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Qui Londra – Il rabbino capo di tutti

sacks“Credo di doverle delle scuse”. Ha riscritto la storia dell’ebraismo europeo contemporaneo e ha restituito agli ebrei d’Europa l’orgoglio della propria identità. Ha rivoluzionato il modo di comunicare in campo ebraico. Ha imposto la sua voce a capi di Stato e leader di tutte le confessioni religiose. Ha conquistato il cuore di decine di milioni di cittadini che attendono pazientemente di ascoltarlo sulle onde della Bbc e online. Di tutte le grandi azioni compiute in tanti anni di magistero dal rabbino capo del Commonwealth rav Lord Jonathan Sacks, quelle poche parole sussurrate umilmente proprio alla vigilia della scadenza del suo luminoso mandato a una donna sola, non avevano l’apparenza di un avvenimento storico. Eppure chi segue il rav da vicino sa che in quelle parole, in quell’azione apparentemente quasi fortuita, deve essere cercato forse il punto più alto del suo magistero. Questa estate, l’estate che segna il termine del suo mandato alla testa dell’ebraismo britannico, era ormai alle porte, quando il rav Sacks si è trovato faccia a faccia con Jackie Gryn in un’occasione pubblica. Al di là dei sorrisi e delle cordialità formali, che a Londra non mancano, chi vi ha assistito ha potuto constatare che si è trattato di un sincero incontro fra amici. Eppure le premesse erano drammaticamente difficili. I fatti risalgono ormai a molti anni fa, quando il rav evitò di partecipare ai funerali del rabbino riformato Hugo Gryn, leader delle sinagoghe progressiste di Londra e molto amato dall’opinione pubblica britannica. Il rabbino capo del Commonwealth si era trovato allora, nei primi anni del suo lungo mandato cominciato nel 1991, ad affrontare una delle situazioni più difficili. Al momento della scomparsa di Gryn, con il quale si era più volte incontrato e aveva cordialmente condiviso molti momenti di vita pubblica nei confronti delle istituzioni britanniche e dell’opinione pubblica, il rav Sacks aveva partecipato al lutto in forma privata evitando accuratamente di presentarsi alla celebrazione delle esequie solenni. La sua scelta aveva suscitato polemiche e accuse di ogni genere negli ambienti dell’ebraismo britannico (vivaci critiche per la sua scelta di non partecipare, ma anche accuse degli ambienti haredi di aver dedicato eccessive attenzioni alle realtà ebraiche non ortodosse) e infine la pubblicazione sull’influente stampa ebraica londinese di una lettera che il rav aveva rivolto ad alcuni rabbini ortodossi e che era finita contro il suo volere nella redazione del Jewish Chronicle. In questa lettera il rav Sacks si difendeva dall’accusa di aver di fatto riconosciuto l’autorità religiosa dei riformati, spiegava di aver trasmesso le sue condoglianze facendo lo stretto indispensabile nella sua posizione e definiva Gryn come un “distruttore della fede” cui lui aveva serbato rispetto in quanto sopravvissuto alla Shoah. La pubblicazione della lettera e le indignate accuse di mancanza di coraggio e opportunismo elevate dal rabbinato riformato inglese segnarono il momento più difficile del mandato affidato al rav Sacks. Da allora ebbe inizio un paziente lavoro di ricostruzione su tutti i fronti. Riaffermazione della propria autorevolezza nei confronti delle frange più ortodosse dell’ebraismo britannico. Ripensamento dei rapporti fra gruppi diversi di ebrei. Ricostruzione della propria immagine nei confronti dell’opinione pubblica. Il rav Sacks è stato così protagonista di uno straordinario processo di maturazione che ha posto alla luce del sole la graduale crescita di un vero leader capace di chiamare a raccolta ogni ebreo a prescindere dalla sua specifica collocazione religiosa e di parlare al cuore di ogni cittadino. Nei vent’anni del suo magistero ha affrontato meglio e più di ogni altro il problema della diversità interna al mondo ebraico (patrimonio di potenzialità o freno alla crescita?), collezionando sconfitte e vittorie, riaggiustando il tiro, subendo incomprensioni e conquistando nuove alleanze. La storia di questa sua ricerca di ebreo