Periscopio – Crimine e diritto
Le terribili notizie relative all’atroce morte del piccolo Mohammed e all’identificazione dei suoi carnefici getta in uno stato di profonda angoscia, mettendo al cospetto di una realtà letteralmente insopportabile, che mai si sarebbe voluto conoscere. Ci si vergogna un po’ ad apprendere che, nelle prime ore successive alla scoperta dell’orrendo delitto, si era sperato, senza dirlo, che i responsabili fossero dell’altra parte, per non turbare il tranquillizzante quadro che vorrebbe i buoni e i cattivi ordinatamente schierati nelle rispettive metà campo. Così non è, così non è stato e, come ho scritto, si tratta di un pensiero di cui vergognarsi un po’.
Come già accadde in occasione dell’assassinio di Rabin, suscita sconcerto e incredulità il fatto che la fedeltà all’identità ebraica sia usata come pretesto per la realizzazione di efferati misfatti, agli antipodi di tutto ciò che l’ebraismo, da sempre, rappresenta. In questo caso, poi, le modalità dell’esecuzione del crimine spingono l’esecrazione a un livello ancora superiore di quella suscitata, a suo tempo, dal gesto di Yigal Amir.
Israele è uno stato di diritto, e i responsabili saranno giudicati secondo giustizia. Vogliamo sperare che, col tempo, avranno modo di ravvedersi, di meditare su ciò che hanno fatto. Intanto, riceveranno, forse, in carcere, qualche messaggio di solidarietà, qualche attestato di stima. Succede sovente, in Italia, ai più spietati criminali. Ma è un dato di fatto inoppugnabile che li accompagna la condanna senza appello della quasi assoluta totalità della società israeliana e della popolazione ebraica mondiale, senza alcuna distinzione di orientamento religioso o posizioni politiche. Ed è questa la vera forza di Israele, un senso di etica collettiva indissolubilmente legato all’esigenza continua e rigorosa della ricerca e della realizzazione – quantunque faticosa – della giustizia, intesa, da millenni, come ineludibile valore primario e identitario della comunità mosaica. Una comunità intesa come un organismo vivente, che soffre, tutta intera, quando uno dei suoi membri è vittima della violenza, così come quando ne è artefice. E nella quale l’irrogazione della pena è, come asserì Kant, un imperativo categorico: un dovere pubblico della collettività e anche, per dirla con Hegel, un diritto dello stesso reo.
Come sarebbe diversa la storia e la realtà del Medio Oriente se questi stessi valori fossero seguiti, almeno in parte, anche sotto altre bandiere, all’ombra delle quali le parole ‘crimine’ e ‘diritto’ spesso non appaiono tanto lontane, quando non sembrano, addirittura, sinonimi.
Francesco Lucrezi, storico
(9 luglio 2014)