuti Uniti si è domandato se al Seder della Casa Bianca in futuro non si sarebbe più utilizzata la leggendaria Maxwell Haggadah che accompagna la cena della Pasqua ebraica da decine di anni. Lo stesso scrittore, in un testo pubblicato questa settimana dal New York Times, racconta la sua esperienza di autore americano delle nuove generazioni di fronte al libro che in innumerevoli edizioni per gli ebrei segna la notte della conquista della libertà e la riaffermazione dell’identità.

Ho trascorso gran parte degli ultimi anni lavorando su una nuova Haggadah – il libro guida per le preghiere, i riti e i canti del Seder – e mi è stato chiesto frequentemente perché abbia scelto di togliere del tempo ai miei libri per impegnarmi in un simile progetto.
Per tutta la mia vita, i miei genitori hanno organizzato a casa il Seder della prima sera di Pesach. Quando la nostra famiglia si è allargata, così come si è allargata la nostra definizione di famiglia, abbiamo spostato la cena rituale dalla sala da pranzo al nostro seminterrato, più spazioso e un po’ umido. Da un tavolo siamo passati a un insieme di superfici assimilabili a dei tavoli, messi insieme alla meglio. Sapevo sempre quando si stava avvicinando Pesach, perché mio padre mi chiedeva di togliere la rete dal tavolo da ping pong. L’insieme veniva coperto da tovaglie ormai macchiate, che una volta erano state intonate fra loro.
Ogni volta c’era una Haggadah che i miei genitori avevano messo insieme fotocopiando le loro parti preferite provenienti da diverse Haggadot e poi, quando la famiglia Foer finalmente ebbe un accesso a internet, provenienti da varie fonti online. Perché questa sera è diversa dalle altre sere? Perché questa sera i diritti di copyright contano poco.
In assenza di una patria stabile, gli ebrei hanno trovato casa nei libri, e la Haggadah – il cui centro è la narrazione dell’Esodo dall’Egitto – è stata tradotta in più lingue e rivisitata più di qualsiasi altro libro ebraico. Ovunque gli ebrei siano arrivati, ci sono state Haggadot – a partire dalla Haggadah di Sarajevo del XIV secolo (che si narra sia sopravvissuta alla Seconda guerra mondiale nascosta sotto le assi del pavimento di un moschea, e nella guerra dei Balcani all’assedio di Sarajevo nella cassetta di sicurezza di una banca) fino a quelle realizzate dagli ebrei etiopi portati in Israele con l’Operazione Mosè.
Fra le settemila versioni conosciute, senza contare le innumerevoli versioni fatte in casa, ce n’è una che viene usata più di tutte le altre messe insieme. Fin dal 1932 la Maxwell House Haggadah – Maxwell House come la società del caffè – domina i riti ebraici americani.
Avendo avuto conferma nel 1920 che il chicco di caffè non è assimilabile a un cereale, ma a una bacca e quindi può essere kasher lePesach, la Maxwell House ha affidato all’agenzia pubblicitaria Joseph Jacobs il compito di portare il caffè, invece del tè, a essere la bevanda preferita nelle sere di Pesach. Se questo può suonare stravagante, bisogna allora ricordare che il caffè Maxwell House è sempre stato particolarmente popolare nelle case ebraiche.
Il risultato è un’Haggadah. E probabilmente la più lunga campagna promozionale della storia della pubblicità. Ne sono state messe in circolazione almeno 50 milioni di copie, gratuite, nei supermercati, e sono una fonte di ispirazione esattamente tanto quanto si potrebbe immaginare.
Tuttavia molte persone pensano con tenerezza alla Maxwell House Haggadah, per il piacere leggero che evoca. La versione Maxwell House è, in se stessa, una sorta di barzelletta ebraica – provate a nominarla a un gruppo di ebrei senza che scappi una risata. Per di più è gratis e, come la bevanda senza fronzoli alla caffeina che pubblicizza, soddisfa una necessità di base.
Il più leggendario di tutti i Seder – che, in un twist postmoderno, viene raccontato all’interno della Haggadah stessa – si svolse intorno all’inizio del II secolo a Bnei Barak, tra i più grandi studiosi dell’antichità ebraica. Si interruppe prematuramente quando alcuni studenti entrarono per annunciare che era ora delle preghiere del mattino. Se anche avessero letto tutta la Haggadah dall’inizio alla fine, seguendo al dettaglio tutte le prescrizioni e cantando ogni singolo verso di ogni canzone, hanno sicuramente speso la maggior parte del tempo facendo altro: estrapolando, discettando, discutendo. La storia dell’Esodo non deve essere semplicemente recitata, bisogna confrontarcisi.
