Nugae – Elogio della superficialità

fmatalonPuò darsi che sia il caso di rivedere le mie priorità nella vita. L’epifania di un momento: a quanto pare sono una persona che giudica i libri della copertina. E di questo fenomeno sospeso tra i tormenti di una giovane antichista a cui piace darsi un’allure pseudo intellettuale ci sono vari sintomi. Tanto per cominciare in senso letterale: un volumetto dalla copertina a delicati fiorellini rosa con una tazza di caffè e un biscotto sbocconcellato disegnati in un angolino è già nella borsa ancora prima di rendermi conto che si tratta di un arguto libro di Wodehouse. E poi, in un caffè radical chic per lavorare con un’aria occupata e importante, la concentrazione per dieci lunghi minuti è integralmente rivolta alla scelta della bevanda che ricade senza ritegno alcuno su una cosiddetta “pure infusion” organica color rosso-fucsia a base di melograno, tè bianco e altrimenti sconosciuto passionflower venduta a un prezzo esorbitante in una bottiglietta di vetro con scritte giapponesi. Per la cronaca non aveva alcun sapore. Nel frattempo, in preda a furibonda reazione allergica a punture di chissà quale malefico insetto che mette a dura prova ogni tentativo di sembrare una ragazza posata ed elegante, in procinto di limarsi tutti gli artigli per evitare di creare ulteriore sofferenza, cambiare idea in balia del rimorso da ex mangiatrice di unghie e decidere di procedere con accuratissima manicure. Ancora, l’unica cosa che conta prima di vedere la partita dell’Italia ai mondiali è comprare dei colori per pitturarsi la faccia. E crogiolarsi nella delusione per la loro introvabilità. Gioire immensamente della cena di shabbat in quanto ottimo momento per bere vino in un paese in cui la birra esce praticamente anche dai rubinetti. Annotare pensieri e stralci di letture su quaderni arbitrariamente provvisori, per poi perdere tempo a copiarli identici in quaderni altrettanto arbitrariamente ufficiali. Ma con una penna colorata. Usare con piena convinzione il termine “bisogno” in relazione all’acquisto di uno specchio da borsetta. Considerare il possesso di biglietti da visita come il segno inequivocabile di essere arrivati al vertice della propria carriera anche se sotto al nome c’è scritto “stagista senza speranze”. La superficialità, quale sollievo per gli animi affranti.

Francesca Matalon, studentessa di lettere antiche twitter MatalonF

(15 giugno 2014)