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Siamo a Nettuno, al “Sicily-Rome American Cemetery and Memorial”, il luogo che raccoglie i resti di quasi 8.000 ragazzi americani morti per liberare l’Italia. Fra le file lunghe e ordinate di croci bianche risaltano 122 stelle di David che indicano i caduti di religione ebraica (le bombe non fanno differenze di religione e il terreno di sepoltura è comune). Nella vicina Anzio, al cimitero di guerra del Commonwealth, incontriamo altre 3.500 lapidi, e fra esse altre numerose stelle ebraiche. In Italia ci sono molti memoriali come questi, e sono luoghi che andrebbero visitati e fatti visitare. Ce ne sono relativi alla seconda guerra mondiale, e ce ne sono molti altri – a nordest – relativi anche alla prima guerra mondiale. Provare a dare forme umane a quelle migliaia di nomi dovrebbe essere un esercizio da imporre alle nuove generazioni, per discutere (a 70 anni dal 1943 e a 100 anni dall’inizio della Grande Guerra) questa nuova e terribile dimensione della guerra “combattuta” con cui si è confrontato il mondo ebraico nel Novecento. E’ necessario che vengano disvelati i percorsi umani che si celano dietro quelle lapidi. Solo di pochi fra loro sappiamo veramente qualcosa a parte il nome, il grado e la data di nascita e morte, e questo non è giusto. Le loro storie devono essere disvelate, perché se stiamo qui a scrivere in libertà, lo dobbiamo anche a loro. Potremo così scoprire esperienze come quella di Andi, giovane ebreo di Fiume che per sfuggire alle leggi razziali del ’38 emigra negli Stati Uniti e che durante la guerra si arruola volontario nella 10th Mountain Division. Una scelta che lo porterà per puro caso a combattere e morire sull’Appennino bolognese a pochi chilometri dal luogo in cui si nascondevano i suoi genitori. Una storia che si può leggere nel bel libro di Silvia Cuttin, Ci sarebbe bastato (Epika 2011).

Gadi Luzzatto Voghera, storico

(9 agosto 2013)