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Nel nome di Isacco e Frida

Cantare: forse una passione che può dare grandi soddisfazioni a chi è in grado di farlo bene, può essere la tua salvezza, come può essere lo strumento che decreta l’inizio di un periodo in cui la propria vita è messa a repentaglio da coloro che apprezzano la tua abilità.
É il caso di Frida Misul, sotto falsa identità per cantare Frida Masoni.
Frida decide di chiedere della benzina a dei tedeschi per l’autofurgone con il quale la misericordia dovrà trasportare via la salma della madre morta per paura dei bombardamenti: l’impressione che ha in quell’occasione dei tedeschi è positiva, tuttosommato pensa che siano persone umane e di buon cuore; poi la conoscenza con la signora Mancini, la sua insegnante di musica, fascista, ma della quale Frida ha una fiducia assoluta.
Un giorno la stessa decide di andare con il cugino dalla sua insegnante per chiedere se possa in qualche modo farle avere un lasciapassare per prendere alcuni oggetti dalla sua casa di Antignano. La indirizzerà direttamente alla Questura, rassicurandola: è proprio qui che verrà arrestata, mentre suo cugino riuscirà in tempo a scappare per avvertire la famiglia; alla richiesta di aiuto da parte di una sua cugina alla signora Mancini per la scarcerazione le verrà risposto: “ Io non posso far niente per Frida perchè non posso rovinare la mia posizione, dato che noi facciamo la campagna contro gli ebrei, i quali sono la rovina del mondo e quindi sono persone indesiderabili, perciò non posso farla rilasciare”.
Frida viene trasferita in villa e successivamente verrà mandata al campo di Fossoli: proprio a Fossoli inzia ad avere ulteriore conferma di chi sono veramente quei tedeschi che prima credeva persone magnanime.
Un appello e, dopo il silenzio, si sente un colpo di rivoltella e a terra vi è un cadavere.
Pacifico di Castro padre di 7 bambini ucciso perchè si sentiva male e non poteva andare al lavoro, a nulla è servito l’arrivo del fratello che si è gettato sul cadavere: egli stesso viene minacciato di fare la stessa fine.
Poi l’arrivo ad Auschwitz: qui, una selezione dove vengono separati uomini,donne, e bambini; a Frida verrà impresso il numero Ax 5383, rasati i capelli e denudata come le altre donne, dopodichè una doccia bollente seguita da una fredda e il vestiario, camicia mangiata dai pidocchi, mutande da uomo sporche, un vestito a righe e scarpe di diverse misure.
Auschwitz è il posto dove Frida assiste a tutti gli orrori possibili e inimaginabili: lavori durissimi, esecuzioni fatte da tedeschi, la quale fantasia supera la realtà.
Un giorno vengono convocati 200 prigionieri rei di aver sabotato un crematorio, vengono dati loro picconi per scavare una grande fossa.
I tedeschi, a distanza attivano un detonatore facendoli saltare in aria così da ucciderli; camere a gas dai quali spioncini i tedeschi divertiti vedevano morire i malcapitati; laboratori dove venivano eseguiti esperimenti di ogni genere su uomini,donne, bambini: le donne ad esempio venivano sterilizzate per impedire che in caso di salvezza potessero avere figli; forni crematori; donne gravide che venivano colpite al ventre a suon di bastonate fino alla morte; bambini ebrei di pochi mesi scosciati da tedeschi esaltati.
Un giorno Frida si ammala: chiede alla Kapò di essere sottoposta a visita medica, cosa pericolosa perchè avrebbe potuto decretare la sua morte.
Dopo alcuni giorni, durante la visita, una dottoressa, dopo alcuni giorni, consiglia a Frida e alla sua amica di lasciare l’ospedale da campo in quanto erano migliorate poiché da lì a poco ci sarebbe stata un altra ispezione e questo avrebbe significato che anche loro avrebbero potuto fare una brutta fine se si fossero trattenute.
La dottoressa, sapendo che Frida sapeva cantare le chiede di dedicarle una canzone, poco dopo entrerà il dottore tedesco che prenderà Frida e la sua amica e le porterà in un blocco dove vengono impiegate per fare lavori meno duri fisicamente ma di impatto emotivo molto forte. La voce di Frida in un certo senso la aiuta: la Domenica qualche Kapò tedesca o polacca prelevava Frida per farle cantare qualcosa in loro presenza, in cambio ella riceveva spicchi di cipolla,un pezzo di pane o dell’aglio.
