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La Torah ci presenta come fortemente negativa la valutazione dell’umanità ai tempi di Nòach anche dopo il diluvio, e riferisce la decisione divina di non distruggere più l’intera umanità; tale decisione sembra quasi una resa di Ha-Qadòsh Barùkh Hu’: “Non continuerò a maledire la terra a causa dell’uomo, poiché la tendenza del cuore dell’uomo è malvagia dalla sua gioventù, e non continuerò più a colpire ogni vivente come ho fatto. Ancora per tutti i giorni della terra semina, mietitura, freddo, caldo, estate, inverno, giorno e notte non cesseranno”. A leggere in questo modo i versetti della Torah sembra strano questo atteggiamento divino: è difficile ipotizzare che il Signore giusto e severo, zelante e giudice, rinunci a punire i peccatori; sembra strano che l’Onnipotente dichiari la Sua impotenza nel correggere il difetto della Sua creatura; sembra contraddittorio un atteggiamento così pessimistico, quasi si parlasse di una caratteristica fisica innata, come il colore degli occhi, immutabile, nei confronti dell’essere umano, creato appositamente per realizzare la volontà di D.o nel mondo. Forse una mishnah dei Pirqè Avòth ci può aiutare a comprendere questo testo in maniera migliore. I Maestri insegnano: “È positivo lo studio della Torah associato al lavoro materiale, perché la fatica di ambedue fa dimenticare il peccato”. La generazione del diluvio viveva – dice il Midràsh – una realtà incantata. La terra dava il suo prodotto con estrema facilità, le capacità tecniche raggiunte facevano sì che il lavoro materiale fosse minimo e non cosasse fatica. La gente aveva moltissimo tempo libero, e – non esistendo ancora la Torah da studiare – non c’era molto con cui tener occupata la mente. In questa situazione, era facile che la gente si lasciasse andare a malvagità e cattiverie. Ora, dopo il diluvio, Ha-Qadòsh Barùkh Hu’ si rende conto che il “male di gioventù” del cuore umano dipende dall’eccesso di tempo libero, e pertanto decide di non limitarsi a punire, bensì di creare le soluzioni a questa piaga dell’umanità; ma il mondo non è ancora pronto alla Torah, ancora non ci sono Avrahàm e la sua discendenza che prepareranno la strada al dono della Torah, quindi è necessario creare altre misure: la fatica del lavoro. L’alternarsi dei giorni, delle stagioni, dei lavori necessari per avere il sostentamento, farà sì che l’uomo debba dedicare il tempo a cose serie, importanti. Al giorno d’oggi, come prima del diluvio, spesso il lavoro si esplica senza sforzo fisico: la tecnologia è tale che molte persone sono a spasso, o si limitano a programmare macchinari che svolgano il lavoro per conto loro. È facile pensare che ci possa essere la tendenza a rivolgere la mente ad altre cose. Ma oggi abbiamo un altro strumento, altrettanto necessario dello sforzo fisico, o meglio, complementare allo sforzo fisico: è lo studio della Torah. Ognuno di noi ha la possibilità di occuparsene, in modo da allontanare il peccato e le occasioni di praticarlo. Questa è la pedagogia divina che conosciamo: creare il rimedio prima che se ne manifesti la ncessità.

Elia Richetti, presidente dell’Assemblea rabbinica italiana

(3 ottobre 2013)