Pesach 5772 – Un Seder per onorare la libertà di tutti

“In ogni generazione, ciascuno ha il dovere di considerare di essere uscito dall’Egitto egli stesso” si legge nell’Haggadah di Pesach, al termine del Magghid, il momento del Seder specificamente dedicato alla narrazione dell’uscita dall’Egitto. Un’esortazione all’immedesimazione con coloro che migliaia di anni fa scamparono alla schiavitù e all’annientamento, immedesimazione che lungo i secoli è stata tristemente facilitata dal rinnovarsi delle persecuzioni nei confronti del popolo ebraico.
Ma quando il sole è tramontato venerdì sera, qualcuno in Israele non ha avuto bisogno di un grande sforzo per identificarsi con chi per miracolo sfuggì all’oppressione della terra solcata dal fiume Nilo: i partecipanti a un Seder davvero speciale, centinaia di lavoratori immigrati dall’Africa tra mille pericoli, i quali per una sera hanno abbandonato i loro mestieri, spesso i più umili, lavapiatti, spazzini, collaboratori domestici, per sedersi a tavola e farsi servire, come dei principi.
Dopo aver mangiato la sua porzione di matzah, Henok Brohane, ventiseienne eritreo, ha raccontato al The Jewish Forward di sentirsi proprio come un ebreo di allora, arrivato laggiù solo una settimana prima di Pesach, dopo aver attraversato il confine dall’Egitto, correndo per evitare gli spari delle guardie egiziane che tentavano di colpire lui e i suoi compagni, nonché di essere catturato e tenuto in ostaggio dai trafficanti di uomini tra sofferenze indicibili, come è accaduto a tanti disperati prima di lui. “Anche noi, come gli ebrei guidati da Mosè, abbiamo pregato D. di trarci in salvo dal deserto” – ha spiegato Brohane “E quando siamo arrivati in Israele, i soldati ci hanno dato cibo, scarpe e ci hanno portati in ospedale per controllare che fosse tutto a posto”.
Un sentimento di vicinanza con la storia dell’Esodo è raccontato anche da Abdu Alle, ventottenne sudanese “È importante ricordare questa storia, perché narra di persone proprio come noi”. Dal 2005 sono entrati illegalmente nello Stato ebraico circa 50 mila africani, provenienti soprattutto da Sudan e Eritrea. Quasi tutti hanno presentato domanda per lo status di rifugiati politici. Un problema molto complesso per Israele che, se da un lato fatica a concederlo (nel 2010 per esempio sono state accolte solo sei delle 3366 richiesteesaminate), dall’altro permette de facto agli immigrati di rimanere, di lavorare, di ricevere assistenza sanitaria, di cui persone che spesso arrivano in fin di vita dopo le violenze subite dai trafficanti di uomini, hanno disperatamente bisogno.”Che si possa essere liberi in una maniera da onorare la libertà di tutti” è stato l’augurio formulato dal rabbino capo del Commonwealth lord Jonathan Sacks alla vigilia di Pesach. Un messaggio che iniziative come quella del Lewinsky Park di Tel Aviv portano avanti nella maniera più concreta.

Rossella Tercatin twitter @rtercatinmoked