Arrivò poi il digiuno di Kippur: quel giorno i prigionieri del campo di concentramento decisero di non prendere la propria razione di 50 grammi di pane e di invocare il signore che si compiesse per loro un miracolo, ragion per cui gli uomini polacchi addetti ai forni crematori commisero un atto di sabotaggio così che quel giorno non avrebbero fatto funzionare i forni. Anche le donne nella sartoria decisero di seguire l’esempio, guastando le macchine da cucito; i tedeschi, capirono a quale gioco stavano giocando i deportati: suonò l’apello generale, furono fatti uscire tutti i prigionieri, i tedeschi inferociti li additarono come traditori e sabotatori per l’accaduto, poi li portarono via: i nazisti amavano la teatralità, il giorno successivo eressero un palco, chiamarono i prigionieri in formazione cinque per cinque, li fecero sfilare e proprio qui alla vista dei prigionieri pendevano impiccati i polacchi, sabotatori del crematorio, sotto di loro pendeva una scritta rivolta ai vivi: “Vi sia di esempio”.
Dopodiche le donne vennero mandate alla baracca del lavoro: fortunatamente quel giorno, per via dell’eroico sabotaggio del crematorio alle donne vennero date delle ceste contenenti talee e venne loro imposto di tagliarli e fare biancheria intima per le loro luride carni! Pena, in caso di trasgressione, l’impiccagione che subirono i polacchi; Frida e le donne tagliavano i taled e invocavano il perdono del signore e chiedevano che quei volgari assassini fossero puniti per i loro orrori.
Successivamente vi fu il trasferimento di parte delle donne prigioniere, da Auschvitz a Villistat: qua Frida conobbe la nuova Kapò che incuteva una certa paura.
Le donne venivano impiegate principalmente per costruire fucili mitragliatori.
Il sapere che Frida era italiana alla Kapò non fece piacere: la prese in antipatia in quanto l’Italia era considerata nazione traditrice e dopo una bastonata e il non darle la dovuta razione di supplemento la fece bastonare ulteriormente da altre due.
La Kapò prese sempre più in antipatia Frida: spesso, prendendosi gioco di lei, le dava metà razione.
Nella fabbrica dove Frida lavorava, la stanchezza unita alla fame la fecero svenire, al che la Kapò prese un secchio di acqua gelida glielo versò addosso svegliandola e la condusse con lei alla baracca delle punizioni dove venne attaccata dalle tedesche e dalla Kapò appena riferì che forse era svenuta per la fame.
Appoggiandole la testa ad un muro le tedesche aiutarono la Kapò a spingere un bastone di ferro in bocca alla malcapitata la quale perse i sensi e successivamente in infermeria si accorse di aver perso dei denti.
A capodanno, una dottoressa tedesca chiamò Frida con il numero e le disse che la Kapò voleva vederla: la paura di Frida era alle stelle, chissà cosa voleva da lei.
Appena Frida si presentò alla Kapò, questa con un riso beffardo le chiese se fosse vero che lei sapesse cantare: nella stanza dove Frida venne costretta a cantare c’erano diversi ufficiali delle ss, con un interprete, desiderosi di sentire qualcuno che sapesse cantare bene.
Alla fine dell’esibizione la terribile Kapò che odiava Frida pianse: oserei dire che si trattava di un pianto isterico, già ad Aushwitz si sentivano i bombardamenti tra sovietici e tedeschi, a Villistat tutti questi bombardamenti aumentarono a dismisura. Se la speranza dei deportati era un imminente liberazione sovietica che mai arrivava, i tedeschi speravano in una controffensiva tedesca che potesse non far terminare quello che per loro era un “sogno” e che per i deportati in quell’inferno era un’incubo.
La Kapò con un gesto del tutto inspiegabile la sera si recò nei dormitori accarezzò Frida e le donò alcune razioni di cibo che la stessa condivise con le compagne di sventura.
Poi l’arrivo a Terestat, l’ultima tappa prima della liberazione sovietica: il giorno dopo la loro liberazione Frida e i superstiti sentirono forti spari: i soldati sovietici dopo aver mostrato a quei tedeschi gli orrori che gli stessi avevano commesso, fanno togliere ai carnefici le scarpe, e aprirono il fuoco eliminando i carnefici.
Dagli stessi soldati sovietici Frida e i superstiti vennero a sapere che i tedeschi stavano per montare delle ranci camere a gas per eliminare i superstiti.
La fine del grande orrore, porta alcuni dei superstiti a morire per il grosso impatto emotivo della tanto agognata liberazione.
