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Tea for Two – Radical chic

Dopo aver cercato invano di essere una di quelle che riesce a camminare stoicamente con i tacchi sui sampietrini (tentativo che ha portato molte cadute e scarpe tagliate a metà) ho deciso di virare senza molto successo sul radical chic. Termine mutuato dallo scrittore del Falò delle vanità Tom Wolfe. Detesto i radical chic perché vorrei essere come loro, dire distrattamente: “Si, io seguo lo stesso corso di talmud di Lapo e indosso una collana comprata con Margherita Missoni in Guatemala.” I radical chic indossano effortless bisacce di cuoio (meglio se comprate dagli artigiani di Tolfa) e hanno biciclette per districarsi dalla metropoli labirintica che amano e odiano a tempi alterni. Non credo arriverò mai a questi livelli di poco affettato snobismo, perché con cappelli calati con noncuranza sembrerei una turista ingenua e perché lo snobismo mi attrae e inquieta allo stesso tempo. L’unico elemento connaturato che probabilmente mi aiuterebbe nello scopo è il background ebraico. Cosa c’è di più radical chic dell’ebraismo? Vi siete accorti di come gli esperti del settore vi guardano ammirati quando vi spaccate i denti con la matzah, pardon con il pane azzimo? E credo che ogni radical chic che si rispetti venderebbe la sua ingioiellata suocera per offrire un brunch a Nathan Eglander, Safran Foer e la mogliettina Nicole Krauss. Il nostro essere non convenzionali terrorizza le masse e affascina le nicchie intellettualoidi. “Parlami ancora del gefilte fish, raccontami dell’infanzia a Brooklyn – Ma io veramente sono di Roma – allora quanto c’è di Allen Ginsberg nella tua formazione?”. Già, ce ne abbiamo uno pure nella Beat generation ragazzi. Ma questa è un’altra storia. Il termine radical chic non ha una connotazione positiva, wikipedia insegna che in Irlanda si dice smoked salmon socialist, in Finlandia socialiste vin rouge, ma a me destano un misto di simpatia e ironia ariostesca. Il loro è un mondo anacronistico, dove si cerca di ricreare una vita bohemienne e si ricopre tutto di coperte comprate a Machu Picchu. Mentre l’abitante medio sembra un dannato uscito dalla Terra desolata di Eliot, il radical chic si illude di poter cambiare il mondo. Senza perdere la speranza. Cercando di non inquinare, favorendo l’artigianato e volenti o nolenti continuando a portare sempre più persone a interessarsi e di conseguenza mantenere viva, la cultura ebraica. Allora quando il prossimo 2 settembre ne incontrerete uno alla Giornata della Cultura, non temetelo, non alzate il sopracciglio ma sorridetegli. Alcuni forse ci vedono come dei panda in via d’estinzione o come macchiette stilizzate, ma almeno hanno voglia di sapere. E di questi tempi non è poco.

Rachel Silvera, studentessa twitter @RachelSilvera2