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Segregate e autonome

La bicicletta verde è un film che descrive la condizione delle donne in Arabia Saudita, tra isolamento e proibizioni. Eppure, per quanto paradossale possa sembrare, per un momento ho invidiato la piccola protagonista. Come è possibile? La storia racconta di una bambina, piuttosto indipendente e refrattaria ai divieti, che, nella speranza di guadagnare i soldi necessari per comprarsi una proibitissima bicicletta, decide di partecipare a una gara di Corano, in cui dovrà dimostrare di conoscere il significato delle parole e cantare il testo a memoria con la pronuncia corretta (davanti a un pubblico esclusivamente femminile, naturalmente). Per quanto non sia quello il tema centrale del film, per quanto l’interesse della protagonista per il Corano non sia sincero, per quanto lo studio sia mnemonico, La bicicletta verde trasmette, forse senza volerlo, il piacere di appropriarsi del testo connettendosi a una tradizione millenaria e la soddisfazione di acquisire poco a poco la capacità di leggerlo e cantarlo: immagino che sia più o meno ciò che provano i ragazzi ebrei – maschi – quando si preparano per il bar-mitzvà. Nel momento in cui, dopo varie peripezie, la voce della ragazzina intona limpida e sicura la cantilena tradizionale di fronte alle sue insegnanti e alle sue compagne, non ho potuto fare a meno di pensare che nella mia Comunità non è mai stata data alle donne la possibilità di leggere la Torah in pubblico, neppure in assenza di uomini, e che l’ipotesi di organizzare letture femminili (come avviene in Israele e altrove anche in ambienti ortodossi) è stata liquidata ancora al recente Moked di Milano Marittima, come un bizzarro tentativo di scimmiottare gli uomini.
La bicicletta verde mostra donne che, nella loro totale segregazione, godono di una notevole autonomia: studiano il Corano, recitano le preghiere, insomma, sembrano riuscire a fare a meno degli uomini senza troppi problemi. Viceversa, un altro film nelle sale in questi mesi, La sposa promessa, ci mostra le donne in un ambiente ebraico ultraortodosso, infinitamente più libere, infinitamente meno segregate, tenute in gran conto da padri e mariti; eppure, se non erro, in tutto il film le donne non dicono una parola di Torah: la applicano ma non la studiano, sembra che sia un affare che non le riguarda (ed è la sensazione che ho avuto venendo a contatto con quegli ambienti). Fortunatamente nella mia Comunità, anche se non c’è per le donne la possibilità di cantare la Torah, c’è almeno quella (ben più importante) di studiarla, con o senza gli uomini. L’idea di un bet midrash per le donne suscita in alcuni un po’ di scetticismo, appare una segregazione non necessaria. Il confronto tra i due film, però, fa venire il dubbio che in alcuni casi la segregazione produca autonomia, e che la “promiscuità”, in assenza di vera uguaglianza, generi passività e subalternità, a volte anche nelle Comunità italiane. Non è meglio far sentire propria voce tra donne che tacere del tutto?

Anna Segre, insegnante

(18 gennaio 2013)