Poi tre mesi passati in un ospedale sovietico, una quarentena in un campo di raccolta americano e poco dopo il rientro in Italia.
La forte fede religiosa, l’attaccamento alla madre perduta, l’abilità nel cantare, aiutarono Frida a diventare una testimone della Shoah.
Alla via inaugurata in suo nome a Livorno, ha ricevuto una onoreficenza nel paradiso dove si trova: grande maestra di umanità.
Isacco Bayona, classe 1926, ha una grande passione: il pugilato.
Un periodo della propria vita passata a Salonicco, poi l’espulsione dalla scuola per via delle leggi razziste del 1938, infine il rientro in Italia dove nel 1943 si nasconderà per via dei bombardamenti a Livorno, insieme ad altre persone al Gabbro.
Proprio al Gabbro una vile segnalazione fa localizzare quelle persone: un maresciallo, uno squadrista, insieme a repubblichini e tedeschi li portano via.
Poi l’arrivo ad Auschwitz dove gli verrà impresso il numero 173404 al braccio.
All’arrivo al campo di concentramento Isacco capisce che aria tira: vede persone che appena vengono a sapere del decesso dei loro cari nel campo, per disperazione si gettano sui cavi elettrificati, uccidendosi.
Isacco, ragazzo di 16 anni e mezzo, ha fiducia nella vita: si ripromette di sopravvivere a quella terribile esperienza che lo segnerà per tutta la sua vita, è un ragazzo psicologicamente molto forte.
Qui un giorno Isacco vede una ragazza che già conosceva alla quale comunica che la sua sorella lavora alla fabbrica con lui, nel blocco dove i tedeschi eseguono esperimenti sulle donne ebree più belle; ella allora chiede ad Isacco se può allungare a sua sorella un pacco da parte sua: il momento dello scambio sarà deciso per la mattina; Isacco tarda a consegnare il pacco, il suo numero viene chiamato all’appello da un ufficiale nazista per la terza volta, avrebbe dovuto rispondere: “Jawohl” senonchè lo stesso ufficiale da uno schiaffo ad Isacco, il quale per istinto gli da un pugno in faccia mandando il nazista in knockout; in quel momento Isacco dimostra al nazista di aver distrutto per qualche secondo l’ideologia del carnefice di fronte a lui: il carnefice non può accettare tutto questo quindi corre, non ha il coraggio di reagire da solo, chiama venti assassini come lui, portano Isacco in uno spogliatoio ed ‘è li che inizia la mattanza, un tedesco lo insulta dicendoli “cane di ebreo” due gomitate e gli spacca i denti, poi dopo averlo umiliato, riempito con 50 frustate alla quale Isacco sa molto bene di non poter rispondere pena il raddoppiamento della stessa, non paghi di quello che hanno fatto quelli orrendi assassini lo mettono in mezzo e per due ore lo riempono di botte finchè lo stesso tedesco ferma il tutto facendo tornare Isacco al suo lavoro; in quell’occasione Isacco è in condizioni pietose, febbre a 42 e sangue da tutte le parti mentre l’ufficiale che prima lo aveva massacrato gli passa davanti e lo osserva ogni tanto dopo il fattaccio.
Poi il 27 Gennaio 1945 data che Isacco nonostante sia nato il 21 Luglio considera nelle sue preziose testimonianze come il suo compleanno: è il giorno della liberazione sovietica del campo di concentramento di Auschwitz.
Nei giorni precedenti alla liberazione Isacco è costretto a nascondersi e poi a far finta di essere morto, poiché i tedeschi vogliono eliminare ogni traccia di vita in quel maledetto campo di concentramento prima dell’arrivo sovietico.
Al ritorno a casa Isacco si sentirà ugualmente ucciso nell’anima nonostante sia sopravissuto allo scempio: tutta la sua famiglia, la mamma, due sorelline in tenera età e un fratello maggiore di due anni sono stati uccisi da quelli assassini vestiti di nero.
Isacco Bayona è l’ultimo testimone sopravvissuto della Shoah, scomparso poco più di un anno fa.
Alla medaglia ricevuta nel 2010 dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano, Isacco Bayona ne ha ricevuta una seconda nel paradiso dove si trova ora: quella di gran maestro della resistenza.

A questi due illustri rappresentanti del popolo ebraico sono state poste due pietre di inciampo: nel mondo infatti ormai è diventata consuetudine porre delle pietre dorate per ricordare le vittime ma anche i sopravvisuti all’orrore della Shoah in modo che il tempo non possa mai far dimenticare i loro nomi.

Gavriel Zarruk