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Dibattito sui diritti civili alle coppie di fatto Porte aperte per garantire rispetto e dignità

Matrimonio omosessuale, omoparentalità, adozioni. Temi di grande attualità cui il numero di febbraio di Pagine Ebraiche in circolazione dedica quattro pagine speciali. A confronto le voci di un rabbino e di tre intellettuali. “Accettiamo i nostri amici, figli e fratelli per quello che sono. Garantiamo loro la dignità e il rispetto che ogni persona merita. All’interno della nostra Comunità – spiega rav Yosef Kanefsky, rabbino della sinagoga ortodossa modernista B’nai David-Judea (Los Angeles) – è l’annuncio di un mondo nuovo, migliore e coraggioso”.

La comunità americana modern-orthodox è appena entrata in un territorio inesplorato. Pochi giorni fa la nostra maggiore organizzazione rabbinica, il Rabbinical Council of America (RCA) ha ufficialmente ritirato il suo appoggio a Jonah (Jews Offering New Alternatives to Homosexuality). Jonah è stato per lungo tempo il recapito comunitario della terapia correzionale (reparative therapy), un processo che intende curare le persone per il loro orientamento omosessuale e sostituirle con quelle eterosessuali. Le azioni legali legali intentate contro Jonah da quattro suoi precedenti pazienti, che l’accusano di frode e pratiche abusive, apparentemente sono state l’ultima goccia. Per essere precisi la dichiarazione del Rabbinical Council of America non rifiuta solo l’azione di Jonah. Prosegue dicendo: “Crediamo che dei professionisti della salute mentale adeguatamente preparati che rispettino i valori e i principi etici della loro professione possano fare e in effetti facciano la differenza nella vita dei loro pazienti e clienti, e che questi professionisti debbano essere in grado di lavorare su qualsiasi problematica i loro clienti decidano volontariamente di sollevare durante una sessione”. Questo è, ovviamente, indiscutibile e corretto. Ma il fatto che la dichiarazione riconosca che “la mancanza di studi scientifici rigorosi che supportino l’efficacia di terapie per cambiare l’orientamento sessuale” rappresenta un cambio di paradigma. È un rifiuto della premessa stessa su cui Jonah e tutta la terapia correzionale sono costruiti, ossia che l’orientamento sessuale è soggetto a dei cambiamenti e che qualsiasi persona ci si impegni abbastanza intensamente possa diventare eterosessuale. Questo probabilmente potrebbe non essere per nulla una rivelazione per molti lettori. Ma attraverso la dichiarazione del Rabbinical Council of America la comunità modern-orthodox è entrata formalmente in un mondo nuovo. Qualsiasi discussione su quali potrebbero essere le implicazioni pratiche di questo fatto deve essere basata sulla comprensione – anche su un apprezzamento – del contesto da cui è emersa. Chiunque tra noi, che siamo cresciuti in una istituzione ortodossa negli anni Ottanta, o prima, sappiamo per conoscenza diretta che l’omosessualità, e in particolare l’omosessualità maschile, era trattata con disgusto e repulsione e che le offese di stampo omosessuale erano frequenti (possiamo consolarci dicendo che nel contesto sociale più amplio non c’era molta differenza). E anche mentre si susseguivano le campagne per i diritti e il riconoscimento degli omosessuali, nel corso dei decenni successivi, l’ebraismo ortodosso non ne veniva toccato e rimaneva sostanzialmente immobile al riguardo. C’era stato un solo serio tentativo di affrontare l’argomento durante quel periodo, e si era trattato del saggio scritto da rav Norman Lamm nel 1974 che, pur utilizzando un linguaggio che nel contesto odierno suona offensivo, fece un passo inaudito distinguendo tra “peccato” e “peccatore”, sostenendo che mentre “l’atto in sé resta un abominio, l’esistenza della malattia pone su di noi l’obbligo di compassione pastorale, comprensione psicologica e simpatia sociale”. Nonostante le parole di rav Lamm indubitabilmente, e con ragione, facciano reagire con rabbia, dolore e risentimento molti lettori contemporanei, capire perché le abbia usate è cruciale per comprendere il vero significato e le implicazioni degli sviluppi della settimana scorsa. Il paradigma della “malattia” per spiegare l’omosessualità (che a dire il vero era anche il paradigma della American Psychological Association fino al 1973, solo un anno prima) era il perno legale e teologico di rav Lamm – e dell’ebraismo ortodosso. Legale nel senso che provvedeva accesso alla categoria legale della “trasgressione come risultato di un disturbo compulsivo”, che porta a un giudizio più clemente. Teologica perché provvede una risposta all’enigma secondo cui Dio, che sa tutto, è giusto e compassionevole, non avrebbe potuto proibire ciò a cui non è umanamente possibile resistere. Finché l’omosessualità è una malattia, l’incapacità di una persona a resistere alle sue tentazioni non deve essere attribuita a un fallimento divino ma a uno sfortunato cedimento umano. Non c’è bisogno di dire che il paradigma della malattia portava anche in maniera inesorabile all’obbligo di cercare un intervento terapeutico. E mentre all’estremo più moderno dello spettro dell’ortodossia si iniziava a astenersi la maggioranza continuava ad insistere in quella direzione (si può leggere, per esempio, la Declaration on the Torah Approach to Homosexuality del 2011 — www.torahdec.org.) La dichiarazione del Rabbinical Council of America, comunque, con misura, ma arditamente e con coraggio, fa un passo avanti. Riconoscendo che non ci sono prove che la terapia correzionale sia efficace e che, di conseguenza, non ci siano obblighi a perseguirla, la nostra comunità conviene che l’omosessualità potrebbe semplicemente essere una parte della condizione umana. Di conseguenza abbiamo deciso che gli omosessuali non devono più pagare il prezzo psicologico, emotivo e anche fisico del nostro conforto teologico. Abbiamo strutturato la nostra domanda teologica come un teyku, uno di quelli in cui è ancora necessario determinare la risposta. Ma questo, nel frattempo, non ci impedisce di cercare la verità umana che sta di fronte ai nostri occhi. Non è realistico aspettarsi che l’ortodossia ebraica un giorno riconoscerà le relazioni omosessuali come uguali a quelle eterosessuali, o che autorizzerà i matrimoni gay, o anche che abbandoni l’idea che il sesso omosessuale sia una trasgressione della legge biblica. I principi fondanti dell’ortodossia ebraica sulla divinità della Torah e sull’autorità della halakhah (la legge ebraica) impediscono simili sviluppi. In altre parole se la Torah dichiara che una particolare azione è proibita non abbiamo autorità per dire altrimenti. Ma possiamo considerare gli atti omosessuali come facciamo con altre forme di non osservanza, come succede, per esempio, con la non osservanza della kasherut, sia nel senso che non porta con sé una valutazione di immoralità che nel senso che non danneggia la nostra possibilità di avere una relazione familiare normale con qualcuno. Il passaggio dall’atteggiamento di “simpatia” di rav Lamm al riconoscimento del Rabbinical Council of America della realtà degli orientamenti sessuali può e dovrebbe portarci al punto di poter accettare i nostri amici e figli e fratelli per quello che sono, garantire loro la dignità e il rispetto che ogni persona merita. All’interno della nostra comunità, è l’annuncio di un mondo nuovo, migliore e coraggioso.

rav Yosef Kanefsky, Pagine Ebraiche, febbraio 2013

(4 febbraio 2013)