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Ha senso in generale parlare di “filosofia ebraica”?
Il termine “filosofia ebraica” non è universalmente accettato nel mondo ebraico ortodosso e si preferisce usare il termine di “pensiero ebraico”. I due termini non sono sinonimi e ne considereremo qui le differenti implicazioni. È un argomento che richiede un’attenta analisi, ed un’accurata definizione e spiegazione dei termini.
Cosa si intende per “filosofia ebraica”?
La “filosofia ebraica” nasce dall’incontro tra la Filosofia greca e il mondo ebraico in epoca ellenistica. È un tentativo di fondere insieme gli insegnamenti della Filosofia Classica con quelli del Giudaismo, una forma relativamente moderna di razionalizzazione del pensiero ebraico. Ci riferiamo a una tradizione che si è definita chiaramente in questo modo partendo da Filone d’Alessandria e proseguendo per Spinoza, Mendelsohn, fino ai grandi nomi del Novecento. Una filosofia fatta da ebrei, ma non necessariamente ebraica.
Cosa si intende per “pensiero ebraico”?
L’Ebraismo ha prodotto un suo pensiero vero e proprio, dotato di proprie categorie specifiche, che è presente nel Tanach nel Talmud e nella letteratura rabbinica. L’Ebraismo è un confronto con la Torah e un pensiero ebraico deve essere un confronto con il pensiero della Torah. La Torah è il modo di pensare ebraico.
Il Talmud, il libro più importante della tradizione ebraica, è composto praticamente da una serie continua di discussioni tra due o più Maestri, tra due o più scuole, tra due o più correnti di pensiero, spesso in netta opposizione tra di loro. La tradizione ci insegna che tutte le opinioni sono lecite, e quando c’è anche un conflitto tra scuole di pensiero si dice che entrambe sono espressione del D-o vivente; un’espressione classica per dire che i Maestri, quando parlano o quando insegnano, sono parte della Torah. A volte i Maestri si incontrano per affrontare delle discussioni del tutto ipotetiche, ma lo fanno con lo scopo di stabilire comunque dei principi.
L’ebraismo è allo stesso tempo un modo di agire e un modo di pensare, si occupa nel medesimo tempo di idee ed eventi. In questo contesto ha quindi più senso parlare di “pensiero ebraico” intendendo “ebraico” come soggetto (es.: “il pensiero di Kant”).
Il pensiero ebraico tradizionale ha una visione della realtà completamente diversa dalla Filosofia. Il loro modo di essere non è lo stesso. Israele e la Grecia non hanno soltanto sviluppato dottrine divergenti; esse hanno anche operato entro categorie diverse. La Torah, al pari della filosofia di Aristotele, rappresenta un modo di pensare. Il pensiero ebraico, il pensare ebraicamente, disegna itinerari altri rispetto alla Filosofia. La Torah indica un modo di comprendere il mondo dal punto di vista del D-o vivente. Essa non si occupa dell’essere in quanto essere, ma dell’essere in quanto creazione. Il suo interesse non è nell’ontologia o nella metafisica ma nella storia e nella metastoria; il suo interesse è nel tempo piuttosto che nello spazio (Heschel). Come non è possibile studiare la Filosofia per mezzo della Torah, così non è possibile comprendere la Torah per mezzo del discorso filosofico. Ecco perché il ruolo del pensiero ebraico è quello di costituire una sfida alla filosofia, e non semplicemente un suo oggetto di verifica.
Il “pensiero ebraico” (o “pensiero di Israele”) è concepito solo come “filosofia del Giudaismo” in cui il Giudaismo è il soggetto. Il Giudaismo qui è inteso come la sorgente delle idee che si cerca di illustrare. Il Giudaismo è la fonte.

Paolo Sciunnach, insegnante

(10 febbraio 2014)