Fondazione Beni Culturali – Donne, arte e identità ebraica
Quindici donne emancipate, artiste di valore, parte integrante dei grandi circoli culturali italiani, accomunate dalla condivisione dell’identità ebraica. La mostra Artiste del Novecento tra visione e identità ebraica, aperta in anteprima oggi e visitabile al pubblico da domani, riaccende i riflettori sulle figure di alcune artiste italiane ebree, straordinarie per bravura e professionalità, rimaste però a lungo nell’ombra. Il percorso espositivo, che accoglie centocinquanta opere di cui alcune inedite, è un viaggio che apre molteplici spunti di riflessione sull’arte declinata al femminile e al legame con l’ebraismo. “Donne indipendenti, emancipate, parte integrante del panorama culturale italiano”, spiega Federica Pirani, curatrice della mostra assieme a Marina Bakos e Olga Melasecchi. L’esposizione, che rimarrà aperta fino ai primi di ottobre, costituisce inoltre un momento importante per la Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia, tra gli organizzatori dell’evento – assieme a Roma Capitale, assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e al Museo Ebraico di Roma – e impegnata in una serie di iniziative per rilanciare il proprio ruolo nella tutela e promozioni del patrimonio ebraico italiano. Tra queste la realizzazione di un nuovo sito, www.beniculturaliebraici.it, piattaforma che, nelle parole del presidente della Fondazione Dario Disegni, sarà “uno strumento utile per richiamare l’attenzione sui progetti e le iniziative della Fondazione ma anche un luogo virtuale per conoscere di più delle ricchezze dell’ebraismo italiano così come un servizio informativo e di consulenza per le comunità sulle opportunità di partecipare a bandi europei o per ottenere finanziamenti da fondazioni private italiane”. E tra le grandi ricchezze figurano ovviamente le centocinquanta opere in mostra da domani alla Gam, a cui il sito dedica ampio spazio. Un’esposizione di livello internazionale – che prende spunto da una mostra realizzata dalla Comunità ebraica di Padova lo scorso anno – in cui ad affascinare sono anche le biografie delle artiste, frequentatrici dei circoli culturali più importanti della loro epoca (con amicizie con De Chirico, Maffai, Giacomo Balla), molte con la passione per il viaggio e tutte dotate di una straordinaria originalità artistica. Dalla più nota Antonietta Raphaël alla riscoperta di Paola Levi Montalcini, passando per le sorelle Annie e Liliah Nathan, figlie di Ernesto, sindaco di Roma nei primi del Novecento, fino a Eva Fischer e Silvana Weiler, storie di donne, di artiste, ciascuna con una propria visione del mondo, tutte legate dall’identità ebraica.
Tane dunque le attrattive della mostra della Gam, che ha aperto questa mattina per un anteprima alla stampa e a cui hanno partecipato il presidente della Fondazione Dario Disegni (secondo a sinistra nell’immagine) assieme ai vicepresidenti Renzo Funaro (a sinistra) e Annie Sacerdoti e al consigliere Alberto Boralevi.
Daniel Reichel
(10 giugno 2014)
L’arte declinata al femminile
“Una signora che dipinge….” dicono così e si pensa agli acquerelli e alle lezioni di disegno delle fanciulle di buona famiglia all’epoca delle nonne”. Scorrendo le foto d’epoca di archivi storici o di vecchi album di famiglia d’inizio Novecento, non possiamo che convenire con quanto scriveva Silvana Weiller in un articolo apparso ne “La rassegna di Israele” nel 1962. Una serie di immagini di fanciulle o signore sobriamente abbigliate, ritratte in salotti eleganti o comunque in contesti tradizionali, ci rimandano a visioni di una serena vita borghese. Donne ben inserite in una società agiata che si dilettavano all’occasione con pennelli e tele. Nulla di più lontano dalla realtà, né mai l’apparenza fu maggiormente foriera di equivoci come in questo caso: basterebbe una lettura più accorta delle biografie di alcune fra queste signore del secolo scorso per farci ricredere. Di dilettantismo ce ne fu molto poco o forse riguardò solamente alcune fra loro che non seppero (o non vollero) affermare una partecipazione qualificante nel mondo della creatività, preferendo un’esistenza più conforme a consuetudini tradizionali. Molte invece si dedicarono all’arte e alla cultura per vera passione e difesero con grinta una professionalità coraggiosamente conquistata per far valere la loro voce, partendo da una condizione di svantaggio, esposte a sottovalutazione, a misconoscimento e anche all’espropriazione del loro apporto intellettuale. Il coinvolgimento femminile nell’acceso dibattito di quegli anni fu ragguardevole, maggiore di quanto sia dato pensare e molteplici furono le presenze che seppero integrarsi, per sensibilità di contenuti e originalità nelle forme, alle principali correnti artistiche che andavano definendosi. A volte ricoprirono il semplice ruolo di portavoce, molto più frequentemente rappresentarono la consistenza di una realtà attiva e complementare all’universo maschile. Non dovrebbe meravigliare che personalità tanto complete nella femminilità e nella normalità familiare abbiano saputo essere altrettanto vigorose nell’espressività artistica, né constatare come siano state in grado di condurre parimenti una normale vita di moglie e madre e di artista: certo non tutte, ma la maggior parte. Deve invece stupire come troppo frequentemente la partecipazione di queste artiste, pur ricca di interesse storico, sociale ed artistico, risulti essere ancor oggi quasi del tutto inesplorata sotto il profilo scientifico.
