La Maturità di Claudio Vercelli

Mi prenderò qualche libertà, nello svolgere questo articolo, inframezzando a più ampie considerazioni di contenuto sulla vicenda della Shoah qualche rimando di più stretta pertinenza al merito della traccia proposta ai maturandi. I lettori non troveranno quindi il “mio tema” ma una serie di pensieri che la lettura del testo da commentare mi sollecita. D’altro canto tornare sulla traccia dedicata alla Shoah può ancora essere un’occasione per fare qualche ragionamento non di circostanza, dopo quelli già puntuali, di Anna Segre, di David Bidussa e di altri ancora. Dico allora da subito che se fossi stato un maturando avrei avuto serie difficoltà a svolgerla. Il testo è sufficientemente criptico, ovvero da “addetti ai lavori”, anche se i funzionari ministeriali l’hanno sicuramente scelto poiché motivati da onestà intellettuale. Etica degli intendimenti e chiarezza della richiesta non vanno d’altro canto sempre a braccetto. L’accostamento tra il brano della Arendt – un’autrice complessa e senz’altro iconica, assai meno facilmente affrontabile di primo acchito di quanto non si voglia pensare, soprattutto quando sedotti da certe formule inflazionate come, per l’appunto, la cosiddetta “banalità del male” – all’invito perentorio a “soffermarsi” sullo sterminio dell’ebraismo europeo, mi pare di una forzatura evidente. Mi si conceda l’accenno critico, che non vuole essere anche ingeneroso, ma proprio non avrei saputo districarmi, se fossi stato un diciottenne alla prova, tra la descrizione, sottilmente feroce, che l’Arendt fa della conferenza di Wannsee, dal punto di vista di un individuo quale Eichmann, che l’autrice taccia ripetutamente di grettezza piccolo borghese (così si sarebbe detto una volta), e l’evento olocaustico nella sua peculiare generalità (si ragiona per antinomie, evidentemente). Stabilire dei nessi mi sarebbe risultato affannoso, un po’ tirato per i capelli. Tanto più se ci aspetta, così com’è probabile, che dal dato storico si sia da subito nella condizione di ricavare una qualche morale civile, possibilmente non “banale”. Credo che nella scuola italiana, a partire dal ministero, si sia ingenerato un equivoco che riassumerei nella convinzione che oramai ciò che tutti chiamano Shoah abbia un elevato grado di autoevidenza (ovvero una comprensibilità pressoché immediata e autonoma) e che da ciò si possa ricavare un insegnamento valido per tutti. L’uno e l’altro pressupposto, a mio modo di vedere, non si danno poiché la rilevanza – nonché l’impatto – di un oggetto storico per qualsiasi società è una costruzione collettiva, che varia nel corso del tempo così come in funzione dei soggetti ai quali ci si rivolge. Il libro della Arendt, in fondo, ci porta anche a questo genere di considerazioni, soprattutto laddove esso si sofferma sull’elemento fondamentale nel civile convivere, tanto più per una società di massa, quello della permanenza del senso della responsabilità individuale all’interno della infinita rete di relazioni e di pressioni alle quali ognuno di noi è sottoposto. Il nesso che l’autrice istituisce tra questa e la libertà, come condizione della mente e come espressione del grado di emancipazione individuale, un nesso che viene spezzato dai totalitarismi politici e culturali, trova nella vicenda dello steminio nazista (e fascista) degli ebrei una sorta di cartina di tornasole. Ma per l’appunto, la Shoah da sé non spiega molto di tutto ciò, a meno che non si abbia una grande pratica di essa, conoscendola e accettandone la sua impronta in quanto prisma di lettura di rilevanti aspetti della contemporaneità. La stessa cosa può dirsi del pensiero di Hannah Arendt. Sono sincero se dico che avrei piuttosto usato qualche passo di Primo Levi de I sommersi e i salvati, un vero e proprio breviario dei tempi correnti. Dopo di che il brano della filosofa ci incammina verso un approccio peculiare, non ordinario, alla modalità con la quale si pervenne all’implementazione della decisione di sterminare le comunità ebraiche europee, cogliendo il nesso, soprattutto da un punto di vista amorale, che nelle nostre società vige in misura perdurante tra modernità e barbarie. In altre parole, non solo una cosa non nega l’altra ma ci sono strozzature nel percorso evolutivo delle società in cui l’eliminazione fisica diventa un’ipotesi non solo auspicabile ma anche praticabile. Non è vero, malgrado quanto pensassero i philosophes dell’Età dei Lumi, che la ragione sia l’antidoto alla ferocia. Quest’ultima non si lega mai all’ignoranza in quanto tale bensì all’utilità, nozione molto praticata in società per così dire razionaliste più che raziocinanti (e quindi ragionevoli). Zygmunt Bauman ce l’ha raccontato con il suo celebre saggio sulla Shoah come esito della modernità medesima e non come fatto ad essa eccentrico. D’altro canto il concorso delle tecnostrutture nella formazione del percorso politico che portò allo sterminio, ovvero dello stesso processo decisionale che sfociò in scelte così tragiche, era fondamentale nel Terzo Reich. Da questo punto di vista ai nostri occhi la specificità del genocidio ebraico riposa in una duplice chiave di lettura, laddove da un lato si pone la questione dell’intreccio tra intenzione ideologica, in sé non da subito intelligibile, e sua traduzione in gesti congruenti e consequenziali, secondo un processo che è stato di radicalità cumulativa; dall’altro chiama in causa l’imprescindibile centralità dello Stato moderno nella realizzazione delle pratiche dell’omicidio di massa, soprattutto quando questo offre non solo gli strumenti concreti ma anche e soprattutto quel bene prezioso che è la legittimazione amministrativa e politica all’assassinio sistematico. Soffermarmi, così come il ministero chiedeva ai candidati, sulla “pianificazione” e sulla “realizzazione” di questo tragico progetto mi impone, allora, di domandarmi quale sia la vera natura dello Stato-nazionale nella contemporaneità. Nato per offrire riconoscimento e protezione esso può trasformarsi nel principe delle tenebre quando fonda la cittadinanza sulla selezione e l’esclusione. E allora, tanto per fare ancora un rimando a un pensiero che si intreccia inconsapevolmente a quello di Arendt, penso che Max Weber, qualche decennio prima, aveva già capito molto della genealogia del male.

Claudio Vercelli, Pagine Ebraiche, agosto 2012

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