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Periscopio – La lezione di Philip Roth

Si è giustamente celebrato, in tutto il mondo, e anche sulle pagine di questa Newsletter, l’ottanteesimo compleanno di Philip Roth, fra i massimi scrittori di tutti i tempi, grande figlio del popolo ebraico, che, nella sua vastissima produzione letteraria, ha saputo descrivere, come pochi altri, il dramma, la solitudine, l’irrimediabile incompiutezza dell’uomo contemporaneo, condannato a un’eterna, inutile ricerca di senso. La radice ebraica di Roth emerge con potenza da tutti i suoi romanzi, i cui protagonisti sono sempre ebrei: ai quali, però, il Dio dei loro padri offre ben poca consolazione, ben poca speranza di riscatto. Uomini soli, sconfitti, abbattuti, ai quali le antiche promesse si presentano come nient’altro che una beffarda, tragica illusione. Si leggano, per esempio, le seguenti righe, tratte da una pagina di uno dei suoi massimi capolavori, La macchia umana: “Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. E’ in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione. Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. Uno scherzo crudele, se è per questo. La fantasia della purezza è terrificante. E’ folle. Cos’è questa brama di purificazione, se non l’aggiunta di nuove impurità? … Siamo creature irrimediabilmente macchiate. Rassegnate all’orribile, elementare imperfezione…”. E nessun Dio potrà mai salvare l’uomo dal suo destino. Nessuna redenzione lo attende.
Abbiamo avito modo di osservare, tempo fa, su queste stesse colonne, come il posto un tempo occupato dalla filosofa ebraica sia oggi stato preso dalla letteratura. Ma non faremo l’errore di trasformare Roth in un filosofo. Gli rendiamo omaggio come a uno straordinario investigatore dell’animo umano, il cui indubbio pessimismo esistenziale è abbondantemente compensato dall’alto magistero artistico. Si possono scrivere pagine pessimistiche, ma trasformare il pessimismo in arte – e che arte – è sempre un gesto di grande fiducia, coraggio e altruismo.
Roth ha annunciato che non scriverà più. Speriamo che, su pressante invito dei sui lettori, accetti – come il nostro Presidente della Repubblica – un “secondo mandato”.

Francesco Lucrezi, storico

(1 maggio 2013)