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La stella tranquilla di Primo

Primo Levi di Pietro Scarnera Per decidere di raccontare a fumetti la storia di Primo Levi, ci vuole fiducia in se stessi e in chi legge/guarda. È vero che oggi il fumetto è un genere ampiamente legittimato, a cominciare dal nuovo nome di graphic novel. È vero che già nell’86 Art Spiegelman aveva scosso le convenzioni narrative sulla Shoah. Ma una cosa è affidare fatti e protagonisti a una (geniale) trasposizione metaforica, altra cosa è raccontare una vita, e quale vita.
Primo Levi (nell’immagine, disegno di Pietro Scarnera tratto da Una stella tranquilla, ritratto sentimentale
di Primo Levi, ed. Comma 22) è stato una persona complessa, forte, delicata, un pensatore che nel 1952, anticipando Hannah Arendt, metteva in guardia dal considerare “belve romantiche” i “freddi dementi morali, i cannibali in mezze maniche” che erano stati i criminali nazisti. Una persona amatissima, su cui dopo la morte si è scatenata una caccia al dettaglio inedito da parte di alcuni (non tutti!) aspiranti biografi. Anche per reazione, altri hanno preferito ridurre al minimo i cenni alla sua vita privata, a rischio di farne un soggetto disincarnato – scrivere di lui sconta spesso il timore di essere invasivi, oppure mal interpretati, e solo la fiducia in sé e nei lettori aiuta a superarlo.
Scarnera sceglie, a modo suo, la strada della discrezione, narrando la storia di Levi attraverso i luoghi e i momenti in cui hanno preso forma la sua voglia e il suo bisogno di scrivere. Cronologicamente parte dal ritorno, narrativamente da Carbonio; organizza il testo in tre capitoli, Il testimone, Il chimico, Lo scrittore. Usa quasi esclusivamente citazioni testuali – lo stesso titolo del libro si rifà a quello di un racconto presente in Lilít, su cui Marco Belpoliti riflette nell’Introduzione. Limita i riferimenti personali a quelli che sarebbe falsificante tacere – la felicità del matrimonio e della nascita dei figli, la difficoltà di pubblicare il primo libro, alcune amicizie. Sceglie un tratto arrotondato, povero, essenziale, e un colore lieve, il verde in due tonalità. Il Lager irrompe con i disegni in bianco e nero di un pittore sloveno deportato come prigioniero politico.
Seguendo il modello narrativo del viaggio, Scarnera e la sua amica Antonella peregrinano in un paesaggio spesso molto diverso da quello conosciuto da Levi – la sua prima fabbrica, a Avigliana, trasformata in biblioteca dedicata a lui – ma viali e case della Crocetta rimasti quasi immutati; la stazione di Porta nuova, Mirafiori, nuovi Centri di studi, scorci di campagna che si intravedono oltre i finestrini della macchina con cui Levi si sposta fra Avigliana e Torino. Una stella tranquilla è anche un viaggio attraverso conoscenze e amicizie personali e di lavoro, in cui Levi appare al centro di reti di relazione diverse, e importanti. Qui si sente l’impegno a documentare ambienti e soggetti, e lo si apprezza, perché la scelta tematica è fondata sulla conoscenza storica – peccato che un errore nella numerazione delle note renda impossibile risalire alle fonti.
C’è il rapporto inizialmente sterile con la casa editrice Einaudi, dove Levi si sente dire che per la pubblicazione di quello che sarà Se questo è un uomo è meglio aspettare, perché si perderebbe fra i tanti libri sui Lager – all’epoca in realtà erano pochi, meno di trenta dal 1945 al 1948, quasi tutti dedicati alla deportazione politica, tutti usciti in tirature ridotte presso piccole case editrici lontane dal circuiti nazionali. Chissà se un testo più militante, più epico, più politico, sarebbe stato cestinato con la stessa disinvoltura.
C’è il rapporto con la sua seconda fabbrica, la Siva, con i colleghi, i dipendenti, in cui spiccano l’amore per il lavoro ben fatto (Faussone è all’orizzonte) e il talento di Levi come solutore dei rompicapo del ciclo produttivo. Come quando la vernice interna alle scatole per cibo esportate in Unione sovietica “impazzisce”, e lui, arrivato a Togliattigrad, nota che per pulire i contenitori si impiegano garze da ospedale, ricorda che da prigioniero doveva usarle nel laboratorio per togliere lo sporco più evidente, e intuisce che il problema nasce dai loro filamenti a mala pena visibili. A volte, lo sguardo va oltre i topoi della pubblicistica su Levi. Succede in un dialogo con i vecchi amici, che gli descrivono con passione l’esperienza partigiana- “dovevi vederci, dovevi esserci, Primo!”- marcando con inconsapevole crudeltà la sua esclusione. “Erano tutti vittoriosi, io no”, pensa lui, simile in questo a tante deportate e deportati, offesi o intristiti da quell’enfasi guerresca. Sempre a rischio di incomprensioni, il rapporto fra reduci di mondi diversi è ancora più complicato quando a una parte di loro si addice il termine “sopravvissuti”. Gli storici non ci hanno riflettuto molto; qui sta tutto in una sola pagina. Scarnera appartiene alla generazione dei figli dei figli, e si richiama più volte alla “delega” che Levi, e non lui soltanto, ha offerto ai giovani. Parecchi anni fa si discuteva sul desiderio di alcuni superstiti di far nascere figure nuove, che, pur non avendo vissuto l’esperienza, fossero in grado di fare propri i significati dei racconti e di trasformarsi da ascoltatori in divulgatori – una sorta di testimoni mentali da affiancare ai testimoni oculari. Una stella tranquilla è una conferma che i figli dei figli sono cresciuti, e lavorano con cura, competenza, e forse con più libertà e fiducia rispetto a noi generazione di mezzo. Vederlo è una gioia.

Anna Bravo, storica, Pagine Ebraiche, aprile 2014

(23 marzo 2014)