La convinzione che si possa parlare di arte al femminile e arte al maschile è uno stereotipo alquanto trito ma purtroppo mai completamente superato: ciò che conta veramente dovrebbero essere talento e serietà professionale. E promuovendo una mostra d’arte “femminile” si rischia di non rendere merito alla creatività artistica della donna, ma di edificare piuttosto un nuovo ghetto. Al contrario, questa esposizione avvertendo la necessità di evidenziare un’artisticità declinata secondo un binomio di doppia minorità, femminile ed ebraica per l’appunto, rimasta a lungo ai margini di una pagina scritta a più mani, essenzialmente maschili, vuole configurarsi come una ricerca sulla composita vicenda dell’arte nell’Italia del Novecento che travalichi emarginazioni sociali o limitazioni dovute a nascita, censo, appartenenza religiosa.
[…] Sin dai tempi biblici le donne si costituirono parte attiva di una realtà culturale che avrebbe potuto vederle ricoprire ruoli da protagoniste se non fossero invece cadute fuori dalla memoria storica. L’inizio del Novecento fu stagione prolifica anche per le artiste ebree: furono numerose e brave, il più delle volte molto brave. Mosse da autentica vocazione, si distinsero per creatività e competenza pari a quella degli uomini: promossero iniziative salienti, articolarono percorsi conquistati nonostante difficoltà d’ogni sorta, spesso senza venir meno al compito affidato loro per tradizione, altre volte assumendosi in toto la responsabilità di decisioni non convenzionali. La storia delle loro vite e delle loro opere sono prova tangibile che non furono personaggi vicari o personalità succedanee ma che lavorarono con amore e fatica. In seno all’ebraismo le donne hanno gestito da sempre la vita dei loro congiunti, salvaguardando scrupolosamente le tradizioni e attente all’educazione dei figli. Agendo da quello che è il nucleo fondante della società nonché il campo d’azione ritenuto a loro più consono, ossia la casa, hanno saputo tessere un sottile gioco di equilibri tra piano teorico e piano concreto, tra Scrittura e vita, in una realtà di continue divergenze, tipiche dell’ebraismo in ogni tempo e in ogni luogo. Pur legate all’ambito del matrimonio e della vita domestica secondo un’ottica di sottomissione, il loro fu un modello di donna sorprendentemente dinamico per l’insospettata possibilità di gestire la vita pratica e di amministrare il patrimonio familiare che, in un continuo evolversi storico e sociale, permise loro di aggiudicarsi ampi spazi di autonomia e indipendenza.
È sempre rientrata invece in un’ottica di normalità che l’operosità dell’uomo, sia essa creativa o meno, si sia svolta di concerto con altre sue occupazioni abituali; il nucleo familiare ha rappresentato il cardine anche della sua esistenza senza che per questo sia mai stata contemplata alcuna interferenza a una professionalità riconosciutagli di pieno diritto. La donna, soprattutto se ebrea, per assecondare le forme e i modi di una personale creatività ha dovuto pagare un prezzo assai alto e la sua presenza nell’arte ha implicato sempre rinunce e compromessi. Il sostegno di una cultura elitaria alla quale fu avvezza sin dalla nascita per ceto sociale e per tradizione non la esonerò mai da un confronto, a volte ostico generalmente sospettoso, con l’ambiente sia familiare che sociale. Non per questo fu titubante nelle scelte e il rinnovamento propositivo di matrice ebraica che contraddistinse la vivacità novecentesca, fu fortemente debitore a quella intraprendenza femminile che trovò realizzazione nella scrittura, nell’impegno educativo, sociale e politico. Supportata da un plurilinguismo e da un internazionalismo tutt’altro che scontato, la donna forgiò l’universo quotidiano e familiare secondo i dettami di un nuovo rigoglio culturale e seppe essere essa stessa infaticabile promotrice di cultura e punto di riferimento per cenacoli di letteratura, poesia, musica e arte; non sottraendosi mai a una partecipazione produttiva, lottando piuttosto contro diffidenza e stereotipi.
Marina Bakos,
curatrice della mostra Artiste del
Novecento tra visione e identità ebraica
(anticipazione dal catalogo – Pagine Ebraiche, giugno 2014)