Se anche la Haggadah Maxwell House non si è mai innalzata a incontrare le necessità spirituali e intellettuali del Seder, ha soddisfatto in maniera adeguata gli ebrei di una o due generazioni fa, che conoscevano bene i rituali. Ma gli attori non conoscono più bene la parte. In una sorta di ulteriore Esodo, gli ebrei americani si sono spostati: dalla povertà al benessere, dalla tradizione alla modernità, dalla conoscenza di una storia condivisa alla perdita della memoria collettiva.
I nostri nonni erano immigrati in America, ma erano nativi nell’ebraismo. Noi siamo il contrario: competenti sui divi americani, ma troppo ignoranti sugli eroi ebrei. Così ci comportiamo come immigrati nei confronti dell’ebraismo: siamo attenti, neghiamo, ci sentiamo a disagio e rischiamo di scivolare nell’indifferenza. Nella terra straniera della nostra fede abbiamo urgente bisogno di un libro guida.
Nonostante significhi “narrazione”, la Haggadah non si limita a raccontare una storia: è il nostro libro della memoria vivente. Non è sufficiente raccontare nuovamente la storia: dobbiamo tuffarci in essa con empatia totale. La Haggadah ci dice che “in ogni generazione ognuno deve vedere se stesso come se fosse colui che è uscito dall’Egitto”. Si tratta di un tuffo che è una sfida che spaventa. E per la mia generazione mette ansia in una maniera anche peggiore di quanto non lo facesse a coloro che nelle generazioni precedenti cercavano disperatamente di assimilarsi. Perché ora, oltre alla mancanza di educazione e conoscenze in cose ebraiche, ora c’è anche l’ombra del compiacimento collettivo.
L’integrazione degli ebrei e dei temi ebraici nella nostra cultura popolare è così forte che siamo intossicati dall’immagine artificiale di noi stessi. Anche io adoro i telefilm della serie Seinfeld, ma non è forse un problema quando vengono citati come riferimento per l’identità ebraica di qualcuno? Per molti di noi essere ebrei è diventato, soprattutto, una cosa umoristica. Tutto quello che ci rimane dopo il vuoto di sicurezza identitaria e di profondità è la risata.
Più o meno cinque anni fa ho notato in me un senso di mancanza. Forse mi era stato ispirato dalla paternità, o semplicemente dall’invecchiare. Nonostante io sia stato educato in una in una casa ebraica intellettuale e consapevole, non sapevo praticamente nulla di quello che sarebbe dovuto essere il mio sistema di valori.
Ancora peggio, ero soddisfatto di quel poco che sapevo. Qualche volta avevo pensato alla mia posizione come a un rifiuto, ma non si può rifiutare qualcosa che non si capisce e che non si è mai posseduto. Qualche volta ci pensavo come se fosse un risultato, ma il rinunciare passivamente non è affatto un risultato.
Perché dunque ho distolto l’attenzione dai miei libri e mi sono messo a fare l’editing di una nuova Haggadah? Perché volevo fare un passo avanti nella conversazione che potevo udire a malapena, attraverso la porta chiusa della mia ignoranza; un passo avanti verso un ebraismo di punti di domanda e non di virgolette, verso la storia del mio popolo, della mia famiglia e di me stesso.
Come ogni bambino il mio, che ha sei anni, adora le storie – miti scandinavi, Roald Dahl, racconti della mia infanzia – ma nessuna è amata più delle storie della Bibbia. Così tra il bagno e il letto mia moglie e io spesso gli leggiamo delle storie dalla Bibbia. Ama ascoltarle, perché sono le storie più grandiose mai raccontate. E noi amiamo raccontargliele, per una ragione differente.
Lo abbiamo aiutato ad imparare a dormire tutta la notte, a usare una forchetta, a leggere, ad andare in bicicletta, a dirci arrivederci. Ma nessuna lezione è più importante di quella che non viene mai imparata ma è sempre studiata, il progetto collettivo più nobile di tutti, preso a prestito da una generazione e dato in prestito a quella successiva: come andare alla ricerca di se stessi.
Qualche sera fa, dopo aver sentito il racconto della morte di Mosè per l’ennesima volta – mio figlio ha appoggiato la testa ancora umida sulla mia spalla.
“C’è qualcosa che non va?” gli ho chiesto, chiudendo il libro.
Ha scosso la testa.
“Sei sicuro?”
Senza alzare il capo ha chiesto se Mosè è esistito davvero.
“Non lo so – gli ho risposto – ma siamo parenti. Fra lui e noi esiste un legame”.

Jonathan Safran Foer

(The New York Times, aprile 2012, versione italiana di Ada Treves)