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Il dramma di Taranto

Chiude o non chiude? E, se chiude, che fine faranno le migliaia di lavoratori con le loro famiglie? E, se non chiude, che come vivranno i cittadini di Taranto, subissati di polveri tossiche e soggetti a sviluppare tumori in percentuali drammatiche? Nella vicenda dell’Ilva, dagli sviluppi incerti, si manifesta tutto il dramma della modernità. Colpisce il tenore del ragionamento: quasi tutti paiono convinti che la fabbrica debba continuare a produrre per garantire gli operai, purché si proceda a una qualche forma di bonifica. Ma questo argomento si fonda su un ricatto potente: se si ferma Taranto finisce l’industria italiana, rimpiazzata dai giganti emergenti senza diritti e senza leggi. Colpisce perché nessuno pensa a quegli operai cinesi, indiani, ucraini, che si ammaleranno per aver lavorato negli altoforni, e che non potranno curarsi perché la sanità pubblica nei loro paesi non funziona come la nostra. Ormai quasi nessuno si preoccupa dei poveri della Terra (il cosiddetto “terzomondismo”), e si preferisce fare finta di niente. Come avvenne per la Fiat di Pomigliano: tutti presi a discutere sulle condizioni di lavoro imposte dall’azienda, ci siamo dimenticati delle 5000 famiglie ridotte in povertà dalla chiusura speculare della fabbrica Fiat in Polonia. Occupiamoci dunque del dramma di Taranto, sapendo che questo riverbera le contraddizioni e le ingiustizie di tutto il mondo. E di fronte a un conflitto tra diritti così terribile, facciamoci guidare dal buon senso. Il Gruppo Riva fattura oltre dieci miliardi di euro l’anno. Lo Stato ha già messo sul piatto più di 300 milioni. Ci facessero vedere un piano di bonifica credibile, controllabile da enti locali e sindacati. Si può certamente fare e i proprietari non andranno sul lastrico.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas – twitter @tobiazevi