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…riposo

Fino a non molto tempo l’attesa di vita era bassa. Si entrava nel mondo del lavoro presto, si lavorava a lungo, si moriva presto. Il giorno di riposo serviva per riprendersi dalla fatica ed era tempo di non lavoro. Oggi a dominare è il tempo del non lavoro. Da una parte il tempo della vita si è allungato, (tanto da produrre una “quarta età”); dall’altra la rivoluzione del lavoro ha spinto moltissimi fuori dal lavoro, senza dar loro una seconda possibilità. Contemporaneamente chi entra nel lavoro spesso vive una condizione di assenza di diritti, dove il primo diritto a venir meno è il tempo del riposo.
Quel tempo di riposo è diventato così: un tempo senza contenuto e troppo esteso; una beffa e il segno della propria marginalità; un tempo casuale, tornando a essere solo “tempo di non lavoro”. Non c’è il “tempo per sé”. Il “tempo per sé” è’ un tempo ritrovato che include la dimensione della solitudine e quella della comunità; il silenzio e la lettura riflessiva. Un tempo che non è fondato sulla supremazia dell’Io, ma sulla consapevolezza dei suoi limiti, e che perciò ha bisogno dell’ascolto degli altri, delle voci, delle parole e dei suoni di chi con noi, o accanto a noi, prova a dare un senso al suo vivere. E’ una delle cose che vorrei rimanessero di “Jewish and the city”. Chiedo troppo?

David Bidussa, storico sociale delle idee

(29 settembre 2013)