rigorosamente ortodosso all’interno del caleidoscopio della molteplicità identitaria ebraica è ora catalogata e messa in esame da uno studio poderoso di Meir Persoff (“Another Way, Another Time – Religious Inclusivism and the Sacks Chief Rabbinate”, Academic Studies Press Boston) che in oltre 400 pagine dense di documenti, di ricostruzioni meticolose e in migliaia di accurate annotazioni cerca di delineare una coerenza, fra sconfitte e successi, del percorso tracciato dal rav Sacks. E vengono alla luce casi delicati, in cui il rav, scandalizzando i fautori di una chiusura dell’ebraismo ortodosso nei confronti del mondo esterno, ha voluto tendere la mano a identità quantomai lontane dalla sua. Ed emergono momenti terribilmente duri, come per esempio il categorico rifiuto di aderire alla richiesta, lo Shabbat che precedeva il matrimonio in una sinagoga ortodossa di una sua nipote, di una salita al Sefer del rabbino Louis Jacobs, fra i padri del movimento Conservative in Gran Bretagna. Questo è precisamente il senso del titolo del libro di Persoff, una vera e propria miniera di spunti e documenti sui possibili rapporti fra ebrei diversi. Another Way, Another Time. Sono parole prese in prestito da un memorabile discorso dello stesso rav Sacks in cui l’eminente rabbino avvertiva, alla vigilia del suo insediamento, che il suo itinerario non sarebbe stato facile, che sarebbe andato incontro a molte sconfitte, ma che non per questo si sarebbe arreso di fronte alla necessità di costruire un luogo comune di incontro per tutti gli ebrei. Che sarebbe tornato sul luogo della propria sconfitta per ritentare, in un altro modo una nuova volta. Insegnando questo, il rav non si è limitato a sottolineare come la sfida del nostro tempo è riconquistare, nel rispetto delle diversità, l’unità del popolo ebraico. Ha anche insegnato cos’è un rabbino capo. L’elezione del Chief Rabbi del Commonwealth, infatti, come è noto è decisa dagli organi della United Synagogue, una, ma non l’unica, organizzazione degli ebrei ortodossi britannici. Ma vi sono molte altre organizzazioni ebraiche ortodosse e ancora molte altre non ortodosse. E il Chief Rabbi non è chiamato a fare il rabbino di se stesso, è chiamato a fare il rabbino di tutti. Essere il rabbino di tutti senza rinunciare alla propria fonte di ispirazione. E farlo nell’ambito di una società che ha un alto concetto del servizio pubblico, dove le opinioni personali non possono mai travalicare le regole del vivere comune. Una società dove la leader della sinagoga riformata di Londra e voce ascoltata della Gran Bretagna progressista Laura Janner- Klausner è finita nella bufera per il suo rifiuto di partecipare ai funerali di Margareth Tatcher. È questa volontà di essere il rabbino di tutti che conferisce un significato all’alto incarico di rabbino capo ed è questa la sfida che il rav Sacks ha raccolto. Con le sue parole di affetto e di rispetto alla vedova di Hugo Gryn, il rav non ha solo lenito una ferita aperta, ma ha anche riaffermato il significato del suo ruolo e il dovere di ogni ebreo ortodosso di essere il responsabile, il guardiano e in ogni caso l’interlocutore dei suoi fratelli. “Se gli ebrei ortodossi devono guarire il mondo ebraico – ha insegnato il Chief Rabbi – devono elevarsi al di sopra del pensiero settario fino a raggiungere una posizione dove possono riconoscere alternative nell’ambito della tradizione. La tradizione del confronto ci chiama al rispetto di posizioni diverse con le quali non possiamo concordare. Ci conduce ad ammirare pensieri che non ci sentiamo di imitare. Questi sono i valori che possiamo trarre dai testi dell’ebraismo rabbinico. E non a caso. Perché l’ebraismo rabbinico è emerso dalle rovine di una disastrosa divisione nel mondo ebraico. E noi ne fronteggiamo un’altra. La forza che consentì di superare le divisioni allora può farlo anche oggi. Perché se il futuro ci condurrà verso la convergenza o lo scisma dipende molto poco dallo slogan dell’unità ebraica e molto di più dalla capacità che dimostreremo di affrontare il conflitto.

Guido Vitale, Pagine Ebraiche, agosto 2013

(9 agosto 2013)